La tua banca è sicura? La classifica degli istituti più solidi in Italia
La tua banca è sicura? La classifica degli istituti più solidi in Italia
Dopo 15 anni sono tornati i fallimenti bancari. I casi di Svb, Signature, First Republic e Credit Suisse possono contagiare gli istituti italiani? Indici di solidità alla mano, ecco la classifica dei migliori gruppi creditizi tricolori 

di di Elena Dal Maso 17/03/2023 22:00

Ftse Mib
33.764,15 23.50.45

+0,15%

Dax 30
17.904,42 23.50.45

-0,28%

Dow Jones
37.983,24 7.18.50

-1,24%

Nasdaq
16.175,09 23.50.45

-1,62%

Euro/Dollaro
1,0644 23.00.33

-0,76%

Spread
141,43 17.29.34

-0,77

Quanto è sicura la tua banca? È dal 2008 che una domanda del genere non affiora, dal fallimento di Lehman Brothers. La storia ha insegnato che il costo per salvare quella banca sarebbe stato tutto sommato risibile, a confronto della somma astronomica bruciata nel falò della grande crisi finanziaria globale innescata dal suo default. E oggi torna il dubbio dopo una serie di campanelli d’allarme suonati negli Usa e in Europa nelle ultime due settimane. Fra le cause scatenanti, il veloce rialzo dei tassi che sta provocando delle minusvalenze implicite nei portafogli obbligazionari delle banche, fattore che diventa un problema se gli istituti hanno necessità di fare trading con i bond in pancia, irrilevante se invece vengono conservati fino a scadenza.

Il primo è il fallimento di Silicon Valley Bank, su cui si è stesa subito la rete di protezione del governo Usa su tutti i depositi. A stretto giro è poi finita in crisi Signature Bank a New York ed è stato approntato il salvataggio di First Republic Bank.

Per non parlare del grande malato d’Europa, Credit Suisse, che ha ricevuto dalla Banca nazionale svizzera fino a 50 miliardi di franchi di liquidità. Con il settore bancario globale in preda a sedute di forte volatilità borsistica, la domanda è dunque lecita: le banche italiane rischiano di essere contagiate dalla tensione che giunge dagli Stati Uniti e dalla Svizzera?

Leggi anche:

Quanto è solida la tua banca

Dopo aver alzato i tassi dello 0,5%, il 16 marzo la Bce ha spiegato che sta tenendo sotto controllo le tensioni sul mercato e che ha in ogni caso una serie di strumenti per intervenire. Detto questo, è da almeno 15 anni, dal 2008, che Francoforte lavora per rafforzare la solidità del settore finanziario nell’Eurozona e in tal senso effettua regolari stress test, in alcuni casi piuttosto severi. Per fare chiarezza, MF-Milano Finanza ha incrociato due indicatori importanti che possono far capire se una banca è oggi più o meno solida.

Il primo è il Liquidity Coverage Ratio (Lcr), indice che mira ad assicurare che una banca mantenga un livello adeguato di attività liquide di elevata qualità non vincolate, convertibili all’occorrenza in contanti per soddisfare il fabbisogno di liquidità nell’arco di 30 giorni di calendario in uno scenario di stress particolarmente acuto. Lo stock d’attività liquide dovrebbe consentire alla banca di sopravvivere fino al 30° giorno dello scenario, entro il quale si presuppone che possano essere intraprese appropriate azioni correttive da parte delle autorità di vigilanza. Il livello minimo di Lcr in Europa è del 100%, Credit Suisse aveva il 144% a fine 2022, il 150% a marzo, secondo quanto ha dichiarato l’istituto.

Le banche più liquide in Italia

Prendendo il settore delle banche commerciali in Italia, il livello più alto (si veda la tabella in pagina, dati a fine 2022) lo aveva il Credem con il 232%, Iccrea con il 231%, quindi Bper con il 211%, Mps (reduce da un aumento di capitale) con il 192%, Banco Bpm con il 191%, Intesa Sanpaolo era al 185%, Mediobanca al 172%, la Popolare di Sondrio al 161%, Unicredit al 156%. Le banche specializzate o di gestione del patrimonio hanno livelli più alti, in testa FinecoBank con il 787%, Banca Ifis con oltre il 500%, illimity con il 317%, Bff Bank con il 298%, mentre Banca Generali aveva il 338% e Banca Mediolanum il 322%.

Quanto incidono i prestiti Bce nell’Lcr

 La voce Lcr ingloba anche i prestiti che gli istituti europei ricevono dalla Bce (Tltro) e che hanno già iniziato a restituire. Infatti oltre il 40% del Tltro è già stato ripagato dalle banche, mentre ne restano in circolazione circa 1.200 miliardi, parte di 4.000 miliardi di liquidità in eccesso nel sistema in Europa. Solo metà dei prestiti Tltro scade quest’anno (550 miliardi a giugno), il resto va ripianato entro il 2024. Ecco perché ultimamente le banche italiane sono molto attive nel collocamento di bond sul mercato, dove hanno emesso circa 200 miliardi di euro tra obbligazioni At1,Tier 2, senior e covered, oltre il 40% del piano di finanziamento totale per l’anno. Quindi, in ultima analisi, la liquidità in Europa è elevata, indipendentemente dal Tltro.

Le banche più solide in Italia

L’altro indicatore importante di solidità di una banca è il Cet1 ratio (Common Equity Tier 1) che, secondo le norme della Bce, deve essere superiore all’8% e viene obbligatoriamente reso noto dalle banche. Gli istituti italiani si collocano ben sopra, basti pensa che Mps aveva una Cet1 ratio dell’11% a fine 2021, salito al 15,6% dopo il rafforzamento patrimoniale dell’anno successivo. Il Cet1 ratio si suddivide in due voci: il Cet 1 phased in, che include strumenti finanziari che non saranno più ammessi a regime e quello Fully Loaded, che incorpora nel calcolo le regole previste a regime dalle norme di Basilea.

Nella tabella in pagina entrambe le voci sono presenti. Partendo dalle banche commerciali italiane, il Cet1 Fully Loaded più alto a fine 2022 era quello di Unicredit al 16%, a seguire Mps al 15,6%, Banca Popolare di Sondrio al 15,3%, Intesa Sanpaolo al 14,9%, Mediobanca al 14%, Banco Bpm al 13,3%. Quanto al Cet 1 phased in, a svettare è Credem al13,7%, seguita da Bper al 13,2%. Anche in questo caso le banche specializzate, a partire dai gestori patrimoniali, presentano indici ancora più alti: FinecoBank al 20,8%, Banca Mediolanum al 20,6%, Banca Generali al 15,6%, Bff Bank al 16,9%, illimity al 15,8%, Banca Ifis al 15%. Tutte ben sopra i requisiti minimi richiesti dalla Bce.

Che cosa accade nel profondo

Nonostante la rete di sicurezza attorno alle banche americane e a Credit Suisse, dopo un primo rimbalzo i mercati sono scivolati di nuovo. Venerdì 17 marzo è emerso gli istituti statunitensi hanno preso in prestito un totale di 164,8 miliardi di dollari dalla Fed nella settimana terminata il 15, un segnale di crescenti tensioni. Da un lato perché nei sette giorni precedenti la quantità era decisamente più contenuta (4,58 miliardi), dall’altro perché il fatto è sintomo di fiducia in calo nel settore finanziario, i gruppi preferiscono prendere a prestito la liquidità direttamente dalla banca centrale nonostante le parole tranquillizzanti di Janet Yellen, Segretario al Tesoro Usa.

Per non parlare di First Republic Bank, che ha ricevuto fondi per la bellezza di 30 miliardi di dollari da alcuni dei maggiori istituti di credito, tra cui Jp Morgan, Citigroup, Bank of America e Wells Fargo, ognuno dei quali ha versato 5 miliardi a testa per il salvataggio. Una cifra importante per ciascuna di queste banche. Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno invece fornito 2,5 miliardi di dollari ciascuna, mentre Bny Mellon, Pnc Bank e State Street hanno investito un miliardo di dollari a testa.

Perché continuano a tremare le borse europee

Credit Suisse è in ristrutturazione da anni, questo è noto, a dicembre 2022 ha effettuato un aumento di capitale da 4 miliardi di franchi, mettendo una toppa a una serie di errori commessi dall’investment bank. Ma due notizie hanno scosso i mercati negli ultimi giorni: la Sec, l’autorità sulla Borsa americana, ha chiesto spiegazioni sui bilanci degli ultimi due anni al gruppo svizzero da cui sono emersi labili controlli e una fuoriuscita di capitali ancora in corso da parte della clientela.

In secondo luogo il maggior azionista relativo, Saudi National Bank (9,9% delle azioni) ha chiarito che non prevede di partecipare a ulteriori possibili manovre di rafforzamento del capitale. Credit Suisse ha ricevuto l’assist della Banca nazionale svizzera giovedì 16 marzo, accettando una linea di liquidità fino a 50 miliardi di franchi.

Il titolo è rimbalzato ma il giorno dopo era di nuovo in rosso (ha chiuso a 1,86 franchi, -8%), appesantito da due notizie: i deflussi di denaro ancora in corso, a partire dai grandi clienti in Asia e Medio Oriente e una class action partita nel New Jersey relativa al periodo 2022-2023. Una seconda causa collettiva ha seguito al stretto giro, questa volta per truffa relativa ad un veicolo di investimento legato all’indice della paura, il Vix, nel più lontano 2018. (riproduzione riservata)