Investire nella salvaguardia degli oceani. Quando la classe è acqua

di Marco Vignali 01/10/2020 14:15

Investire nella salvaguardia degli oceani. Quando la classe è acqua
 
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La classe non è acqua, o forse si. Un detto tanto antico quanto popolare, che ad oggi però non è forse più così attuale come lo era un tempo. Questo perché la “classe”, primo termine di paragone nel suddetto proverbio, risulta oggi rara almeno tanto quanto l’acqua stessa. Giusto per fornire qualche numero significativo, sul pianeta sono presenti circa 1390 milioni di chilometri cubici d’acqua, ma solo lo 0,6% è potenzialmente disponibile per l’uomo e le sue attività. Stando ai dati riportati dal sito nonsoloambiente.it, il restante 99,4% è costituito da acqua salata, calotte polari e ghiacciai, oppure è contenuto in bacini non accessibili o gravemente inquinati. Insomma, è come se in una bottiglia di un litro d’acqua se ne potessero bere o utilizzare effettivamente solo 6 ml.
 
Sarebbe meglio dire, a questo punto, che la classe è a tutti gli effetti rara almeno quanto l’acqua. Come se non bastasse, a ciò si deve aggiungere il problema del cambiamento climatico: secondo l’Anbi (Associazione nazionale bonifiche e irrigazioni), la riduzione delle piogge nel corso dell’ultimo anno è stata del 75%. Ecco perché, se insieme a quanto esposto fino ad ora, si considerano l’aumento della popolazione globale, la desertificazione, l’inquinamento e il sovrasfruttamento delle risorse, l’acqua diventa addirittura più rara della classe stessa.
 
Ciò che spesso ci si scorda troppo facilmente è che mari e oceani sono cruciali per la salute del pianeta. Oltre ad affascinare per la loro bellezza paesaggistica e a fornire sostentamento a miliardi di persone, gli oceani sono una risorsa straordinaria per mitigare il cambiamento climatico, assorbendo il 93% del calore e catturando il 25% delle emissioni globali di Co2.
 
Oggi la salute degli oceani è messa in serio pericolo da attività umane come la produzione energetica, la deforestazione, il trasporto marittimo e l’allevamento intensivo. Dal 2016, il 50% della grande barriera corallina è morto, nonostante il contributo delle barriere coralline all’economia mondiale sia stimato in 36 miliardi di dollari.
 
Tuttavia, oltre ad un esame di coscienza individuale coniugato al limitare il proprio consumo d’acqua, la soluzione potrebbe venire proprio dall’economia stessa, più in particolare dall'ambito finanziario. Infatti, creando e dando valore agli oceani ed investendo su alcune nuove asset class si potrebbe garantire un ritorno economico per gli investitori e nel contempo finanziare le attività di tutela dell’ambiente oceanico.
 
In che modo? La soluzione la fornisce Credit Suisse, che in collaborazione con Rockefeller Asset Management ha lanciato il primo impact fund “La vita sott’acqua”, creato per la protezione degli oceani e in linea con l'obiettivo di sviluppo sostenibile numero 14 dell’Onu. Gli investitori sembrano aver accolto con fervore questa nuova proposta, che coniuga l’utile, questa volta inteso come vero e proprio guadagno, con il sociale: il fondo ha infatti raccolto finora 212 milioni di dollari, mostrando un interesse sempre più crescente verso quel ramo dell’economia definito come “blue economy”.  
 
Casey Clark, responsabile globale di Environmental, Social and Governance Investments di Rockefeller e co-Portfolio Manager del fondo, osserva: “L'impegno costruttivo degli azionisti è da sempre uno degli elementi cardine del processo d'investimento di Rockefeller Asset Management, volto a creare valore per gli azionisti e catalizzare i cambiamenti positivi. Siamo entusiasti dell’interesse riscontrato dal fondo e di poter collaborare con Credit Suisse nell'ambito di questa soluzione innovativa, che ci auguriamo incentiverà anche altri ad accrescere la propria attenzione per la Blue Economy”.
 
Credit Suisse e Rockefeller Asset Management, con il contributo di The Ocean Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro dedita alla salvaguardia degli oceani in tutto il mondo, offriranno congiuntamente consulenza e orientamento alle società, affinché evitino pratiche dannose per gli oceani, attraverso il dialogo con i team di gestione. Per gli investitori, il Credit Suisse Rockefeller Ocean Engagement Fund rappresenterà un'opportunità per spingere le società in  portafoglio a rivedere le proprie pratiche dannose per gli oceani, partendo anche da importi decisamente ridotti (in alcuni asset l’investimento minimo è di 100 dollari).
 
L'obiettivo, come evidenziato da Credit Suisse, è quello di accrescere i rendimenti finanziari, aiutando al contempo le società ad esempio nella transizione dall'inquinamento della plastica, a mitigare l’innalzamento del livello dei mari, contrastare il fenomeno dell’acidificazione delle acque e a contribuire al miglioramento delle pratiche di pesca sostenibili. “Le decisioni d'investimento per il fondo saranno guidate dalla convinzione che il settore opera un distinguo sempre più netto tra aziende best-in-class e aziende che dimostrano di apportare i miglioramenti più evidenti alla loro impronta esg complessiva” si legge nel documento di presentazione, “e in suddetto ambito, tali miglioramenti si misurano in termini di salute dei mari. La categoria dei “miglioratori” è quella che tende a essere più sottovalutata, e che fornisce agli investitori un maggior potenziale di generare alfa. Identificare aziende che ricadono in questa definizione e fare ricorso all’impegno degli azionisti può catalizzare ulteriormente il cambiamento”.
 
Investire responsabilmente è un tema che accumuna ormai la maggior parte degli investitori, e farlo per il pianeta è ancor più stimolante, oltre che vantaggioso in termini reali. In conclusione, l’augurio di tutti è quello che al più presto il proverbio citato inizialmente possa tornare ad essere valido e attuale, e per farlo, ora più che mai, l’invito agli investitori è il seguente: chiudete i rubinetti, e aprite i portafogli! (riproduzione riservata)