IL MANIFESTO DI MR WHATEVER IT TAKES

di Marcello Bussi 26/03/2020 00:38

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Mario Draghi, dopo un lungo silenzio, scende in campo con un piano dettagliato e rivoluzionario per rispondere alla crisi economica provocata dalla pandemia. Il suo discorso, affidato alle pagine del Financial Times ma rivolto a tutti gli europei, verte su un punto centrale: bisogna salvare i posti di lavoro, per farlo bisogna dispiegare tutta la potenza dei governi e non importa di quanto salirà il debito pubblico. Perché siamo in guerra e le difficoltà vissute dalle imprese non sono colpa loro.

Il piano di Draghi sarebbe sicuramente piaciuto al suo maestro Federico Caffè, scomparso misteriosamente nell'aprile 1987, di lui non si è saputo più nulla. Draghi cancella tutte le regole che hanno guidato il mondo negli ultimi quarant’anni perché bisogna ripartire. E se rispettano le regole vigenti non si ripartirà mai. L’ex presidente della Bce ricorda che durante la prima guerra mondiale in Italia e in Germania solo tra il 6 e il 15 per cento delle spese belliche venne finanziato con le tasse. Addirittura nell’Impero Austro-ungarico nessuno di questi costi è stato pagato con le tasse.

Draghi ricorda che la base fiscale a causa della pandemia viene erosa dalle sofferenze umane e dalla chiusura delle attività produttive. Per Draghi la questione primaria non è certo quella che lo Stato debba usare bene i suoi soldi, la priorità assoluta è quella di proteggere i posti di lavoro. Perché se non lo facciamo dice Draghi, “usciremo dalla crisi con un’occupazione e una capacità produttiva permanentemente più bassa”. Per questo ci vuole un’immediata immissione di liquidità, l’unico modo per consentire alle aziende di coprire le loro spese operative durante la crisi. Per fare questo bisogna mobilitare l’intero sistema finanziario: il mercato dei bond per le grandi imprese, le banche in alcuni Paesi, le Poste per tutti gli altri. Bisogna farlo subito, evitando i ritardi della burocrazia. Draghi sottolinea che le banche “possono creare moneta istantaneamente aprendo le loro linee di credito”.

Le banche, poi, devono concedere prestiti a costo zero per le imprese che si impegnano a salvare i posti di lavoro. E poiché in questo modo le banche diventano strumenti di politica pubblica, il capitale necessario deve essere loro fornito dai governi in forma di garanzia o di prestiti addizionali. E né i regolamenti né le regole sui collaterali devono intralciare questa operazione, sottolinea Draghi. Il costo di queste garanzie non dovrà basarsi sul rischio di credito della società che le riceve ma deve essere uguale per tutti. E se alla fine della crisi generata dalla pandemia certe imprese non potranno ripagare i debiti, questi verranno cancellati, se le stesse imprese avranno nel frattempo salvaguardato l’occupazione.

Draghi osserva che il debito pubblico degli Stati salirà alle stelle, ma l’alternativa è la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi dell’imponibile fiscale. E questo farebbe molto più danni. L'ex presidente della Bce chiude il suo intervento evidenziando che la perdita di reddito nel corso della pandemia non è colpa di nessuno e chiude ricordando le sofferenze dei cittadini negli anni 20. Perché se non si farà così siamo destinati a fare il bis di quell’epoca buia. Quello di Draghi non è il programma di un banchiere ma di un uomo vero. (riproduzione riservata)