Il fondo sovrano norvegese si rimangia i guadagni del 2021

di Francesca Gerosa 17/08/2022 14:05

Il fondo sovrano norvegese si rimangia i guadagni del 2021
 
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Il 2021 è stato veramente l'anno d'oro per il fondo sovrano norvegese, irripetibile nel 2022. A inizio anno il fondo gestito da Norges Bank, la Banca centrale norvegese, aveva avvisato che la crescita vista negli ultimi 25 anni non sarebbe continuata e così è stato. Dopo aver messo a segno lo scorso anno il suo secondo miglior risultato di sempre con un rendimento del 14,5% pari a 1.580 miliardi di corone norvegesi (158,5 miliardi di euro), il più grande fondo sovrano al mondo in sei mesi ha cancellato quasi interamente i guadagni del 2021.

Si salvano solo gli investimenti nel settore energetico

Infatti, il fondo da oltre 1100 miliardi di dollari di asset ha accusato la sua maggior perdita in un semestre: -174 miliardi di dollari (171,2 miliardi di euro al cambio attuale) con un rendimento negativo del 14,4%. Il valore di mercato del fondo è diminuito di 1.680 miliardi di corone a 11.657 miliardi di corone nei primi sei mesi dell'anno. Tutti i settori su cui ha investito hanno accusato perdite, ad eccezione di quello dell'energia (+13%) grazie al rally delle materie prime (petrolio e gas in primis) in seguito all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia. "Il mercato è stato caratterizzato da tassi di interesse in aumento, inflazione elevata e guerra in Europa", ha spiegato Nicolai Tangen, amministratore delegato del fondo. "Gli investimenti in azioni sono scesi del 17%". Inoltre, i titoli tecnologici hanno avuto una performance "particolarmente negativa", -28%, ha aggiunto Tangen.

Il ritorno sugli investimenti nel reddito fisso è stato del -9,3%, mentre gli investimenti in immobili non quotati hanno restituito il 7,1%. Negativo anche il  rendimento delle infrastrutture di energia rinnovabile non quotate: -13,3%. Mentre i movimenti valutari hanno contribuito ad aumentare il valore del fondo di 642 miliardi di corone. Al 30 giugno il 68,5% del fondo era investito in azioni, il 28,3% in reddito fisso, il 3% in immobili non quotati e lo 0,1% in infrastrutture di energia rinnovabile non quotate.

La performance del fondo petrolifero norvegese non è motivo di preoccupazione tra gli analisti

"Il fondo petrolifero norvegese ha perso 1,68 trilioni di corone norvegesi nel primo semestre, ma non c'è motivo di preoccuparsi", ha commentato l'economista senior di Sydbank, Kim Blindbaek. "Ci sono state grandi fluttuazioni nei mercati finanziari, forti aumenti dell'inflazione e inasprimento della politica monetaria da parte delle banche centrali globali. Alla fine della prima metà dell'anno, il fondo petrolifero aveva un valore di 11,657 trilioni di corone norvegesi. In prospettiva, il fondo petrolifero è circa quattro volte più grande dell'intera economia danese". Con i paesi alla disperata ricerca di fornitori di energia diversi dalla Russia, la Norvegia sta esportando quanto più petrolio e gas naturale possibile, quindi i trasferimenti al fondo petrolifero rimarranno consistenti anche in futuro, ha assicurato l'esperto.

I fondi di private equity medio-piccoli battono i grandi quanto a persistenza della performance

Dai fondi sovrani a quelli di private equity. Analizzando i fondi di private equity per dimensione, secondo un'analisi di Schroders, la persistenza delle buone performance è maggiore tra i fondi piccoli, forte e significativa tra quelli medi, ma debole tra quelli grandi. I cattivi risultati, tuttavia, sono persistenti in tutte le dimensioni, vale a dire che un gestore con un fondo nel quartile inferiore è probabile che rimanga tale anche con il fondo successivo.

"Si tratta di un risultato importante per gli investitori in private equity, soprattutto se si considera che sono in molti a scegliere grandi fondi gestiti da grandi gestori. Analizzarne attentamente le performance passate può essere più utile se si guarda lo storico dei fondi di piccole e medie dimensioni che costituiscono la maggior parte del settore in termini di numero di fondi", hanno spiegato James Ellison, Head of Private Assets Data Insights, ed Eufemiano Fuentes Perez, Data Scientist di Schroders.

La loro analisi fornisce la prova della persistenza delle performance nel private equity, in tutti i principali ambiti ad eccezione dei grandi fondi. "I top performer hanno avuto maggiori probabilità di ottenere buoni risultati nel fondo successivo, quelli meno bravi hanno avuto maggiori probabilità di continuare a incontrare difficoltà. Non si dovrebbe mai prendere una decisione di investimento basandosi solo sui risultati passati, ma questo", hanno precisato i due esperti, "suggerisce che gli investitori non dovrebbero nemmeno ignorarli".

In particolare, il 36% dei fondi di private equity posizionati nel primo quartile in un periodo (vintage), si sono trovati nello stesso quartile anche in quello successivo (con lo stesso General Partner). Il 64% si è collocato in uno dei primi due quartili e solo il 16% ha perso posizioni, secondo l'analisi condotta da Schroders Capital su 3.512 fondi di private equity dal 1980 al 17 agosto (sono inclusi solo i general partner con almeno due fondi e solo fondi con uno storico di almeno sette anni, poiché le performance dei fondi più giovani sono ancora fluttuanti e non definitive).

I risultati passati nel caso dei fondi di private equity forniscono informazioni utili

Se è vero che i risultati passati non sono indicativi di quelli futuri e potrebbero non ripetersi, nel caso dei fondi di private equity potrebbero fornire alcune informazioni utili. Si tratta di un quadro molto diverso da quello che caratterizza i tradizionali fondi azionari: uno studio recente ha rilevato che è più probabile per un fondo azionario nel primo quartile per un periodo di cinque anni posizionarsi in un quartile inferiore nel periodo successivo, piuttosto che mantenere la posizione. Lo stesso vale per i fondi di private equity con i risultati peggiori. I general partner con un fondo classificato nell'ultimo quartile tendono a restarvi anche il successivo. Sono relativamente pochi quelli che riescono a risalire la classifica. Un fenomeno molto comune tra i fondi che investono sia in Nord America sia in Europa, sia per i buyout sia per il venture capital. (riproduzione riservata)