I ceo di Piazza Affari sono davvero green? L’analisi sui compensi Esg dei 40 top manager del Ftse Mib
I ceo di Piazza Affari sono davvero green? L’analisi sui compensi Esg dei 40 top manager del Ftse Mib
L’Università La Sapienza e Frontis Governance hanno pubblicato il primo report sull’allineamento tra le politiche di remunerazione nel 2022 degli ad delle società del Ftse Mib e le strategie di sostenibilità delle stesse aziende. Ecco i risultati e le top 3

di Paola Valentini 05/12/2023 10:40

Ftse Mib
32.582,87 9.05.44

-0,38%

Dax 30
17.564,48 9.05.49

+0,05%

Dow Jones
38.972,41 9.07.42

-0,25%

Nasdaq
16.035,30 7.25.12

+0,37%

Euro/Dollaro
1,0821 8.50.55

-0,24%

Spread
145,03 9.20.50

+0,77

Quanto sono Esg i ceo di Piazza Affari? La startup Ermes dell’Università La Sapienza in collaborazione con il proxy advisors Frontis Governance hanno elaborato per la prima volta un'analisi che dà un quadro dettagliato sull’allineamento tra le politiche di remunerazione nel 2022 degli ad delle società del Ftse Mib e le strategie di sostenibilità delle stesse aziende.

La rilevanza dei fattori Esg

Il report (Esg strategy e Esg pay: allineamento o disallineamento?) pertanto focalizza l’attenzione su quanto il principale responsabile della gestione aziendale (il cedo) sia effettivamente incentivato a realizzare obiettivi di sostenibilità (Environmental, Social, Governance, Esg), analizzando il peso che rivestono tali obiettivi, rispetto a quelli di carattere operativo/finanziari, nei piani di remunerazione. La crescente rilevanza di questi fattori nel panorama aziendale ha spinto gli autori (Nicola Cucari, Sergio Carbonara, Salvatore Esposito De Falco, Roberta Manicone) a focalizzarsi soltanto sulla parte variabile dei piani di compensi, sia a breve che a lungo termine, andando a verificare se i parametri Esg a cui sono agganciati siano coerenti e ben allineati con gli obiettivi Esg della strategia aziendale o dei piani industriali.

«Nel quadro normativo delineato dalla Direttiva sui diritti degli azionisti e dal Codice di Corporate Governance, il tema della remunerazione emerge quale strumento cruciale per allineare gli interessi delle società e dei loro amministratori, contribuendo al successo sostenibile a lungo termine per tutti gli stakeholders», spiega Nicola Cucari, ricercatore della Sapienza e socio della startup Ermes.

Principali risultati: un panorama variegato

Su un totale di 40 società quotate al Ftse Mib, ben 28 mostrano un allineamento tra Esg Strategy e Esg Pay, ovvero almeno il 50% degli obiettivi Esg strategici sono inclusi nei piani di remunerazione variabile. Di queste 28, 15 società sono identificate come best in class perché, oltre ad avere almeno il 50% degli obiettivi Esg strategici inclusi nei piani di remunerazione variabile, assegnano a questi un peso di almeno il 20% sul totale previsto dal piano della remunerazione variabile. Le top tre sono Poste, guidata dal ceo Matteo Del Fante, Eni al cui timone c’è Claudio Descalzi, e Snam il cui ad è Stefano Venier. Solo 10 società su 40 mostrano valori che, nonostante le evoluzioni del mercato, attribuiscono un peso Esg nei piani di remunerazione variabile inferiore alla media (20%) e allo stesso tempo tali metriche non appaiono coerenti con la strategia Esg della società.

Differenze settoriali

L'analisi ha rivelato disparità sostanziali a seconda del core business delle aziende. I settori energy & utilities spiccano come i migliori, mentre consumer discretionary e healthcare presentano i punteggi più bassi.

«L’analisi si inscrive in una cornice di crescente consapevolezza circa la necessità di indagini nell’ambito dell’Esg. L’allineamento tra remunerazione Esg e strategia aziendale sostenibile rappresenta un punto cruciale per comprendere quanto i fattori Esg siano integrati in maniera sostanziale e non solo simbolica nelle dinamiche aziendali. Crediamo infatti che la remunerazione dei ceo sia un indicatore tangibile degli sforzi aziendali verso la sostenibilità, e la nostra analisi offre una visione senza precedenti su questo allineamento».

Ma come si pone l’Italia? «Il Paese si conferma tra i mercati in cui le aziende appaiono maggiormente sensibili alle tematiche Esg, integrandole in maniera sostanziale nei piani di incentivazione dei top manager», osserva il ceo di Frontis Governance, Sergio Carbonara. Lo studio evidenzia tuttavia che esistono ancora importanti margini di miglioramento, «soprattutto in settori che appaiono maggiormente esposti a tematiche per le quali definizioni e metodologie di misurazione non sono ancora standardizzate, come quelle sociali», aggiunge Carbonara.

Implicazioni per gli investitori

Lo studio può essere utile tanto per le imprese quanto per gli investitori istituzionali. Le prime sono spinte ad attuare azioni correttive per allineare meglio la remunerazione Esg alla strategia aziendale sostenibile; i secondi, invece, possono utilizzare i risultati per indirizzare meglio l’engagement ed influenzare positivamente le dinamiche aziendali verso una maggiore responsabilità ambientale e sociale. In tal senso il report si conclude con un intervento da parte di Assicurazioni Generali che ha sottolineato l’importanza di allineare la retribuzione del top management con gli obiettivi ambientali. Secondo recenti indagini, a partire da quelle di WTW sul 2023, le imprese europee hanno aumentato significativamente l’uso dei parametri Esg in particolare nei piani d’incentivazione a lungo termine dove la prevalenza è salita al 44%, con un aumento di 16 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Anche in Italia, secondo gli ultimi dati Consob, nel 2022, i criteri di sostenibilità hanno influito sul 58,5% dei compensi ai vertici di 127 società, in aumento rispetto al dato 2021.
Il tema è particolarmente avvertito dagli investitori internazionali e nazionali, i quali prestano particolare attenzione all’integrazione dei fattori Esg nelle politiche di remunerazione e di come tali criteri siano ben legati a temi materiali e possano riflettere le priorità strategiche dell’impresa.

Letteratura scientifica

Circa l’utilità o meno di considerare i fattori Esg nelle politiche di remunerazione si possono individuare sostenitori e detrattori, rileva lo studio.
Tra i primi, ad esempio, sottolineano che includere tali criteri nelle politiche di remunerazione aziendale è vantaggioso per diversi motivi, perché consente di rafforzare la credibilità delle dichiarazioni esistenti e degli impegni a migliorare i risultati legati all'Esg. A tal proposito alcune analisi evidenziano che per il contesto italiano, l’integrazione della sostenibilità nella remunerazione degli esecutivi influisca positivamente sulle prestazioni non finanziarie e che tale relazione può essere ulteriormente potenziata da specifiche caratteristiche di corporate governance, come una maggiore presenza di consiglieri indipendenti e dalla separazione del ruolo tra presidente e ceo.

I secondi sostengono che l’uso delle metriche Esg minaccia di invertire il progresso raggiunto negli ultimi decenni nel rendere la retribuzione più trasparente, più sensibile alle prestazioni effettive e più aperta a un controllo e a una verifica esterni. (riproduzione riservata)