Azioni, chi beneficerà di più della riforma del fisco a Piazza Affari
Azioni, chi beneficerà di più della riforma del fisco a Piazza Affari
Un fisco amico delle imprese che premia chi investe e capitalizza. Sono questi i due obiettivi che la delega fiscale, approvata dal Cdm, intende perseguire. Dall’aliquota Ires ridotta alla graduale abolizione dell’Irap ecco le azioni che si avvantaggeranno di più

di di Francesca Gerosa 18/03/2023 02:00

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Un fisco amico delle imprese che premia chi investe e capitalizza. Sono questi i due obiettivi che la delega fiscale, approvata dal Consiglio dei ministri il 16 marzo, intende perseguire. Ma per passare dalle parole ai fatti i tempi sono lunghi: l'iter di approvazione durerà 24 mesi. «Una riforma che ha obiettivi ambiziosi e in gran parte condivisibili, ma che richiede, per la sua attuazione, anche risorse finanziarie», sottolinea Vincenzo De Luca, responsabile fiscale di Confcommercio.

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Graduale superamento dell’Irap

Due gli interventi che interessano le imprese. All’articolo 8 della legge delega si parla di un «graduale superamento dell’Irap», l’imposta regionale sulle attività produttive. Verrà cancellata subito per le società di persone (nel 2020 erano 650.000) e le associazioni di artisti e professionisti, che non pagano l’Ires (l’imposta sul reddito delle società). Solo in una fase successiva verrà esteso alle società di capitali, quindi anche a quelle quotate a Piazza Affari. Il superamento dell’Irap avverrà con l’introduzione di una sovraimposta sulla base imponibile Ires (24%).

Sdoppiamento dell’Ires

«Tutto questo può portare a una riduzione del costo del lavoro e favorire le società della grande distribuzione, non solo quelle alimentari, ma anche quelle tecnologiche, oltre alle società del settore del turismo come le grandi catene di alberghi», spiega De Luca. Inoltre, la legge delega, secondo quanto delineato nell’articolo 6, prevede uno sdoppiamento dell’Ires. «Secondo il principio “chi più assume e investe meno paga”, la nuova Ires sarà articolata su due aliquote: una ordinaria pari al 24% e una ridotta, presumibilmente al 15%, come la Global Minimum Tax (dovrebbe entrare in vigore da gennaio 2024 ed essere applicata sulle multinazionali, ndr), che verrà applicata sulla quota di reddito destinata, nei due anni successivi, a nuovi investimenti innovativi e a nuova occupazione», aggiunge De Luca.

Il sacrificio dei dividendi

Anche qui, però, il diavolo sta nei dettagli perché per mantenere quest’agevolazione ed evitare di tornare al regime ordinario del 24% l’impresa deve evitare nei due anni successivi la distribuzione dei dividendi, un sacrificio non indifferente, considerando che tra le blue chip di Piazza Affari solo Tim, Iveco, Nexi e Saipem, a valere sul bilancio 2022, non distribuiranno un dividendo. «Una mossa che accoglie in pieno la nostra richiesta di prevedere strumenti che favoriscano il reinvestimento degli utili nella propria azienda e, quindi, una maggior patrimonializzazione e una crescita dimensionale tanto delle imprese più piccole, quanto delle società di capitali. Un’Ires leggera», conclude il responsabile fiscale di Confcommercio, «che può favorire le società estere che vengono in Italia», ma anche quelle quotate. I soggetti che investono gli utili per accelerare le due importanti transizioni che sono al centro delle strategie della quasi totalità degli operatori economici, vale a dire quella «verde» e «digitale», oltre naturalmente all’efficientamento energetico, vedrebbero sicuramente dei benefici, ha suggerito Alessandro Lualdi, Managing partner di Sts Deloitte. Spazio dunque alle società quotate che hanno la maggior parte della forza lavoro e dei ricavi in Italia e non all’estero: Poste Italiane, le banche a dimensione domestica (Bper, Credem), le utility a dimensione domestica (Iren, A2A, Hera, Acea, Erg), ma anche a quelle banche e assicurazioni che hanno fatto della digitalizzazione una priorità.

Le società più labour intensive

Nella pratica, però, tutto questo sembra difficile da implementare, avverte Edoardo Fusco Femiano, fondatore di Dld Capital Scf, rammentando la Dual Income Tax a inizio 2000, un meccanismo molto più semplice di quello che l’attuale Governo vorrebbe implementare. L’abolizione dell’Irap «porterebbe a una semplificazione del sistema e a una riduzione del costo del lavoro che sappiamo essere una delle criticità del sistema Italia», ha precisato Lualdi. «É ragionevole, quindi, prevedere un beneficio per i settori ad alta intensità di lavoro» come quello industriale (Stellantis, Cnh Industrial, Iveco, Campari, Brembo, Interpump, Pirelli, Prysmian) e quello delle costruzioni (Webuild, Cementir) che fanno un ampio ricorso alla manodopera. Detto questo, è opportuno ricordare che la perdita di gettito sarebbe considerevole (12 miliardi) e, quindi, occorre trovare le necessarie coperture e, contestualmente, continua Lualdi, conciliare gli obiettivi in tema di federalismo fiscale. A questo bisogna aggiungere l’importanza della semplificazione sia delle regole sulla deducibilità degli interessi passivi sia del regime di compensazione delle perdite fiscali.

Meno burocrazia, meno spese

E se l’Irpef a tre scaglioni, premessa verso la Flat Tax per tutti, tocca indistintamente l’imprenditore e il lavoratore fino al pensionato a prescindere dalla categoria di reddito, la semplificazione dei rapporti delle aziende con il fisco è altrettanto importante perché snellisce la burocrazia che ha un costo non irrilevante. «La scarsa attrattività del Paese nasce anche dalla complicazione del suo sistema burocratico: questo produce un danno indiretto alle imprese e ai professionisti ben superiore al peso dell’Irap», sostiene Femiano. «Se esiste un obiettivo realistico che qualsiasi governo dovrebbe porsi è quello di semplificare il sistema fiscale, favorendo un clima di collaborazione con la pubblica amministrazione e con il fisco». Quanto al contrasto all’evasione fiscale, la legge delega si pone l’obiettivo di rivoluzionare il procedimento accertativo ponendo al centro l’adempimento spontaneo, la cosiddetta «tax compliance volontaria». Gli interventi saranno quindi finalizzati a: prevenire gli errori dei contribuenti e i conseguenti accertamenti; concentrare l’attività di controllo nei confronti dei soggetti a più alto rischio; introdurre, per le imprese di minore dimensione, l’istituto del concordato preventivo biennale; rafforzare, per le imprese di grande dimensione, l’istituto della cooperative compliance. (riproduzione riservata)