Un paradosso fiscale ha appesantito la tassazione di almeno una parte degli azionisti Tim che hanno aderito all’opas di Poste Italiane di quasi 50 centesimi per ogni azione consegnata. Un carico fiscale aggiuntivo che nel migliore dei casi potrà trasformarsi «solo» in una sorta di anticipazione, visto che gli aderenti avrebbero la possibilità di incassare crediti da una potenziale minusvalenza «tecnica» realizzabile con la cessione delle azioni Poste ricevute o da un’istanza di rimborso all’Agenzia delle Entrate, dall’esito tutt’altro che certo.
La complessa storia emerge tra i risparmiatori che, dopo aver scelto di consegnare le proprie azioni Tim, hanno incassato una cifra in contanti decisamente inferiore rispetto alle attese il 18 settembre scorso, giorno di pagamento dell’opas agli aderenti della prima fase. Un «buco» generato da una trattenuta fiscale oltre le previsioni. A provocare la tassazione in eccesso ai cassettisti è stato il prezzo di scarico di Tim attribuito dagli intermediari finanziari (non è chiaro se solo una parte o tutti) alle quote cedute, ben oltre i livelli del mercato. Allo stesso tempo, gli aderenti all’opas hanno visto iscritte nei loro portafogli azioni Poste a un prezzo di carico elevatissimo, mai raggiunto nella storia dal colosso statale guidato dal ceo Matteo Del Fante.
Per entrare in un caso specifico segnalato da un lettore di Milano Finanza, il prezzo di scarico di Tim viene indicato a 9,6326 euro (compresa la parte cash), a fronte di un prezzo di carico di Poste di 35,1495413 euro. Per fare un confronto, il 18 settembre Poste ha chiuso a 26,89 euro e Tim a 7,75 euro. Il prezzo di scarico così gonfiato rispetto ai valori di mercato ha generato una plusvalenza assai superiore - e di conseguenza una tassazione del 26% sul margine aggiuntivo - sia rispetto alle attese tra chi aveva in carico le azioni Tim a un prezzo medio più basso sia al valore stesso sul mercato del pacchetto ricevuto tra azioni delle Poste e parte cash. Un caso che non sarebbe affatto isolato.
Ma come si è arrivati a questa differenza? Per capirlo bisogna partire dalla tassazione applicata a chi aderisce a un’opas. Sul piano fiscale, «l’adesione costituisce una cessione a titolo oneroso: le eventuali plusvalenze scontano l’imposta sostitutiva del 26% calcolata sull’intero corrispettivo, denaro più controvalore delle azioni ricevute, secondo i criteri del valore normale dell’articolo 9 del Testo unico delle imposte sui redditi», spiega Francesco Sbraletta, dottore commercialista e accademic fellow dell’Università Bocconi di Milano.
Il nodo nasce dal metodo utilizzato per identificare il controvalore delle azioni ricevute. Come specificato dalla risposta 537 del 9 novembre 2020 dell’Agenzia delle Entrate alla parte in azioni, in questo caso di Tim, viene attribuito un cosiddetto «valore normale», a cui va poi sommata la componente in contanti.
Il valore normale, è stato spiegato dal suo intermediario fiscale al lettore in questione in un’email visionata da questo giornale, è stato ricavato prendendo «il valore maggiore» tra la «media aritmetica delle quotazioni dell’ultimo mese che precede il regolamento delle azioni Poste ricevute in cambio dai conferenti, tenendo conto del rapporto di 0,218 azioni», e la «media aritmetica delle quotazioni dell’ultimo mese che precede il regolamento delle azioni Tim conferite dai soci aderenti all’opas».
Il risultato è che, mentre il valore normale della frazione di azione Poste ricevuta per ogni quota Tim consegnata era pari a 5,84 euro, quello delle azioni Tim era di 7,66 euro. Essendo il maggiore, è stato utilizzato quest’ultimo, a cui è stata sommata la componente cash di 1,97 euro.
Il prezzo di scarico delle quote Tim, quindi, è diventato di 9,63 euro e partendo da esso è stata calcolato «il capital gain», come conferma al lettore l’intermediario. Il valore è nettamente superiore rispetto a quello attribuito al pacchetto ricevuto lo scorso 18 settembre nel mese precedente da Piazza Affari. Sommando il prezzo medio della porzione di azioni Poste (5,84 euro) e la componente cash di 1,97 euro si arriva a 7,81 euro. La plusvalenza aggiuntiva (teorica e non di valore effettivo ricevuto tra azioni Poste e contanti) di oltre 1,8 euro per azione ha generato quindi un’imposta extra di oltre 47 centesimi per azione.
«Gli intermediari hanno applicato la formula indicata dall’Agenzia delle Entrate nella risposta all’interpello 537 del 2020 relativo all’opas Intesa Sanpaolo-Ubi Banca: rispetto alle indicazioni dell’amministrazione, quindi, l’applicazione è corretta. È però una formula discutibile sul piano tecnico, perché somma la componente in denaro al valore delle azioni Tim, che già la incorpora, e si basa su una risposta resa a un singolo contribuente, non su una prassi consolidata», commenta Sbraletta.
Ma esiste un modo per recuperare questa imposta aggiuntiva sulla plusvalenza gonfiata dal calcolo fiscale? «La strada più rapida per recuperare l’imposta è la minusvalenza che emergerà cedendo le azioni Poste, sfruttabile però solo a fronte di plusvalenze successive della stessa natura ed entro il quarto anno. In alternativa si può presentare istanza di rimborso entro 48 mesi dal versamento, con esito incerto. Sarebbe opportuno un chiarimento generale dell’Agenzia, anche in vista delle prossime offerte miste», conclude l’esperto.
Il nodo fiscale non finisce qui: il prezzo di carico delle azioni Poste di oltre 35 euro, a fronte di un titolo che nella realtà a Piazza Affari non ha mai superato 30 euro. Anche in questo caso il paradosso si genera dal metodo di calcolo del valore normale. L’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate, infatti, prevede l’utilizzo del valore maggiore come spiegato in precedenza, vale a dire 7,66 euro. Dividendolo per 0,218, ossia la frazione di azione Poste ricevuta per ogni azione Tim consegnata, si arriva ai 35,15 euro attribuiti come prezzo di carico delle quote Poste, viene spiegato dall’intermediario finanziario al nostro lettore.
Se le azioni venissero vendute agli attuali corsi di borsa, il valore di carico gonfiato delle quote Poste genererebbe una minusvalenza (teorica) nell’ordine del 26%, che potrebbe essere utilizzata per compensare altre plusvalenze. Anche quella generata con le azioni Tim? No, perché la minusvalenza si genererà effettivamente solo dopo che la transazione e il trattenimento delle imposte sulla plusvalenza «gonfiata» sono ormai già avvenute. L’alternativa è mantenere in portafoglio le azioni Poste ricevute e sperare nella crescita del titolo anche grazie all’integrazione di Tim. In questo scenario, una cessione delle azioni Poste a livello fiscale non genererebbe plusvalenze (come invece sarebbe di fatto) su cui pagare l’imposta del 26%, ma anzi minusvalenze per compensare altri guadagni del proprio portafoglio, almeno fino a quando il prezzo sul mercato non supererà i 35,15 euro.
La beffa per chi ha aderito tramite almeno una parte di intermediari finanziari, in sostanza, è quindi di aver anticipato il pagamento di alcune imposte allo Stato su plusvalenze ancora non realizzate, senza aver effettivamente la certezza di poterle recuperare e con quali tempistiche. Tim e Poste, del caso in questione, sono ovviamente oggetto. All’interno del documento d’offerta Poste scriveva di «non trattare gli aspetti fiscali relativi alla vendita di azioni oggetto dell’offerta, che possono essere rilevanti per gli azionisti che aderiscono», suggeriva agli stessi di «consultare i propri consulenti fiscali in merito alle relative conseguenze sul piano fiscale» e ricordava che le eventuali imposte sulle plusvalenze erano a carico degli aderenti. (riproduzione riservata)