Steve Witkoff scopre il lato umanitario di Vladimir Putin. O almeno, così lo descrive davanti al presidente russo, strappando una frase destinata a far discutere: «Lei parla tanto del fatto che il mio presidente, il presidente Trump, sia un umanitario; ebbene, anche lei è un umanitario, signore, e glielo riconosco con ammirazione».
L’omaggio dell’inviato speciale di Donald Trump è arrivato in apertura dell’incontro «approfondito e schietto», durato quasi tre ore, a San Pietroburgo, il 21 ottobre, mentre ringraziava il leader del Cremlino per la liberazione di Stephen Hubbard, cittadino americano detenuto in Russia per oltre quattro anni con l’accusa di aver combattuto come mercenario in Ucraina. Il video, diffuso dal media russo Russia Today, è diventato virale, trasformando una formula di cortesia diplomatica in un caso politico a Washington.
La reazione di alcuni esponenti repubblicani è stata durissima. «No. Putin è un assassino spietato», ha scritto su X il senatore John Cornyn. Il deputato Don Bacon ha commentato con un «un’altra vergogna», mentre il senatore Thom Tillis ha definito le parole di Witkoff «imbarazzanti e scandalose», invitandolo a confrontarsi con le famiglie dei bambini ucraini uccisi o rapiti.
Dietro gli elogi, il confronto di San Pietroburgo aveva un obiettivo ben più impegnativo: riaprire il negoziato sulla guerra in Ucraina. Witkoff è arrivato in Russia dopo gli incontri a Oslo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e alcuni leader europei, durante i quali sono state discusse ipotesi di cessate il fuoco, garanzie di sicurezza per Kiev e possibili formule per arrivare a un’intesa.
L’inviato americano ha definito produttivi i colloqui in Norvegia e auspicato la ripresa del negoziato trilaterale tra Russia, Ucraina e Stati Uniti, anche attraverso gruppi tecnici incaricati di elaborare i termini di un accordo. Sul tavolo sono arrivate nuove proposte, mentre resta aperta l’ipotesi di un incontro diretto tra i leader.
La risposta di Mosca, però, raffredda gli entusiasmi. Per Yuri Ushakov, consigliere diplomatico del Cremlino, «non so quanto siamo vicini, ma ci stiamo muovendo verso quella direzione», ha dichiarato rispondendo a una domanda sulle prospettive che la guerra in Ucraina si concluda. Inoltre Ushakov non ha esitato a giudicare che le proposte elaborate a Oslo «contengono ben poco», pur confermando la disponibilità russa a riprendere i colloqui trilaterali intorno al 10 novembre. Tra le possibili sedi del nuovo round è stata indicata Abu Dhabi.
Putin ha a sua volta ringraziato Washington per l’impegno diplomatico e per l’attenzione dedicata alla fine del conflitto. Ma, al momento, non sono emerse intese definitive né sulla tregua né sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza per Kiev.
Il confronto ha allargato il perimetro anche alle relazioni economiche tra Russia e Stati Uniti. Putin ha evocato la possibilità di ripristinare i contatti bilaterali e annunciato la ripresa delle esportazioni di gasolio verso gli Usa, con una prima spedizione prevista di 40mila tonnellate. Il presidente russo ha inoltre offerto forniture di fertilizzanti.
Mosca ha richiamato anche i propri rapporti con l’Iran, dichiarandosi disponibile a contribuire alla soluzione della crisi in Medio Oriente. Sullo sfondo, il Cremlino ha riferito di preparativi per un possibile incontro tra Putin, Trump e il presidente cinese Xi Jinping in Cina.
Il braccio di ferro quindi continua, sullo sfondo di una campagna elettorale per le elezioni di midterm statunitensi in cui l’amministrazione Trump ha cercato di forzare la mano a Zelensky, prima criticandolo apertamente come un ostacolo alla pace, poi - a detta della stampa - autorizzando Elon Musk a ridimensionare temporaneamente l’uso della rete Starlink. In attesa di segnali più chiari sul campo continuano i bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche e logistiche ucraine. Anche la «tregua energetica» proposta dall’amministrazione Trump rimane, dunque, per ora un miraggio. E in tutto ciò la presenza europea rimane limitata. (riproduzione riservata)