L’audizione davanti al Congresso Usa di Kevin Warsh avrà fatto spalancare gli occhi a coloro che si occupano di economia monetaria e Treasury. Il futuro governatore della Fed ha dichiarato che da quando diventerà governatore non sarà più fatta la conferenza stampa dopo il meeting di politica monetaria, affermando che la Fed e i suoi esponenti dovranno evitare continue dichiarazioni come oggi e che eventuali comunicazioni ufficiali saranno fatte solo in casi eccezionali. Fine delle trasmissioni.
La forward guidance, mirata a condizionare le aspettative dei mercati e le condizioni finanziarie, sembra abbia dunque i giorni contati. «I mercati finanziari, nella situazione in cui siamo, meno sanno meglio è», sottolinea Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy. Verrà, inoltre, completamente rivisto anche il tasso d’inflazione target, che non sarà più il Pce (Price Consumer Expenditures) attualmente usato, ma una media di diversi tassi d’inflazione attualmente calcolati, e sembra certo che tali statistiche di calcolo non saranno più quelle governative ma saranno basate su calcoli interni della stessa Fed.
La banca centrale americana non sarà più «data dependent», nel senso che non farà più affidamento esclusivamente sui dati pubblicati dal governo ma su dati calcolati dall’ufficio studi interno della Fed, questo a causa delle recenti eccessive revisioni dei dati governativi, che rendono problematica la comprensione reale del ciclo. «Un modo elegante per dire che non ci si fida più dei dati elaborati dal governo. Da tempo sottolineo, infatti, che i dati macro Usa sono di pessima qualità e probabilmente manipolati per far vedere una situazione migliore di quella che è veramente», continua Novelli.
Un altro punto abbastanza eclatante è stato il passaggio nel quale Warsh ha dichiarato che l’operato della Fed sarà in stretto coordinamento con il Ministero del Tesoro e con il Segretario di Stato Rubio. Mentre il primo passaggio sembra riflettere l’approccio «giapponese» e segna una fine all’indipendenza decisionale della banca centrale dal governo politico, il secondo passaggio per il gestore di Lemanik enfatizza la necessità di governare le variabili monetarie (tassi e cambi) con un approccio geopolitico.
A tal fine è emersa l’ipotesi di utilizzare le linee swap sul dollaro tra banche centrali come uno strumento di «sanzione» o «aiuto» finanziario in caso di esigenze mirate di politica estera degli Stati Uniti. «L’utilizzo del dollaro come arma geopolitica è destinato, quindi, ad aumentare in stretta correlazione con la crisi del sistema americano, infatti tale approccio è cresciuto nel tempo dopo la crisi del 2008 ed è solo destinato a intensificarsi», prevede Novelli secondo il quale le autorità monetarie americane temono una fuga dal dollaro e una fuga di capitali dall’indebitato sistema Usa e minacciano di bloccare tali flussi nel caso in cui ci fosse una crisi. «Il coordinamento con il Giappone», osserva l’esperto di Lemanik, «conferma i miei sospetti già da tempo evidenziati, che di fatto, la bolla speculativa sull’equity serve solo a nascondere problemi strutturali decisamente gravi e tali da predisporre provvedimenti impensabili prima d’ora».
La Fed sarà, quindi, inevitabilmente più politica e più geopolitica, accentuando una postura statunitense sempre più orientata a difendere la leadership economica e finanziaria a tutti i costi, anche se questo potrebbe indurre nel tempo a una progressiva riduzione dell’esposizione al dollaro da parte degli investitori internazionali. I capitali esteri investiti in asset finanziari americani sono ora pari al 70% del pil. Il record storico era stato toccato durante la bolla speculativa degli anni 20 del novecento.
«A questo punto mi aspetto che la repressione finanziaria si possa solo accentuare con l’arrivo del nuovo governatore della Fed e che gli Stati Uniti si stanno preparando alla gestione della crisi con provvedimenti sempre più drastici», avverte Novelli.
Da qui in avanti si possono già intuire i prossimi passi inevitabili: dopo aver stabilito un regime di cambi fissi tra dollaro e yen per mantenere i flussi di risparmio giapponese nei Treasury, la Fed smetterà di comunicare al mercato e le decisioni di politica monetaria, dato che saranno dettate da esigenze politiche interne.
Banche e shadow banking system verranno congelati in una situazione di crisi e rimarranno intrappolate in una balance sheet recession alla giapponese. La circolazione del credito all’economia rimarrà compromessa per molto tempo e i tassi d’insolvenza nel sistema continueranno a crescere senza interruzione.
Le perdite sul credito verranno diluite nel tempo per evitare una crisi sistemica come nel 200, ma questa strategia comporterà uno scenario di stagnazione economica che continuerà a richiedere ampio stimolo fiscale (come in Giappone negli anni ‘90), finanziato da Giappone ed Europa, che saranno quindi condannati anche loro alla stagnazione.
La borsa americana continuerà a essere «commissariata» dal Ministero del Tesoro per evitare fattori di disturbo a un sistema finanziario in evidente crisi ma nel frattempo i fondamentali macro continueranno a peggiorare.
Il dollaro e i tassi sui Treasury a 10 anni sono destinati a una progressiva discesa, gestita a tavolino da Ministero del Tesoro e Fed. «Mentre è probabile che il cambio dollaro-yen rimanga strettamente ancorato a un corridoio predefinito, appare plausibile attendersi che il comportamento del biglietto verde verso le altre divise sia orientato alla svalutazione», indica Novelli. «Le politiche fiscali e monetarie americane saranno improntate a svalutare il debito in termini reali e a far rivalutare i competitor commerciali: Cina, mercati emergenti ed Europa. Non sappiamo se il «commissariamento» del sistema sarà sufficiente a evitare una crisi finanziaria», conclude Novelli, «che di fatto sarebbe già iniziata senza i provvedimenti attuati, ma è chiaro che la situazione non è destinata a migliorare». (riproduzione riservata)