Volkswagen chiude il terzo trimestre con una perdita operativa più che doppia rispetto alle attese e rilancia l’urgenza della ristrutturazione. Il colosso tedesco dell’auto guidato da Oliver Blume ha registrato un rosso operativo di 5,9 miliardi di euro, contro gli 1,3 miliardi dello stesso periodo del 2025 e i 2,6 miliardi previsti dal consenso. I ricavi sono scesi del 6,3% a 75,3 miliardi, mentre la perdita netta è salita da 1,1 a 5,8 miliardi.
A pesare sono soprattutto le svalutazioni, a partire da quella sull’avviamento Porsche. Ma anche senza le componenti straordinarie la redditività resta del tutto insufficiente, avverte il direttore finanziario e operativo Arno Antlitz: «Non possiamo permetterci di perdere tempo e dobbiamo agire rapidamente e con decisione».
Nei primi nove mesi Volkswagen ha contabilizzato 8,7 miliardi di oneri straordinari, di cui 7,8 miliardi nel solo terzo trimestre. La voce principale è la svalutazione dell’avviamento Porsche, pari a 6,4 miliardi. Si aggiungono rettifiche per circa un miliardo sugli attivi delle società cinesi consolidate e ulteriori costi legati alla prevista cessione dello stabilimento di Osnabrück.
Le svalutazioni su Porsche e sugli attivi cinesi non comportano un’uscita di cassa, ma hanno abbattuto il risultato operativo dei nove mesi, sceso del 98,7% a soli 71 milioni, dai 5,4 miliardi di un anno prima. Il fatturato è diminuito del 2,2% a 233,4 miliardi e il risultato netto è passato da un utile di 3,4 miliardi a una perdita di 2,7 miliardi.
Al netto delle componenti straordinarie, l’utile operativo è di 8,8 miliardi, ma con un margine del 3,8%. «È troppo basso per continuare a investire con forza nel nostro futuro», sottolinea Antlitz.
Il problema di Volkswagen non si esaurisce con le svalutazioni. Il gruppo deve affrontare contemporaneamente i dazi statunitensi, la debolezza del mercato cinese e una concorrenza sempre più forte in Europa. A queste pressioni si aggiunge l’aumento del peso delle auto elettriche, che per ora rendono meno dei modelli a combustione. È lo stesso Antlitz a evidenziare il nodo: il successo commerciale delle Bev sta esercitando un’ulteriore pressione sugli utili.
In Europa, nei nove mesi, gli ordini di elettriche sono cresciuti del 39% e le Bev rappresentano circa il 40% del portafoglio ordini a fine settembre. La famiglia di elettriche urbane del gruppo ha già raccolto circa 150 mila ordini. Nel complesso, gli ordini europei sono aumentati del 4% a 3 milioni di veicoli, mentre il portafoglio da evadere è salito dell’11% rispetto a fine 2025, a circa 1,1 milioni.
Sul fronte dei volumi, nel terzo trimestre le consegne ai clienti sono diminuite del 14,3% a 1,885 milioni di veicoli a causa soprattutto della Cina. Nei nove mesi il calo è del 9%, a poco più di 6 milioni. Le vendite contabilizzate dal gruppo, una misura distinta dalle consegne ai clienti, sono invece scese del 10,6% a 5,88 milioni nei nove mesi. Escludendo le joint venture cinesi, la flessione si limita a circa l’1%: un dato che mostra quanto il mercato cinese stia pesando sui volumi complessivi.
Per recuperare redditività Volkswagen punta sul Future Plan, un programma di riduzione dei costi da circa 31 miliardi di euro. Le misure comprendono una gamma più snella, strutture organizzative semplificate, minori costi dei veicoli e spese generali, maggiore efficienza negli stabilimenti e tempi di sviluppo delle tecnologie più rapidi.
Blume ha già programmato di tagliare 100 mila posti di lavoro nel gruppo, che comprende anche Audi e Porsche. A fine settembre Volkswagen contava circa 648 mila dipendenti, il 2,2% in meno rispetto ai 663 mila di fine 2025.
Nonostante il peggioramento dei conti, Volkswagen riesce comunque a confermare le previsioni per il 2026: ricavi intorno a 315 miliardi di euro, margine operativo fino all’1%, flusso di cassa netto della divisione automotive tra 3 e 6 miliardi e liquidità netta tra 32 e 34 miliardi.
Nei nove mesi il flusso di cassa netto automotive è salito da 1,8 a 4,4 miliardi, grazie soprattutto a minori investimenti e operazioni sul portafoglio di attività. Nel solo terzo trimestre, però, è sceso del 61% a 1,2 miliardi. La liquidità netta a fine settembre si attesta a 33 miliardi, contro i 34,5 miliardi di fine 2025.
Le previsioni presuppongono che l’attuale quadro dei dazi resti invariato. Non includono invece i possibili effetti di un’escalation in Medio Oriente, che il gruppo ritiene ancora impossibili da stimare in modo del tutto affidabile. (riproduzione riservata)