Mentre sul settore del vino italiano sembrano addensarsi i nuvoloni di una crisi spinta dai dazi Usa, dal calo generalizzato dei consumi e dalle giacenze che iniziano ad accumularsi in cantina (+6% pari a 61 milioni di ettolitri), Italian Wine Brands (Iwb), il più grande gruppo enologico quotato a Piazza Affari, sull’Egm, è riuscito nel 2025 a far crescere i volumi, mantenendo stabili i ricavi a 396 milioni (-1,5% rispetto all’anno precedente).
E il 2026 pare confermare questa tendenza, almeno stando agli ordini della gdo che Iwb ha già in pancia. Il canale dei supermercati è la gamba più importante per il gruppo vinicolo (vale 282 milioni di ricavi), che esporta i 30 brand che produce in 90 Paesi con una quota di export di oltre l’80%. Ed è quella su cui scommette per la crescita anche nell’anno in corso, al punto da aver annunciato la creazione di un team dedicato per la grande distribuzione italiana.
Ma è dal canale ho.re.ca (hotel, ristoranti e caffè) che lo scorso anno Iwb ha portato a casa le maggiori soddisfazioni, con 63 milioni di ricavi, in crescita del 6,2%. Lo stesso non si può dire del distance selling, che comprende anche l’ecommerce. Spia di una modalità di acquisto, quella delle bottiglie che, a parte durante la pandemia, non è mai decollata.
La nota positiva per il gruppo arriva dalla crescita dei top brand, ovvero delle etichette a prezzo più alto. «Quello che noi notiamo rispetto ad anni fa è che, se è vero che è calato il consumo quotidiano di vino, tra i giovani e non solo si è disposti a spendere di più per del buon vino», afferma Alessandro Mutinelli, presidente e ceo di Iwb.
Tanto in Italia quanto all’estero. Ed è proprio per questo che tra le linee di crescita c’è quella di rafforzare i prodotti premium, valorizzando da una parte le denominazioni italiane e dall’altra ampliando la presenza anche nei mercati emergenti. Intesi come Sudest asiatico e Africa, dove sta crescendo una fascia di clientela altospendente e dove Iwb esporta già in Paesi come Etiopia e Monzambico.
Altre occasioni di crescita potrebbero arrivare ora dall’accordo con il Mercosur, quello firmato dall’Ue con il blocco sudamericano per l’export, e in particolare dal Brasile. E quello similare fatto con l’Australia. Il Nord America (Usa-Canada) vale circa l’8% del fatturato di Iwb ed è per questo che i dazi di Trump si sono sentiti meno sui conti, mentre altri Paesi su cui il settore vinicolo aveva scommesso forte, come la Cina e il Nord Corea, alla fine si sono parzialmente sgonfiati.
Resta l’Europa allora il principale mercato di Iwb, che assorbe più del 60% delle vendite. «Ed è su questo mercato, oltre il Nord America, su cui ci siamo concentrati soprattutto lo scorso anno e che ci ha consentito di crescere in termini di volumi e migliorando anche alcune delle nostre quote di mercato», aggiunge Mutinelli. «Di fronte a un quadro macroeconomico di incertezza, l’unica vera soluzione è non perdere il posizionamento distributivo e qui si dimostra tutta la forza che può avere un gruppo di rilevanza nazionale come Iwb». Guardando anche a qualche possibile operazione per crescere ancora.
A fine anno l’indebitamento finanziario netto era sceso a 43,1 milioni dai 75,5 milioni dell’anno precedente, che apre le porte a nuove opportunità. Si guarda ad aziende medio-grandi da almeno 50 milioni di ricavi e che abbiano una distribuzione diversificata. Nel mirino ci sono cantine in Veneto, Toscana e Puglia, dove Iwb è già presente con le sue. Ma senza disdegnare nemmeno realtà della Spagna o in Francia, che permetterebbero di allargare l’offerta delle referenze da proporre ai clienti. (riproduzione riservata)