Il blindatissimo think tank di Mario Draghi muove i primi passi a Baden Baden
Il blindatissimo think tank di Mario Draghi muove i primi passi a Baden Baden
Ecco quali saranno le prossime mosse di Rhine Group, il pensatoio europeo dell’ex presidente della Bce con sede a Ginevra

di Luca Carrello e Camilla Conti 26/09/2026 10:00

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Mario Draghi ha riunito a Baden-Baden in Germania il suo gruppo europeo. Una rete ad alta densità di potere economico, accademico e tecnologico che dal 20 al 23 settembre si è ritrovata per la prima riunione del Rhine Group, il think tank fondato dall’ex presidente della Bce insieme a Patrick Collison, numero uno di Stripe.

Programma e contenuti della discussione sono protetti da rigidi accordi di riservatezza e del meeting teutonico giornali non ne hanno parlato, salvo MF-Milano Finanza del 23 settembre scorso. Le discussioni si svolgono secondo la Chatham House Rule e non vengono pubblicati verbali, lista delle presenze effettive o documenti preparatori.

Una confidenzialità che, se resterà la cifra del gruppo anche in futuro, rischia di alimentare il mistero attorno a una iniziativa che ha suscitato interesse solo all’inizio e che ha preso di sorpresa la stessa Commissione Europea.

Le anticipazioni e i quattro cantieri della competitività

Qualche traccia di ciò che si sono detti è emersa però da alcune fonti raccolte da Milano Finanza. A lasciarla in primo luogo è stato Luis Garicano, direttore esecutivo del gruppo, al termine dell’incontro blindatissimo durato ben tre giorni nella località termale tedesca.

Sul tavolo, ha spiegato con un post su X, sono finiti «gli elementi centrali dell’agenda per la competitività dell’Europa»: scienza di base, intelligenza artificiale e capacità di calcolo, cybersecurity, difesa, energia, imprenditorialità e start-up. Garicano ha indicato anche quattro cantieri: recuperare il ritardo europeo nella capacità di calcolo, sostenere università e istituzioni scientifiche anche esplorando una Rhine Chair in collaborazione con le università europee, lavorare sugli ostacoli al flusso di capitali verso gli imprenditori e istituire un programma di finanziamenti e contributi, «che illustrerò e annuncerò qui» (su X, ndr). Per ora, dunque, sono linee di lavoro, non decisioni operative.

I partecipanti al summit di Baden-Baden

Ma a rendere interessante il laboratorio è soprattutto chi siede al tavolo. Ci sono i Nobel Philippe Aghion e Bengt Holmström, l’ex ministro francese Bruno Le Maire, l’economista Benoît Cœuré, l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves. Il fronte tech comprende Xavier Niel (Iliad), Sebastian Siemiatkowski (Klarna), Tobi Lütke (Shopify), Bastian Nominacher (Celonis), Piotr Dabkowski (ElevenLabs). Nel gruppo figurano inoltre Carlos Torres Vila di Bbva, Laurence Boone e i direttori di Financial Times ed Economist, Roula Khalaf e Zanny Minton Beddoes.

Nutrita la pattuglia italiana: Andrea Pignataro di Ion, Luca Ferrari di Bending Spoons, Lucrezia Reichlin, Francesco Decarolis, Beatrice Weder di Mauro, Francesco Giavazzi, Vittorio Colao e Roberto Cingolani.

Un incrocio tra capitale, tecnologia, università e policy per accelerare l’agenda dell’ex capo della Bce, che è anche governatore onorario di Banca d’Italia, il cui ultimo libro si intitola proprio “Competere o sparire”.

Una cabina di regia riservata per l'Europa

Il Rhine Group, di cui anche a Bruxelles sanno molto poco, appare come una nascente scatola nera dell’aereo Ue per mettere in sicurezza missione, unione dei capitali e capisaldi giuridici. Lo rivela a Milano Finanza uno dei partecipanti al summit di Baden Baden. «È stata una tre giorni molto intensa e l’obiettivo del gruppo è davvero complesso anche se sfidante: costruire una sorta di cabina di regia sulle cose da fare per supportare l’azione europea in questo momento di forte tensione».

Primi risultati del Draghi group non ce ne sono stati ma sempre la stessa fonte ammette: «Ci siamo lasciati con ognuno di noi con dei compiti a casa da fare, vedremo se riusciremo a trasformare questi stimoli in qualcosa di praticabile concretamente». Il Rhine Group «è qualcosa di più di una regia, molto di più di un think tank: l’obiettivo è tenere insieme i pezzi e arrivare a qualcosa che possa aiutare concretamente la Commissione», spiega sempre la stessa fonte, che ricorda come il metodo sarà quello del lavoro condiviso: «Ognuno farà un pezzo e dovrà produrre documenti. Potrebbe portare a qualcosa, ma vediamo».

I timori politici e il confronto con le istituzioni Ue

Sullo sfondo c’è comunque una preoccupazione politica, perché il rischio di deflagrazione dell’Unione è grande, stretta tra guerre, crisi energetica e ritorno delle destre, come Afd in Germania. Insomma, se non è un nuovo whatever it takes o quanto meno una sua preparazione, poco ci manca.

Non tutti a Bruxelles sembrano apprezzare la nascita di una struttura che ragiona sulle debolezze dell’Europa fuori dal palazzo e punta poi a consegnare soluzioni già confezionate. Ma si tratta di frasi ancora a mezza bocca, visti i rapporti solidissimi tra Draghi e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che sul rapporto dell’ex premier sulla competitività conta moltissimo.

Il valore simbolico e strategico di Baden-Baden

Anche il luogo della riunione del Rhine Group evoca la storia recente d’Europa. Baden-Baden non è Berlino, non è Bruxelles e non è Francoforte. È abbastanza appartata da garantire discrezione, ma si trova nel cuore dell’asse economico continentale e a pochi chilometri dalla Francia. E ha già fatto da scenario alla diplomazia finanziaria internazionale: nel marzo 2017 vi si riunirono i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali del G20 sotto la presidenza tedesca.

La spiegazione può essere semplicemente logistica e simbolica. Se il Rhine vuol trasformare il rapporto Draghi da diagnosi a programma d’azione, cominciare lì significa anche bussare alla porta del Paese che più degli altri dovrà decidere se mettere soldi, industria e peso politico dietro quella ricetta. E in caso di escalation con la Russia sarebbe anche uno snodo strategico della Nato, esposto sul fronte logistico, energetico e industriale.

I precedenti storici: dal Britannia alle crisi finanziarie

Del resto, ogni volta che Draghi si ritrova a porte chiuse con banchieri, economisti e grandi interessi finanziari, la memoria corre anche ai passaggi più delicati della storia recente europea. Il precedente più evocato è quello del Britannia, il panfilo reale britannico sul quale il 2 giugno 1992 l’allora direttore generale del Tesoro intervenne davanti a esponenti della City e ai vertici dell’industria e della finanza italiana per discutere delle privatizzazioni. Poche settimane dopo, l’11 luglio, il governo Amato avviò la trasformazione in società per azioni di Iri, Eni, Ina ed Enel e prese corpo la grande stagione delle dismissioni pubbliche, iniziative che avrebbero messo in sicurezza il paese sull’orlo del baratro e in piena svalutazione della lira.

E il pensiero va anche alle riunioni riservate convocate alla vigilia della crisi dello spread: nel primo semestre 2011 Deutsche Bank ridusse da circa 8 a 1 miliardo l’esposizione ai titoli di Stato italiani, prima che la bufera sui Btp esplodesse. Poi arrivò il bazooka della Bce nel 2012 per salvare i titoli di stato e l’euro e non a caso alla guida dell’Eurotower era arrivato proprio Mario Draghi.

Insomma, anche se sulla carta si tratta di un’associazione di europeisti – ma domiciliata a Ginevra presso lo studio di una fiduciaria svizzera, quindi di diritto elvetico, e con il supporto anche della finanza spagnola – si ha l’impressione, sentendo anche alcuni ex presidenti del Consiglio, che sia un gruppo destinato a far parlare di sé se le cose in Europa dovessero peggiorare. Un pensatoio ma anche una centrale rischi, e in Svizzera, dove mettere in sicurezza i principi del trattato di Roma del 1957. Con la speranza che non debba mai servire. (riproduzione riservata)