Vertice Nato di Ankara, i retroscena dello strappo degli europei con Trump
Vertice Nato di Ankara, i retroscena dello strappo degli europei con Trump
La due giorni in Turchia parte in salita dopo gli attacchi di Trump a Meloni: alleati divisi sulla bozza del comunicato finale. E resta il nodo del ritiro delle truppe americane dall’Europa. Che cos’è la «diplomazia dell’adulazione» ideata da Rutte

di di Anna Di Rocco 06/07/2026 16:50

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Quello che si apre martedì 7 luglio ad Ankara non è un vertice come gli altri. I padroni di casa sono inquieti, l’asse tra i partner vacilla e l’ombra di Donald Trump - con il rischio tangibile che qualche leader finisca nuovamente nel mirino dei suoi proverbiali attacchi via social - si allunga sul tavolo dei negoziati.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, sono impegnati a fare di tutto per evitare il fallimento del summit. Perché prima ancora delle spese militari, dell’Ucraina o della produzione industriale per la difesa, gli alleati dovranno misurare la solidità del rapporto con gli Stati Uniti.

Anche per questo il clima alla vigila è stato segnato più da cautele che da certezze. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, i leader arriveranno al Complesso presidenziale di Bestepe senza un fronte comune. La bozza del comunicato finale, che tradizionalmente è un documento articolato in cui vengono definiti gli obiettivi politici dell’Alleanza, potrebbe ridursi a un paio di paginette. Niente di più. Il motivo? Evitare i dossier più divisivi e limare al minimo i punti sui quali potrebbero emergere frizioni tra Washington e gli alleati.

L’ombra di Putin e il retroscena dello strappo con Trump

Perché la variabile, nonché incognita principale, è sempre la stessa: Trump. Il presidente americano aveva lasciato intendere di non voler partecipare al summit, salvo poi spiegare di aver accettato l’invito come cortesia nei confronti di Erdogan. Tanto che gli unici colloqui bilaterali finora organizzati dall’amministrazione americana sono con il presidente ucraino, Volodymyr Zelenskyy, e il presidente siriano, Ahmad al-Sharaa.

Sul tavolo del vertice Nato, invece, l’elefante nella stanza è il futuro della presenza militare americana nel Vecchio Continente. Più che i numeri (circa 95 mila militari statunitensi dislocati in Europa, oltre 12 mila dei quali in Italia) preoccupa il significato politico di un ridimensionamento e il segnale che il ritiro delle truppe manda a Vladimir Putin.

La questione riguarda la credibilità dell’impegno americano verso l’Alleanza e la tenuta dei principi sanciti dal Trattato di Washington. Secondo quanto ricostruito dal Wall Street Journal, la vera rottura tra Europa e Stati Uniti avrebbe iniziato a consumarsi durante un vertice d’emergenza convocato a Bruxelles a fine gennaio scorso, dopo l’operazione statunitense in Venezuela e durante le minacce di Trump riguardo l’acquisizione della Groenlandia. In quell’occasione venne elaborata una strategia dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, descritta come «diplomazia dell’adulazione» (flattery diplomacy, ndr). Da lì sarebbe nata la formula di dare una vittoria al presidente americano alzando la spesa per la difesa al 3,5% del prodotto interno lordo.

L’Europa e il Canada hanno speso 280 miliardi di dollari in più in due anni

A Palazzo Bestepe sono, infatti, due i grandi nodi di giornata: accanto a quello strategico, c’è quello economico. Ankara sarà il primo banco di prova del nuovo percorso di aumento delle spese militari. Ieri, durante la conferenza stampa pre vertice, Rutte ha dichiarato che «gli europei e il Canada già spendono in media il 4% in difesa e in sicurezza» aggiungendo che se si guarda al 2025 e al 2026 «hanno speso 280 miliardi di dollari in più».

Secondo il Defense Brief realizzato da S&P Global Ratings, nel corso del 2025 il Paese che ha investito di più è stata la Polonia che ha destinato il 4,5% del proprio prodotto interno lordo in difesa, seguita da Lettonia (3,6%) ed Estonia (3,4%). Ma nell’arco di pochi mesi le cose sono già cambiate. La Germania, lo scorso anno, si collocava all’undicesimo posto con il 2,3% del pil, ma il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente annunciato che il Paese raggiungerà «già nel 2029» il 3,5% alla difesa, in linea con la strategia di riarmo firmata dal ministro Boris Pistorius.

L’Italia di Giorgia Meloni - che atterrerà in Turchia con il peso mediatico di essere l’ultima vittima delle provocazioni di Trump - si presenta con un livello di spesa indicato per il 2026 al 2,8% del pil. Ma la posizione del Paese, ribadita anche ieri dal ministro Guido Crosetto, è molto chiara: «Se nei prossimi anni dovremo aumentare gli investimenti in difesa, dobbiamo far sì che portino una crescita militare ma soprattutto tecnologica, di welfare di produzione». (riproduzione riservata)