Venture debt, così si prova a far crescere i nuovi unicorni europei: parla il dirigente Bei, Alessandro Izzo
Venture debt, così si prova a far crescere i nuovi unicorni europei: parla il dirigente Bei, Alessandro Izzo

di di Alberto Mapelli 15/05/2026 21:00

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Un’ulteriore leva per creare campioni europei dell’innovazione e, auspicabilmente, farli crescere e quotare in Europa. È la direttrice lungo la quale la Banca Europea per gli Investimenti sta sviluppando la strategia di venture debt, che in dieci anni ha immesso nelle startup europee 8 miliardi di euro.

Domanda. Alessandro Izzo, responsabile Bei per le operazioni di equity, growth capital e project finance; quali differenze ci sono nel mercato del venture debt tra Europa e Usa?

Risposta. Negli Usa il venture debt è un mercato molto maturo: vale circa 25 miliardi di dollari ed è pienamente integrato nell’ecosistema, soprattutto nelle fasi di scale-up. In Europa il mercato è più giovane e oggi, considerando anche Regno Unito e Israele, vale 18 miliardi. Negli Usa però il venture debt comprende strumenti molto diversi, spesso garantiti o strutturati, mentre in Europa prevale un modello di debito puro, spesso unsecured. Ciò porta a condividere il rischio sulla qualità della tecnologia e del progetto più che sul collaterale. Anche gli operatori sono differenti: negli Usa dominano player privati mentre in Europa il ruolo degli investitori istituzionali è centrale.

D. Bei è tra i maggiori attori nel venture debt in Europa. Quali settori e quali imprese guardate con maggiore attenzione?

R. Il nostro focus è sostenere la prima fase di crescita dopo il seed investment, quando spesso le imprese europee incontrano difficoltà nel reperire capitali. Dal punto di vista settoriale ci concentriamo su tecnologie che rafforzino competitività e autonomia strategica europea: biotech, green tech, robotica, AI e deep tech. Il prodotto di venture debt sviluppato dalla Bei ha caratteristiche specifiche: scadenze lunghe, interessi differiti e una remunerazione legata anche a warrant o opzioni di partecipazione al capitale. E lavoriamo sempre di più su strumenti convertibili.

D. La situazione geopolitica ha aumentato il vostro interesse per difesa e sicurezza?

R. La Bei è sempre stata interessata a tecnologie utilizzabili anche nella sicurezza allargata, dall’energia alle tlc fino alla robotica. Oggi il focus è sempre più sulla tecnologia in sé e meno sull’utilizzo: se prima dovevamo investire su progetti i cui ricavi derivassero almeno per il 50% da usi civili, oggi questo limite non c’è più. Restano esclusi investimenti nella produzione di armi e munizioni, ma il nuovo quadro permette di sostenere con maggiore flessibilità imprese innovative attive nella sicurezza e nella resilienza europea.

D. Quanto ha investito finora la Bei tramite venture debt?

R. Dal 2015 abbiamo investito 8 miliardi in 350 operazioni e più di 50 exit di successo. Negli ultimi due anni il volume annuo si è attestato tra 1 e 1,2 miliardi, ritmo che vogliamo mantenere. L’obiettivo ora è crescere ulteriormente nel segmento scale-up, con ticket tra 40 e 80 milioni destinati a società con valutazioni da unicorno. L’idea è accompagnarle verso la quotazione, idealmente su mercati europei, con strumenti meno diluitivi rispetto all’equity tradizionale.

D. Che ruolo gioca il gruppo Bei, che include anche il Fondo Europeo per gli Investimenti, nel mobilitare capitali privati continentali?

R. Il gruppo Bei ha un ruolo chiave nel catalizzare investimenti privati e pubblici. Uno degli obiettivi principali è creare strumenti che permettano alle imprese europee di continuare a raccogliere capitali continentali anche nelle fasi più avanzate della crescita, così che queste crescano e stiano in Europa. Attraverso progetti come la European Tech Champion Initiative, un fondo di fondi da 3,9 miliardi con capitali raccolti dalla Bei e alcuni Paesi membri tra cui l’Italia, il Fei ha contribuito a creare 15 mega-fondi europei da oltre un miliardo, incluso Fsi II in Italia, che a loro volta hanno investito in oltre 40 scaleup europee, tra cui 11 unicorni. Stiamo ora lavorando alla fase 2.0 di questa iniziativa che coinvolgerà anche fondi privati, con l’obiettivo di mobilitare circa 15 miliardi. La fase 2 continuerà a investire in mega-fondi da 1 miliardo ma anche in fondi con target di raccolta tra 300 e 400 milioni, più adatti alle dimensioni di alcuni mercati come quello italiano. (riproduzione riservata)