Quindici nomi in un elenco diffuso online dalla Farnesina. Sono le società italiane che risultano attive in Venezuela e i loro profili spaziano dalla silhouette lussuosa di Ferrari alle costruzioni di Ghella. Circoscrivendo la ricerca ai gruppi quotati a Piazza Affari rimangono cinque aziende: Eni, Saipem, una società del gruppo Webuild, il Cavallino e Trevi.
Il caso più noto è quello di Eni. La compagnia guidata da Claudio Descalzi è impegnata in diverse joint venture nel Paese. Le principali sono PetroJunin (di Eni al 40%), PetroBicentenario (40%), PetroSucre (26%) e Cardon IV (50%), attraverso le quali il gruppo italiano partecipa alla gestione del blocco Junín-5 (le prime due), del campo off-shore Corocoro e di quello di Perla.
Il partner è la compagnia petrolifera statale venezuelana Pdvsa, con l’eccezione di Cardon IV. In questo caso il 50% restante è in mano alla spagnola Repsol. Nel complesso Eni ha prodotto circa 62 mila barili di petrolio equivalente al giorno in Venezuela nel 2024, pari al 3,5% del totale, ma nel frattempo la situazione è cambiata. Negli ultimi giorni, secondo quanto riportato da Reuters, Pdvsa ha chiesto ad alcune joint venture di rallentare perché la paralisi delle esportazioni imposta dagli Stati Uniti ha fatto aumentare di molto le scorte, mentre i diluenti sono quasi esauriti.
Eni inoltre ha circa 3 miliardi di euro di crediti nei confronti di Pdvsa che non può più compensare in greggio, come invece faceva nel 2024, dal momento che gli Stati Uniti hanno sospeso le autorizzazioni temporanee che permettevano le operazioni fino a marzo 2025. Da anni, infatti, il Venezuela è oggetto di diverse sanzioni da parte di Washington che limitano le attività nel settore energetico.
All’estrazione è legata anche l’attività di Saipem, che, secondo quanto ricostruito da MF-Milano Finanza, presidia il mercato sudamericano attraverso la controllata Petrex con sede legale in Perù. Tuttavia, al momento il gruppo non ha contratti attivi in Venezuela e i progetti nel Paese risultano conclusi.
Inoltre, nel 2026 Saipem dovrebbe completare la fusione con la norvegese Subsea7 che ha rapporti stretti - nella forma di contratti multimilionari per progetti offshore in tutto il mondo - con il colosso petrolifero statunitense Chevron, unico player americano ancora attivo in Venezuela e beneficiario di una licenza speciale che lo mette al riparo dalle sanzioni. Chevron è già partner di Saipem in due progetti, uno relativo al giacimento di Jansz-Io Compression in Australia e l’altro (in consorzio) per lo sviluppo delle riserve Quiluma & Maboqueiro in Angola.
Restando in ambito energetico, nell’elenco c’è invece un’altra società del gruppo Eni: Supermetanol, attiva nella produzione di metanolo, il cui controllo è diviso tra Ecofuel (Eni) e la compagnia petrolchimica venezuelana Pequiven.
Un altro settore in cui operano le imprese italiane a Caracas è quello delle infrastrutture. In questo comparto rientra Trevi (partecipata da Cdp Equity), il gruppo che ha realizzato, ad esempio, i piloni dell’Arena di Santa Giulia a Milano per le prossime Olimpiadi invernali ed è impegnato nell’estensione della metro di Barcellona, oltre che in numerosi progetti infrastrutturali in tutto il mondo.
In Venezuela risulta attiva la divisione Trevi Cimentaciones, anche se l’America Latina rappresenta una quota limitata del fatturato: solo il 5% per Trevi e il 10% per la controllata Solimec nel 2024.
In Venezuela Trevi ha partecipato negli ultimi decenni al potenziamento della raffineria di Puerto La Cruz (iniziato nel 2011), alla ristrutturazione della Diga di Borde Seco (2003-2006) e ai lavori sulla ferrovia Caracas-Cúa (1997-2005), effettuati con un consorzio che all’epoca comprendeva anche Impregilo, Astaldi e Ghella. Quest’ultima risulta ancora operativa in Venezuela, mentre le altre due imprese sono oggi parte del gruppo Webuild.
Inglobando Astaldi nel 2020, Webuild ha ereditato anche la sussidiaria Astaldi de Venezuela. In più, il gruppo ha una quota in un consorzio di imprese italiane per progetti ferroviari in Venezuela, con la partecipazione anche di Ghella, ma l’attività è stata segnata da diverse dispute legali.
Nell’ultimo bilancio annuale, relativo al 2024, Webuild ha inoltre svalutato i crediti verso il governo venezuelano, pari a 311 milioni, accantonando un fondo svalutazione crediti di quasi 485 milioni di euro totali.
Infine, il Cavallino rampante. La società di Maranello ha un concessionario ufficiale in Venezuela dove - come si legge sul sito di Ferrari Caracas - è presente dal 1959, anno di apertura del primo showroom locale. (riproduzione riservata)