Il Venezuela potrebbe detenere una riserva segreta di bitcoin del valore di circa 60 miliardi di dollari, una delle più ricche del mondo, poco meno di quanto detenuto da Strategy, la società di Michael Saylor quotata al Nasdaq.
Si vocifera che fin dal 2018 il Venezuela converta in bitcoin i proventi derivanti dalla vendita di oro e petrolio. E poiché l’arresto dell’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro è stato presentato dagli americani come un'operazione di polizia, Donald Trump ora potrebbe teoricamente sequestrare il tesoro venezuelano, che ammonterebbe a circa 600.000 bitcoin, per metterlo nella riserva strategica degli Stati Uniti. Tale mossa ridurrebbe il numero di bitcoin in circolazione, con la conseguenza che il prezzo della criptovaluta dovrebbe salire.
Come si vede, il tesoro nascosto di Maduro sarebbe talmente ingente da diventare uno dei motivi principali dell’attacco americano. Al punto da far dire a qualche osservatore che l’attacco al Venezuela potrebbe essere ricordato come la prima guerra del bitcoin della storia.
A rendere più complicata la situazione sono le dichiarazioni della leader dell'opposizione, María Corina Machado: la Premio Nobel per la Pace ha suggerito che un futuro governo democratico in Venezuela potrebbe integrare ufficialmente bitcoin nelle riserve nazionali per ricostruire la ricchezza del Paese. Queste parole fanno pensare che il tesoro di Maduro esista davvero.
Secondo Bradley Hope e Clara Preve, del sito Whale Hunting, per anni Maduro e la sua cerchia avrebbero sistematicamente saccheggiato il Venezuela, appropriandosi di miliardi di dollari di proventi petroliferi, riserve auree e beni statali, per poi convertirli in gran parte in criptovalute. Una mossa quasi inevitabile, quest’ultima, visto che da anni il Paese latinoamericano è colpito da pesanti sanzioni che lo escludono dai circuiti della finanza tradizionale.
Ora gli Stati Uniti potrebbero congelare il wallet che contiene il tesoro segreto di Maduro. Ma per averne la piena disponibilità, ovvero poter muovere i bitcoin lì custoditi, bisogna appropriarsi della chiave privata del wallet. La quale potrebbe essere nelle mani di Alex Saab, attuale ministro venezuelano del Potere Popolare per le Industrie e la Produzione Nazionale. Secondo Hope e Preve, sarebbe proprio lui la mente dell’operazione bitcoin.
Saab è un imprenditore nato in Colombia da una famiglia di origini libanesi. Naturalizzato venezuelano, nel 2020 è stato arrestato a Capo Verde per poi essere estradato negli Usa nel 2021. I procuratori statunitensi lo hanno accusato di aver trasferito 350 milioni di dollari dal Venezuela a conti esteri. Nel dicembre 2023 Saab è stato liberato in uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Venezuela dopo che i colloqui tra le due amministrazioni erano stati facilitati dal Qatar.
Di Saab si è parlato anche in Italia quando sua moglie, Camilla Fabri, cittadina italiana, è stata indagata e colpita da un ordine di custodia cautelare per reati di riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di beni.
Il caso principale che la vede protagonista riguarda l'acquisto di un appartamento per circa 5 milioni di euro in via Condotti a Roma nel 2019. Gli inquirenti hanno ritenuto sospetto che Fabri, formalmente una commessa part-time con un reddito dichiarato di circa 1.800 euro al mese, potesse permettersi un immobile di tale valore. Secondo l'accusa, le somme utilizzate per gli acquisti in Italia provenivano dalle attività illecite del marito legate alla corruzione e alle malversazioni nel programma venezuelano di aiuti alimentari. Attualmente Fabri si trova in Venezuela, dove è diventata viceministra per la Comunicazione Internazionale.
E proprio ieri è stata diffusa la notizia che lo scorso 30 ottobre Saab e la moglie hanno patteggiato con i giudici italiani. All’uomo è stata inflitta una pena di un anno e due mesi di reclusione per riciclaggio, alla donna di un anno e sette mesi. (riproduzione riservata)