Vendite sui titoli di Stato: Treasury oltre il 5%, Europa e Italia verso minor offerta di debito?
Vendite sui titoli di Stato: Treasury oltre il 5%, Europa e Italia verso minor offerta di debito?
La volatilità sull'obbligazionario, alimentata dall’aumento del petrolio, può scoraggiare operazioni sindacate. Generali Investments: ecco come cambia l’asset allocation

di Luca Carrello e Francesca Gerosa 18/05/2026 11:30

Ftse Mib
48.451,25 14.15.40

-1,35%

Dax 30
24.143,64 14.15.53

+0,81%

Dow Jones
49.526,17 13.18.00

-1,07%

Nasdaq
26.221,52 7.25.15

-1,54%

Euro/Dollaro
1,1642 14.00.53

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Spread
76,56 14.30.38

-0,71

Ondata di vendite sui titoli di Stato globali, mentre lo stallo sul conflitto in Iran spinge al rialzo i prezzi del petrolio, alimentando le preoccupazioni sull’inflazione e aumentando le scommesse sul fatto che le banche centrali dovranno mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo. Sono gli effetti della nuova possibile escalation in Iran, preannunciata da Donald Trump se Teheran non troverà presto un accordo con gli Stati Uniti. La tensione dei bond sovrani, con i prezzi giù e i rendimenti in decisa ripresa (i due movimenti sono opposti, se sale uno scendono gli altri) sarà tra i temi all'esame del G7 dei ministri delle Finanze in corso oggi, 18 maggio, e domani, 19, a Parigi. Alla domanda se fosse preoccupata per il forte sell-off sui mercati obbligazionari, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha detto al suo arrivo a Parigi per la riunione del G7: «Mi preoccupo sempre, è il mio lavoro!».

Treasury 30 anni sopra il 5%

Il 18 maggio il Treasury trentennale americano ha superato il 5%, arrivando al 5,148%, avvicinandosi ai massimi del 2023. Dai minimi di fine febbraio il rendimento è salito di 53 punti base dal 4,6% al 5,1%. E quello del decennale si è portato al 4,6%. «Non è un movimento tecnico. È il ritorno di temi che il mercato sperava di essersi lasciato alle spalle: inflazione, debito e costo del capitale», sottolinea, Gabriel Debach, market analyst di eToro

Titoli di Stato giapponesi al top dal 1999

Anche i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi hanno accelerato lungo tutta la curva, con il rendimento del trentennale ai livelli più alti dal 1999 (4,1%) e quello dei titoli a 10 e 20 anni sui massimi degli ultimi trent’anni. A pesare sul sentiment contribuiscono le indiscrezioni secondo cui il governo starebbe valutando un bilancio supplementare finanziato attraverso un ulteriore emissione di debito pubblico. Il primo ministro, Sanae Takaichi, starebbe spingendo per nuove misure fiscali a sostegno dell’economia, aumentando, però, le preoccupazioni degli investitori sulla sostenibilità fiscale del Giappone.

Sell-off anche sui governativi europei

Ma gli impatti maggiori si notano in Europa, più esposta alla crisi in Medio Oriente vista la minor indipendenza energetica rispetto agli Usa. Così, la mattina del 18 maggio, il rendimento del Bund decennale tedesco è salito al 3,19% (ai massimi dal 2011) e quello del Btp a 10 anni italiano al 3,98%, dopo aver toccato quota 4% nei primissimi scambi, sui massimi da fine marzo. Il che porta lo spread con il Bund a quasi 80 punti base (77,3 punti base; il 15 maggio S&P ha lasciato invariato il proprio giudizio sull’Italia a BBB+ con un outlook positivo, come deciso lo scorso gennaio).

E se gli Oat francesi stessa scadenza volano al 3,95%, solo i Gilt britannici sembrano rifiatare, rimanendo comunque sopra la soglia psicologica del 5% (al 5,14%), vicino ai massimi degli ultimi 18 anni, mentre tiene banco la possibile sostituzione del premier, Keir Starmer, dopo la sconfitta nelle elezioni in Galles. L'eventualità di un primo ministro più orientato a sinistra alimenta i timori per la fragilità dei conti pubblici britannici, facendo salire i rendimenti dei gilt. Se i dati sull’inflazione di mercoledì 20 maggio dovessero mostrare un ulteriore aumento e i mercati iniziassero a prezzare una Bank of England ancora più restrittiva quest’anno, le vendite sui titoli di Stato britannici potrebbero avere ancora margini per proseguire.

La colpa è della risalita del prezzo del petrolio dovuta al conflitto tra Usa e Iran e alla successiva chiusura dello Stretto di Hormuz, dove transita un quinto degli idrocarburi mondiali. Le trattative tra i due Paesi non procedono nel verso giusto, così Trump è tornato a minacciare nuovi attacchi dopo il suo viaggio di Stato in Cina, terminato con un nulla di fatto sul fronte del conflitto in Medio Oriente.

Il future sul Brent tratta a 110,14 dollari al barile (+0,81%) e quello sul Wti a 102,10 dollari (+1%). Livelli che rischiano di far schizzare l’inflazione (negli Stati Uniti è già salita al 3,8% ad aprile e in Italia al 2,7%), costringendo così le banche centrali ad alzare i tassi d’interesse e a rallentare una crescita che, almeno in Europa, non è già troppo brillante. Uno scenario che i titoli di Stato hanno già iniziato ad anticipare.

Come cambia l’asset allocation secondo Generali Investments

Ma non è solo lo shock energetico a preoccupare gli esperti. «I venti contrari provenienti dall’Iran si stanno scontrando con i venti favorevoli del boom dell’intelligenza artificiale – una combinazione poco favorevole per il mercato obbligazionario, come abbiamo recentemente ribadito. Consideriamo il boom dell’AI come uno shock positivo dal lato dell’offerta che, nel tempo, potrebbe contribuire a contenere l’inflazione; nel breve periodo, tuttavia, si configura come uno shock di domanda che la sta alimentando, non da ultimo attraverso l’aumento dei prezzi dei chip di memoria», spiega Vincent Chaigneau, head of research di Generali Investments

Nel breve termine, i tassi potrebbero oscillare in funzione dell’andamento del petrolio; eventuali segnali di riapertura delle rotte nello Stretto di Hormuz contribuirebbero a stabilizzare il mercato e interrompere la dinamica negativa. Tuttavia, «l’ultima fase del sell-off non è attribuibile esclusivamente al petrolio. Le pressioni inflazionistiche sono infatti multi-fattoriali», continua Vincent Chaigneau per il quale i rendimenti reali sui Treasury a 10 anni, poco sopra il 2%, iniziano a risultare interessanti, ma si collocano ancora nella fascia centrale del range degli ultimi tre anni (1,50%-2,50%).

Le aspettative di inflazione di lungo termine sono aumentate di recente, ma potrebbero non riflettere pienamente i rischi inflazionistici, inclusi i crescenti timori sull’indipendenza delle banche centrali. «A questi livelli, siamo orientati a neutralizzare la nostra posizione difensiva sulla duration, in particolare sull’euro, pur mantenendo una view orientata a ulteriori rialzi dei rendimenti statunitensi nel breve periodo», suggerisce Chaigneau. «Sul fronte azionario, riduciamo tatticamente l’allocazione a neutral. Continuiamo, invece, a vedere resilienza nel credito (sovrappeso), sostenuto dall’accelerazione degli investimenti in capitale che mantiene solida l’attività economica globale e da livelli elevati di yield to worst che supportano la domanda».

Probabile offerta più ridotta nell’area euro

A causa del contesto geopolitico molto difficile l’offerta nell’area euro dovrebbe ridursi leggermente questa settimana rispetto alla scorsa sia in termini di ammontare: 37 miliardi da poco più di 40, che di duration. La prospettiva di una rinnovata volatilità sull'obbligazionario, alimentata dall’aumento delle quotazioni del greggio, potrebbe scoraggiare operazioni sindacate. Allo stesso tempo, però, visto il protrarsi della guerra contro l'Iran, non si può escludere che gli emittenti vogliano anticipare i collocamenti per evitare condizioni potenzialmente peggiori in seguito.

La Spagna resta il principale candidato con un nuovo titolo a 10 anni, stima Ifr che cita la possibilità di un nuovo decennale anche da parte francese, oltre che di un 20 anni portoghese e un 15 anni greco. Anche l’Italia potrebbe muoversi con un nuovo trentennale o, più probabilmente, un nuovo titolo indicizzato all’inflazione destinato al retail. Dopo aver collocato via sindacato a metà aprile 10 miliardi di euro del Btp luglio 2036 e 3,5 miliardi del Btpei febbraio 2046, tuttavia, il Tesoro potrebbe voler lasciare più tempo agli investitori per assorbire la carta prima di tornare sul mercato. (redazione riservata)