Palazzi prestigiosi, iconici, affascinanti: un’attrattiva senza pari per chi predilige l’investimento nel mattone. Ma che possono portare anche guai. In Vaticano l’hanno imparato a loro spese. E i guai Oltretevere potrebbero non essere finiti, nonostante i ripetuti scandali come quello del Palazzo di Londra, perché altre avventure del passato tornano alla ribalta. Una recente sentenza di un tribunale di Malta, che mantiene congelati 29,5 milioni dello Ior presso la Banca Popolare di Sondrio, riaccende così i riflettori su una vicenda che sembrava ormai confinata negli archivi, ovvero l’investimento nell’ex palazzo della Borsa a Budapest, in Ungheria.
Un affare iniziato male e continuato peggio, che potrebbe costare molto caro alla banca del Papa: se le cose finissero davvero male, lo Ior rischia anche 135 milioni di euro di condanna al risarcimento dei danni. È una cifra mai emersa finora e che inizia a preoccupare, perché dopo anni di liti nei tribunali la sentenza è attesa subito dopo l’estate, tra settembre e ottobre.
Una decisione incidentale risale a poche settimane fa: il giudice di Malta Doreen Clarke ha deciso di non dissequestrare 29,5 milioni allo Ior, la banca del Vaticano autrice di un’intricata operazione finanziario-immobiliare che ha attraversato ben tre papati: quello di Benedetto XVI quando nel 2013 venne avviata, quello di Francesco che con la sua azione di pulizia l’ha contrastata tramite lo Ior nei tribunali di mezza Europa, e ora quello di Leone XIV, che dovrà affrontare a breve le conseguenze delle decisioni giudiziarie.
Ci sono voluti oltre cinque anni per arrivare a questa pronuncia di dettaglio a Malta: il dissequestro dei soldi è stato negato allo Ior perché non avrebbe utilizzato per la richiesta il formulario previsto per gli ordini di sequestro europei. Una formalità che i legali dello Ior starebbero per contestare in appello. Ma fa capire quanto la partita sia combattuta.
La posta in gioco nei tribunali tra Malta, Budapest e Lussemburgo va ben oltre quella cifra e potenzialmente è in grado di azzoppare le sempre magre finanze d’Oltretevere: i 135 milioni sono il totale dei danni lamentati dal fondo nel quale aveva investito lo Ior sotto la direzione degli ex manager Paolo Cipriani (dg) e Massimo Tulli (vice dg), poi condannati in sede civile dal tribunale d’appello vaticano a restituire allo Ior 40 milioni di euro.
Un rapido passo indietro è necessario per fissare i punti chiave di questo braccio di ferro ultra decennale. Nel 2012-2013 lo Ior investe 223 milioni nel fondo Ad Maiora della maltese Futura Funds Sicav gestito dalla sgr lussemburghese Optimum asset management, guidata dal finanziere Alberto Matta.
Quello di Malta, chiamato “Kappa”, è uno dei vari comparti dei fondi di Optimum nel quale la banca vaticana ha investito. Ce n’è un altro negli Stati Uniti, l’Evolution Fund Usa Property 1, che ha causato altri mal di testa Oltretevere: la perdita complessiva registrata è stata di oltre il 90%. Anche su questo mancato affare immobiliare lo Ior vuole andare a vedere più a fondo, come rivelato da Milano Finanza lo scorso 8 agosto. Insomma i rapporti tra gestore e cliente sono tutt’altro che idilliaci.
L’operazione Budapest appariva complessa fin dall’inizio: semplificandola, Kappa avrebbe dovuto acquistare npl da convertire in azioni della società detentrice dell’ex palazzo della Borsa di Budapest. Ma lo Ior preferì non seguire quella strada speculativa e così Kappa rilevò direttamente il 90% della società (la ungherese Tif (Tozsdepalota Kft) per 32 milioni. Lo Ior versò i primi 17 milioni sui 41 di impegno complessivo. Solo che poi scoprì che a vendere al fondo Kappa era stato un veicolo lussemburghese, il Cougar Real Estate (controllato da tre holding a Panama, Dubai e Delaware) che appena nove giorni prima aveva comprato gli npl da Enasarco. Costo: 20,4 milioni. Con la conversione dei crediti in azioni aveva guadagnato quasi 12 milioni di euro, più di 1 al giorno.
Nel novembre 2013 lo Ior presieduto e guidato ad interim da Ernst von Freyberg rifiutò gli ulteriori versamenti e iniziò a contestare l’operazione. Il nuovo dg Gian Franco Mammì, arrivato nel 2015, volle vederci ancora più chiaro e chiese indietro i soldi. Ma il fondo rifiutò rivendicando la regolarità dell’operazione. Inevitabile il ricorso alle carte bollate.
Lo Ior nel 2017 citò il fondo a Malta chiedendo anche i danni: «Un servizio simile lo offre qualsiasi banca a pochi euro, non a 12 milioni per alcuni giorni di lavoro», era il commento che si raccoglieva negli ambienti vaticani. Da lì l’inizio della guerra, con un intreccio di cause reciproche tra Malta, Lussemburgo e, più di recente, Ungheria.
Lo Ior rivuole i suoi soldi ma a sua volta il fondo lamenta in sede riconvenzionale l’inadempimento degli impegni della banca vaticana a versare altri milioni nel fondo. E non solo: chiede i danni per non aver potuto vendere il palazzo a causa del blocco imposto via tribunale maltese dallo Ior. Se avesse versato le quote, è la tesi, il progetto di riqualificazione dello Exchange Palace sarebbe terminato nel 2016 e l’immobile sarebbe stato venduto nel 2018 per 140 milioni di euro.
Invece, una volta ottenuto lo sblocco, il palazzo è stato venduto a un prezzo molto più basso, per i problemi di immagine dall’essere in lite con il Vaticano, sostiene il fondo che vuole i danni anche per i mancati guadagni. Ma c’è anche una causa specifica per questi presunti danni reputazionali subiti dal fondo e dal suo gestore Matta in corso dal 2024 in Lussemburgo dove, secondo quanto risulta a Milano Finanza, è stata rigettata l’eccezione di giurisdizione sollevata dallo Ior: la lite insomma andrà avanti.
Per la quantificazione dei danni, Optimum e Futura si sono rivolti a Kpmg. Secondo quanto emerge dalle perizie di parte che Milano Finanza ha potuto leggere, sulle base dell’accoglimento delle ipotesi indicate dal fondo una prima analisi, del 2022, individua danni attorno a 51 milioni di euro, anche per gli impatti negativi ricorrenti significativi per la struttura, rimasta di fatto congelata.
Una seconda perizia del 2023 aggiunge altri 37 milioni di danni stimati per Optimum e 13,5 milioni per il gestore Matta, legati anche al crollo delle sottoscrizioni. L’ultima del 2025, la più recente, calcola ulteriori danni tra 1,5 e 2 milioni per il fondo e la società Cougar e altri 1,5 milioni per la società di gestione, in seguito all’impossibilità di vendere il palazzo tra il 2023 e il 2024.
I vari procedimenti in corso a Malta, riuniti davanti allo stesso giudice, stanno per concludersi: l’11 giugno sono attese le ultime memorie e per il 25 dello stesso mese è fissata la discussione finale, in modo da arrivare a sentenza per settembre-ottobre di quest’anno.
Nel frattempo quello splendido palazzo di inizio Novecento al centro di Budapest di fronte all’ambasciata americana è stato acquistato a dicembre 2024 da una società del gruppo Liberty riconducibile al finanziere Istvân Tiborcz, genero dell’ex presidente ungherese Viktor Orbán, per circa 34 milioni di euro (più un eventuale earn-out). Un prezzo che in Vaticano considerano «vile». Ma è il fondo di Matta a volere risarciti dallo Ior quei soldi persi.
Anche qui c’è una una perizia finora rimasta riservata, che fissa alcune cifre dei danni presuntivamente subiti dal fondo. E sono molto ingenti. Péter Gero, un esperto del mercato immobiliare nominato su richiesta di Fit, la società proprietaria dell’immobile, da un notaio di Budapest nell’ambito di una procedura precedente alla lite, ha stabilito a maggio 2025 che il danno subito dal fondo nel ritardo e poi nella vendita del palazzo a un prezzo più basso dell’offerta inizialmente ricevuta - e ostacolata dallo Ior - è stato di 21,5 milioni di euro, compresi gli extra-costi operativi.
La causa vera e propria è cominciata circa un mese fa in Ungheria; lo Ior deve ancora replicare alle accuse. Ma i tempi dovrebbero essere brevi. È stato adottato un procedimento accelerato che dovrebbe portare a sentenza entro dodici mesi dall’inizio della lite, dunque anche in questo caso entro pochi mesi.
Ma anche lo Ior ha carte da giocare: nell’ottobre 2024 ha ottenuto a Malta il sequestro di beni per 25 milioni a carico di Futura Investment Management e dello stesso Matta, ma non sarebbe riuscito ad aggredire alcun bene sull’isola. A complicare ulteriormente il quadro, secondo quanto risulta a Milano Finanza, ci sarebbe anche un’inchiesta della magistratura vaticana.
Nel 2025, come rivelato da questo giornale, il promotore di giustizia aveva sequestrato 11,2 milioni di euro in Svizzera su un conto riconducibile al comparto Alpha Plus di Futura Funds Sicav su richiesta del Promotore di giustizia della Santa Sede. Ora le indagini sarebbero a una svolta. E lo Ior potrebbe rivendicare anche in quella sede i danni che sostiene di aver patito: in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung di febbraio 2025 l’ormai ex presidente Jean-Baptiste Douville De Franssu li ha quantificati tra 17 e 46 milioni di euro.
In questo contesto si inserisce la partita delle nomine dentro la banca vaticana. Lo scorso marzo Papa Leone ha scelto come presidente il banchiere lussemburghese François Pauly al posto del francese De Franssu. Il prossimo novembre sarà rinnovata la poltrona più importante: quella del direttore generale Gian Franco Mammì, in carica dal novembre 2015 e ora in procinto di lasciare per limiti di età.
Il banchiere vaticano è colui che fin da subito, forte dell’appoggio di Papa Francesco, ha contestato l’intera operazione chiedendo ai tribunali di Malta, dove il fondo ha giurisdizione, la restituzione di quanto versato fino ad allora: non meno di 17 milioni, più gli eventuali danni. Ora toccherà al nuovo vertice gestire la parte finale di questa controversia lunga 13 anni, quando arriveranno le sentenze. Nel bene e nel male. (riproduzione riservata)