Da rifare il processo in Vaticano al cardinale Angelo Giovanni Becciu per il cosiddetto «scandalo del palazzo di Londra» e la gestione dei fondi riservati della Segreteria di Stato. La Corte d’appello martedì 17 con un’ordinanza di 16 pagine ha dichiarato la «nullità relativa» del processo di primo grado e ha ordinato «la rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio, senza più omissis.
I giudici dell’appello (presidente monsignor Alejandro Arellano Cedillo, giudice relatore Massimo Massella Ducci Teri giudice relatore, a latere Riccardo Turrini Vita) hanno accolto le istanze delle difese degli imputati che avevano sollevato la nullità del processo di primo grado per il mancato deposito degli atti integrali dell’inchiesta, arrivati nel fascicolo pieni di omissis, da parte del promotore di giustizia Alessandro Diddi, peraltro escluso dalla conduzione dell’accusa in secondo grado.
La sentenza di primo grado del 16 dicembre 2023 resta comunque valida così come i suoi effetti, a cominciare dalle condanne inflitte agli imputati, ma si rifarà il dibattimento. I tempi potrebbero essere lunghi: nel primo grado sono state celebrate 86 udienze.
In primo grado sono stati condannati dal tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone il cardinale Becciu (5 anni e sei mesi di reclusione, Raffaele Mincione, (5 anni e 6 mesi), Enrico Crasso (7 anni), Fabrizio Tirabassi (7 anni e 6 mesi), Nicola Squillace (1 anno e 10 mesi, pena sospesa), Gianluigi Torzi (6 anni) e Cecilia Marogna (3 anni e 8 mesi), ma solo per alcuni dei capi di imputazione per peculato. Multa da 1.750 euro per Tommaso Di Ruzza e Renè Brulhart, assolto monsignor Mauro Carlino.
Un ulteriore punto sollevato dalle difese, accolto dai giudici, riguarda la mancata tempestiva pubblicazione dei Rescripta di Papa Francesco, con i quali sono state introdotte modifiche al codice di procedura penale, in particolare il rescriptum del 2019 che autorizzava il promotore a compiere atti d’indagine come intercettazioni e arresti senza il via libera del giudice istruttore. Essendo una norma, andava pubblicata perché fosse efficace.
Il caso è del tutto senza precedenti, riconoscono i giudici nell’ordinanza. Ora si riparte praticamente da capo. Dopo questa vittoria, le difese punteranno a far considerare nulli gli atti istruttori compiuti in conseguenza dei passaggi censurati dai giudici di appello: uno fra tutti, il clamoroso arresto in Vaticano del broker Gianluigi Torzi nel giungo del 2020, che rimase in custodia cautelare per 8 giorni dentro la gendarmeria del Vaticano, con interrogatori ed estrazione di dati dalle chat. L’ordinanza parla di «alcuni atti». Ma non chiarisce quali. Sarà un tema di discussione. Che fine faranno questi atti adesso, si chiedono i legali?
Ora il promotore ha tempo fino al 30 aprile per depositare gli atti integrali, le difese possono presentare prove a difesa entro il 15 giugno e il 22 giugno ci sarà un’udienza per fissare il nuovo dibattimento.
«Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto di difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto», affermano gli avvocati del cardinale Angelo Becciu, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. «La Corte ha dichiarato anche l’illegittimità di alcuni atti istruttori adottati sulla base del rescritto del 2 luglio 2019, perché adottati sulla base di un atto di natura legislativa, non pubblicato e rimasto segreto agli accusati fino all'inizio del processo».
Per l’avvocato Cataldo Intrieri, che difende Fabrizio Tirabassi, ex funzionario della Segreteria di Stato, «la storica decisione della corte di appello che per la prima volta nella storia vaticana ha ritenuto inefficace e privo di effetti un rescritto del Papa, per mancata pubblicazione a nostro avviso comporta come conseguenza la radicale nullità di tutta l’indagine e del processo, a partire dai discussi interrogatori del super teste monsignor Alberto Perlasca, in quanto la norma papale che conferiva pieni poteri al promotore Diddi è inefficace. Confidiamo di poter arrivare ad una rapida definizione del processo con una sentenza ampiamente assolutoria».
«C’è un giudice anche in Vaticano, non solo a Berlino», dichiara il professor Mario Zanchetti, che assiste Torzi con gli avvocati Matteo Santamaria ed Emilio Lorenzi. «Siamo di fronte a una corte competente, corretta e consapevole dei diritti della difesa. È la stessa corte che ha dichiarato inammissibile il ricorso in appello del promotore. Due storture di questo processo sono state sanate. Siamo confidenti di avere giustizia».
Il cardinale Angelo Becciu è stato condannato dal Tribunale vaticano per il caso legato alla gestione dei fondi della Segreteria di Stato e all’acquisto di un immobile in Sloane Avenue a Londra, che ha causato oltre 200 milioni di perdite.
L’indagine è partita nel 2019 da esposti dello Ior, e ruotava attorno ad alcuni investimenti ad alto rischio effettuati nel fondo del finanziere Raffaele Mincione, al quale la Santa Sede aveva affidato 200 milioni. A fine 2018 il fondo Athena, in pesante perdita, siglò con il Vaticano un accordo per liquidare le quote della Segreteria di Stato facendole rilevare la totalità del palazzo, che venne effettuato attraverso il broker Gianluigi Torzi.
Becciu è stato anche condannato in concorso con Cecilia Marogna, accreditata come analista geopolitica, per dei fondi usati per fini diversi dal riscatto di una religiosa. (Riproduzione riservata)