«Sto cominciando ad avere le idee chiare», aveva detto a settembre 2025 Robert Prevost sulla gestione delle finanze del Vaticano. Erano passati appena quattro mesi dall’elezione al soglio pontificio. Pochi giorni dopo, la prima decisione legislativa in assoluto del nuovo Papa Leone XIV: un motu proprio che fissa un nuovo equilibrio tra le due anime finanziarie dentro le Mura, da un lato l’Apsa, il Tesoro della Santa Sede, dall’altro lo Ior, la banca del Vaticano.
Quel provvedimento stabilisce che l’Apsa fa «generalmente» ricorso allo Ior «a meno che gli organi competenti, come stabilito dagli statuti del Comitato per gli Investimenti, non ritengano più efficiente o conveniente il ricorso a intermediari finanziari stabiliti in altri Stati». Un ribaltamento di posizione rispetto alla linea di papa Bergoglio. Da quel momento Robert Francis Prevost, silenziosamente, ha cominciato a mettere mano in uno dei nodi più complessi della Santa Sede: quello della finanza.
In dieci mesi di pontificato, gli snodi sono stati diversi. Lo scandalo del palazzo di Londra con la gestione dilettantesca del patrimonio della Segreteria di Stato è ormai alle spalle, ma sotto il profilo giudiziario è ancora caldo: l’appello è in corso e le difese degli imputati, dal cardinale Angelo Giovanni Becciu ai finanzieri esterni come Raffaele Mincione, Enrico Crasso e Gianluigi Torzi, sono agguerriti nell’aggredire le condanne di primo grado. Ma nelle aule del tribunale non si sta solo riesaminando la storia di quegli investimenti: se le sentenze saranno confermate fino in Cassazione, il Vaticano potrà incassare le decine di milioni di euro già sequestrati agli imputati. Soldi che farebbero molto comodo.
Dopo un silenzio durato anni, a novembre la Santa Sede è tornata a pubblicare un bilancio: il 2024 si è chiuso con un risicato avanzo, appena 1,6 milioni, invertendo una catena di perdite. Ma quell’avanzo, oltre che della spending review avviata da Papa Francesco, è il risultato di una gestione finanziaria che difficilmente potrà ripetersi.
A mettere le mani avanti è stato il Prefetto per l’Economia, il laico Maximino Caballero Ledo: «Una parte di questi risultati deriva da operazioni straordinarie legate alla riallocazione del portafoglio secondo la nuova politica di investimento e le indicazioni del Comitato per gli Investimenti. Le plusvalenze generate non sono replicabili con la stessa intensità negli anni successivi e riflettono la naturale volatilità dell’attività finanziaria». Insomma, c’è poco da festeggiare.
Le linee-guida sugli investimenti sono state fissate dall’apposito Comitato presieduto dal cardinale irlandese-americano Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita nonché Camerlengo, che si sta ritagliando il ruolo di uomo forte della finanza vaticana. Leone XIV si affiderebbe molto al suo giudizio, secondo quanto si raccoglie in ambienti vaticani. È anche sulla base delle linee di questo organismo varato sotto Francesco che sono stati creati i due indici cattolici presentati dallo Ior martedi 10 febbraio: il Morningstar IOR Catholic Principles Eurozone, dedicato ai titoli continentali, e il Morningstar IOR Catholic Principles US, che investe in azioni americane, composti da cinquanta emittenti ciascuno a grande e media capitalizzazione.
Per la banca del Vaticano presieduta da Jean-Baptiste de Franssu e guidata dal dg Gian Franco Mammì, che gestisce 5,7 miliardi propri e di terzi, è l’evoluzione naturale di un processo di investimento affinato da anni secondo la dottrina sociale della Chiesa, come ha spiegato il vicedirettore e cfo Giovanni Boscia. Serviranno a «rendere ancora più rigorosi e trasparenti i nostri processi di valutazione e rendicontazione delle performance, rafforzando il ruolo dello Ior come punto di riferimento per il mondo cattolico».
Sono indici etici considerati «competitivi». Pur dovendo escludere – come aveva spiegato De Franssu nel 2024 a Milano Finanza – le aziende i cui prodotti non rispettano la vita (per esempio chi produce pillole abortive) e quelle del settore Difesa, che in questi tempi di guerra hanno decuplicato le capitalizzazioni, in un backtesting di dieci anni l’indice Us ha reso il 16,2% annualizzato, mentre quello europeo il 7,7%. Le indicazioni del Comitato investimenti non escludono tout court per esempio aziende con profitti «dual use», quindi anche a scopo militare, ma essi devono rappresentare una quota molto minoritaria del fatturato totale. Su queste basi, per esempio, Microsoft è stata esclusa dal paniere di titoli investibili.
Nel benchmark Us tra i primi dieci titoli ci sono soprattutto tech: Meta, Amazon, Nvidia, Tesla, Apple, Micron, Broadcom e Alphabet, e poi JpMorgan e Visa. Nell’altro indice il peso maggiore lo ha il gigante olandese dei chip Asml, seguito da Deutsche Telekom, Sap, da un po’ di bancari tra i quali Unicredit. E, per quanto concentrato sull’Europa, contiene anche un 5% di titoli Usa. Il peso dell’America quindi è forte, al punto che qualcuno comincia a temere perdite anche pesanti in caso di rovesci di borsa. E anche possibili rischi reputazionali per l’esposizione a singoli titoli.
Allo Ior, l’Apsa presieduta da monsignor Giordano Piccinotti e guidata dal segretario Fabio Gasperini ha affidato circa 900 milioni di asset, il 40% del proprio patrimonio mobiliare, lasciando il resto a quattro asset manager, tutti non italiani. Anche questo è frutto della «mutua collaborazione» tra i due enti imposta da Leone XIV, vincendo un clima reciproco di incomprensioni. Nei giorni scorsi c’è stato un incontro ai vertici tra Ior e Apsa per valutare nuovi campi di lavoro in comune, come la tesoreria. Ma queste cose in Vaticano richiedono tempo. Per di più a novembre Mammì dovrà lasciare per limiti d’età, mentre de Franssu, in prorogatio da due anni, non si sa quando e se verrà sostituito.
C’è tempo, è il mantra dentro le Sacre Mura. L’approccio del pontefice sui temi finanziari, si racconta, è molto rigoroso, quasi matematico (in ossequio alla sua formazione): convoca con regolarità, ascolta, studia integralmente i dossier, non risponde subito. Riflette. Anche a lungo. Si consulta con persone di cui si fida, anche dentro la Segreteria di Stato, con Farrell e con qualche altra figura ancora tenuta nell’ombra. Più fonti ritengono che Prevost abbia dei consulenti riservatissimi per le partite più delicate.
Leone avrà lo stesso approccio anche con le nomine. A breve dovrà occuparsi dell’Asif, l’authority antiriciclaggio che vigila sullo Ior: a febbraio scade il presidente Carmelo Barbagallo, ex Bankitalia. Per il momento ha mosso poche ma delicate poltrone: nel consiglio di sorveglianza dello Ior ha nominato l’americana Elizabeth McCaul, ex supervisory board Bce, mentre nella Commissione cardinalizia della banca sono entrati l’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Petrocchi come presidente e il cardinale spagnolo Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e ex Rettor Maggiore dei Salesiani: un prete-manager come Prevost, già Priore generale degli Agostiniani, che il pontefice terrebbe in grande considerazione. (riproduzione riservata)