«Siamo pronti a qualsiasi scenario». Quelle pronunciate dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, dopo l’ultima mossa di Donald Trump suonano come un avvertimento, più che come una semplice dichiarazione diplomatica.
La misura, annunciata nell’ambito della nuova offensiva commerciale americana, riporta al centro della scena il rischio di una guerra commerciale transatlantica. E colpisce uno dei nervi più sensibili dell’economia europea: l’automotive, settore chiave per Germania, Italia e Francia, già alle prese con la transizione elettrica e la pressione competitiva della Cina.
«Un accordo è un accordo», ha aggiunto von der Leyen, «noi ce l’abbiamo e in Europa lo stiamo implementando mentre rispettiamo le procedure democratiche, arrivate alla fase finale». Il riferimento è all’intesa commerciale esistente tra Bruxelles e Washington, che ora rischia di essere svuotata nei fatti da una decisione unilaterale americana.
Dietro la scelta di Trump c’è una strategia industriale (dichiarata e precisa): proteggere la manifattura statunitense e rilanciare la produzione interna, soprattutto negli Stati chiave in vista delle elezioni. Ma il costo, per gli equilibri globali, potrebbe essere elevato. L’introduzione di dazi al 25% su auto e camion europei rischia infatti di innescare ritorsioni da parte dell’Unione europea, con un effetto domino sugli scambi commerciali.
Per l’Europa la posta in gioco è significativa. Le esportazioni di veicoli verso gli Stati Uniti valgono decine di miliardi di euro l’anno e rappresentano una quota rilevante della bilancia commerciale. Per l’Italia, in particolare, l’impatto sarebbe indiretto ma concreto: la filiera della componentistica è fortemente integrata con quella tedesca e risentirebbe di un eventuale rallentamento delle vendite. La risposta europea, almeno per ora, resta calibrata. Bruxelles evita escalation immediate ma prepara il terreno a possibili contromisure, nel caso in cui Washington dovesse procedere senza passi indietro. (riproduzione riservata)