Negli Stati Uniti l’inflazione torna a fare paura prima ancora di accelerare nei dati ufficiali.
A settembre le aspettative dei consumatori sui prezzi a un anno sono salite al 3,9% dal 3,6% di agosto, il livello più alto da maggio 2023. È il dato più significativo dell’ultima Survey of Consumer Expectations della Federal Reserve di New York e arriva poche settimane dopo la decisione della Fed di rialzare di 25 punti base i tassi, portandoli al 3,75-4%.
Per ora la fiammata resta concentrata soprattutto sul breve periodo. Le aspettative a tre anni sono aumentate al 3,3% dal 3,2%, mentre quelle a cinque anni sono rimaste ferme al 3%. Non c’è dunque un’accelerazione analoga sull’orizzonte più lungo, ma il segnale mandato dai consumatori resta scomodo per la banca centrale: le famiglie continuano ad aspettarsi pressioni elevate sui prezzi e prevedono una crescita più rapida della propria spesa. Alla maggiore propensione a spendere si accompagna infatti un peggioramento della percezione delle finanze personali e dell’accesso al credito. Gli americani, in sostanza, si aspettano di spendere di più mentre giudicano più difficile finanziarsi e guardano con maggiore pessimismo ai propri bilanci. Sul mercato del lavoro, invece, la survey restituisce qualche segnale migliore, con una diminuzione delle attese di disoccupazione e del rischio percepito di perdere il posto.
Per Kevin Warsh è un dato da seguire con attenzione. Il 16 settembre la Fed ha aumentato il costo del denaro per la prima volta dal 2023, portando il target sui Fed Funds al 3,75-4%. Le proiezioni mediane dei policymaker lasciano aperta la porta a un altro rialzo entro fine anno, ma dopo gli ultimi dati più morbidi su inflazione e occupazione il mercato considera meno probabile una nuova stretta già alla riunione del 27-28 ottobre.
La partita, quindi, si gioca sempre più sulle aspettative. Se il rialzo dei prezzi entrasse stabilmente nelle decisioni di spesa e nelle richieste salariali, riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2% diventerebbe più difficile. Il 3,9% registrato dalla Fed di New York non basta da solo a cambiare la traiettoria dei tassi. Ma ricorda a Warsh che la battaglia contro l’inflazione americana è tutt’altro che chiusa. (riproduzione riservata)