Usa, Donald Trump perde i dazi ma adesso trova i soldi del Board of Peace
Usa, Donald Trump perde i dazi ma adesso trova i soldi del Board of Peace
La Corte Suprema ha stabilito che il presidente non può imporre dazi su importazioni a piacimento. Ma la decisione, che riguarda oltre il 50% delle importazioni, crea incertezza sul futuro delle tariffe commerciali

di Andrea Fiano 21/02/2026 02:00

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Verdetto atteso, ma nondimento pesante. La Corte Suprema americana, con voto favorevole di 6 giudici su 9, ha deciso che il presidente americano non ha «il potere di imporre dazi sulle importazioni da ogni Paese, su ogni prodotto, a qualunque tasso percentuale, e per qualunque periodo di tempo».

In altre parole l’interpretazione e l’uso dei poteri speciali del presidente in caso di emergenza sulle fronte delle importazioni e della reciprocità sul fronte commerciale sono stati dichiarati erronei. Resta da capire quali saranno le conseguenze pratiche di una decisione che riguarda oltre il 50% delle importazioni negli Usa, e che lo scorso anno ha portato oltre 54 miliardi di dollari in dazi al bilancio nazionale.

Trump ha replicato minacciando dazi aggiuntivi del 10% per tutti, ma sarà costretto a rimborsare chi ha già pagato le tariffe? Ci saranno lunghi ricorsi legali? Tutto è possibile e prevale l’incertezza. Trump ha reagito a caldo al verdetto con un durissimo attacco alla Corte Suprema e a chi ha sostenuto il voto finale, sostenendo che le alternative legali ai dazi sulla base della reciprocità restano alte e numerose.

Le reazioni degli analisti e l'impatto sulle tariffe

Fra i commenti quelli di Christopher Hodge di Natixis a New York secondo cui: «Nonostante il colpo (inferto) ai poteri presidenziali, Trump ha molti strumenti sul fronte dei dazi nel suo arsenale. Visto però l’accento sul tema della sostenibilità» ovvero agli effetti pratici dei dazi per i consumatori e i prezzi negli Usa «riteniamo che esiterà a farne uso.

E quindi, pur non escludendo la possibilità di ulteriori minacce e drammi sul fronte dell’interscambio commerciale, siamo convinti che il livello massimo di dazi sia stato già toccato» e questi ultimi siano pertanto destinati a calare. Olu Sonola, che guida la ricerca economica sugli Usa per Fitch è ancora più netto: «è un concreto dietrofront: oltre il 60% delle tariffe imposte lo scorso anno scompare. E meccanicamente la percentuale media di dazi scende dal 13% al 6%, e rimuove circa 200 miliardi di dollari di prevista raccolta annuale su questo fronte».

E aggiunge «la conclusione principale a livello macro non è solo dazi ridotti, ma anche maggiore incertezza sul fronte della politica commerciale. La possibilità che le tariffe ritornino in forma rivista è concreta. E se si aggiunge il potenziale di rimborsi sui dazi stessi» cioè quelli già incassati, «si introduce un quadro operativo molto caotico e complicazioni legali che amplificano l’incertezza economica». A poche ora dall’annuncio, il sito di scommesse Polymarket dava solo un 35% di probabilità che la Corte Suprema costringa l’amministrazione al rimborso dei dazi finora introitati.

Il lancio del Board of Peace e gli impegni internazionali

Il tutto è avvenuto a ridosso del lancio ufficiale del Board of Peace, a cui hanno aderito 20 Paesi, ma non quelli europei. Il varo del Board of Peace è stato preceduto nei giorni scorsi dalle anticipazioni che 5 miliardi di dollari erano stati donati da vari Paesi a supporto dell’iniziativa. Ma dopo il primo incontro dei giorni scorsi le cifre sono cambiate: gli impegni iniziali sarebbero pari a 7 miliardi e il solo Qatar ha precisato di essersi impegnato per 1,2 miliardi.

Per gli Usa, lo stesso Trump ha parlato di impegni pari a 10 miliardi, senza precisare chi abbia approvato a livello parlamentare questo investimento e quali siano le finalità. Nel frattempo le anticipazioni parlano di 7 Paesi donatori, senza precisare quali. Altre nazioni, come l’Indonesia, hanno invece garantito l’invio di truppe a Gaza nel caso si decida per una forza di pace per la zona.

Le incertezze sui fondi e il ruolo dell'Onu

Altre cifre riguardano le adesioni: 20 Paesi con piena adesione, secondo lo stesso Trump, anche se il costo formale per una piena adesione era stato fissato a un miliardo di dollari. L’insistenza sui numeri non è un puntiglio analitico e occorre capire se i fondi servano per la ricostruzione di Gaza o siano destinati a pagare gli stipendi dei militari chiamati a garantire la tregua. Sullo sfondo resta da chiarire se il Board è anche una sfida al ruolo dell’Onu e di possibili Caschi Blu nella zona. (riproduzione riservata)