Unicredit, Orcel sfida Berlino su Commerzbank: il nazionalismo bancario consegna l’Europa a fintech e colossi Usa
Unicredit, Orcel sfida Berlino su Commerzbank: il nazionalismo bancario consegna l’Europa a fintech e colossi Usa
Dal palco del Fii Institute Europe di Roma, il ceo difende il consolidamento bancario transfrontaliero e critica le resistenze politiche nazionali. Un intervento che arriva mentre il gruppo italiano è impegnato nella complessa partita su Commerzbank, osteggiata dal governo tedesco

di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri  18/06/2026 11:25

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Le barriere nazionali che ancora dividono il mercato bancario europeo rischiano di trasformarsi nel principale ostacolo alla competitività del continente. È il messaggio lanciato mercoledì 18 giugno da Andrea Orcel durante il summit Fii Priority Europe 2026 di Roma, un intervento che assume un significato particolare nel momento in cui Unicredit è impegnata nella delicata operazione su Commerzbank, la seconda banca quotata della Germania, e deve fare i conti con la netta opposizione espressa dal governo federale tedesco.

Pur senza citare direttamente il dossier Commerzbank, il riferimento del manager è apparso evidente quando ha affrontato il tema della frammentazione bancaria e delle resistenze politiche che continuano a frenare la nascita di grandi campioni europei del credito.

«È meglio controllare qualcosa che non funziona o condividere qualcosa che funziona? Questo è il problema che abbiamo, si teme di perdere la sovranità», ha affermato Orcel, sintetizzando in una frase uno dei nodi centrali del dibattito economico europeo: il difficile equilibrio tra tutela degli interessi nazionali e necessità di costruire operatori in grado di competere su scala globale. Un messaggio molto simile a quello lanciato martedì 17 dalla vice presidente della Commissione Ue Teresa Ribera, che è anche commissaria della Concorrenza.

Il manager ha individuato proprio nella frammentazione del mercato uno dei principali fattori di debolezza del sistema finanziario europeo. Un tema che, a suo giudizio, emerge con particolare evidenza in Germania, Paese che conosce bene dopo avervi lavorato per due decenni e che oggi rappresenta il terreno di confronto più delicato per le ambizioni espansionistiche di Unicredit.

«Se consideriamo il mercato bancario tedesco i clienti non sono soddisfatti. È un mercato in cui c'è la massima penetrazione di fintech ed è un mercato in cui le banche statunitensi stanno guadagnando la percentuale maggiore», ha osservato il ceo del gruppo di Piazza Gae Aulenti.

Secondo Orcel, il problema non è la mancanza di domanda o di capacità industriali, ma l'assenza di massa critica. «La frammentazione: non c’è scalabilità e non ci sono investimenti», ha spiegato, indicando come la struttura stessa del sistema bancario europeo finisca per limitare la capacità di innovazione e di crescita degli operatori continentali.

Il caso Germania

Le considerazioni di Orcel arrivano mentre il confronto tra Unicredit e le autorità tedesche resta uno dei temi più osservati dal mercato finanziario europeo. Berlino ha infatti manifestato più volte la propria contrarietà a una possibile acquisizione di Commerzbank da parte del gruppo italiano, evocando la necessità di preservare l'autonomia di uno degli istituti considerati strategici per l'economia nazionale.

È proprio questa impostazione che il manager sembra mettere in discussione. Nella sua analisi, la protezione di operatori nazionali di dimensioni limitate finisce per produrre un effetto opposto a quello desiderato, lasciando spazio ai concorrenti più grandi e capitalizzati. «Quello che manca – ha concluso - è che proteggendo ciò che è piccolo si è permesso ai nostri competitor di prendere piede».

Un ragionamento che si collega direttamente all'avanzata delle grandi banche americane e delle società fintech nel mercato europeo. Secondo Orcel, l'assenza di un vero consolidamento continentale ha impedito la nascita di gruppi capaci di investire con la stessa intensità in tecnologia, innovazione e sviluppo commerciale, favorendo così la crescita di operatori esterni all'Unione.

L'appello a una vera integrazione europea

Nel suo intervento il numero uno di Unicredit ha allargato il ragionamento oltre il settore bancario, trasformandolo in una riflessione sul futuro dell'integrazione economica europea. «In Europa tutte queste barriere e questo nazionalismo non dovrebbe esistere: noi siamo una delle banche più efficienti e profittevoli perché tutti i nostri collaboratori hanno deciso di fare ciò che è necessario fare e di aggirare le barriere», ha dichiarato.

Parole che richiamano uno dei temi più ricorrenti nel dibattito comunitario degli ultimi anni: la distanza tra l'integrazione monetaria, realizzata con l'euro, e quella economica e finanziaria, che continua invece a scontrarsi con normative, interessi e sensibilità nazionali differenti.

Per Orcel, l'Europa dispone già degli strumenti necessari per affrontare la concorrenza globale, ma manca ancora la determinazione politica per completare il processo. «Abbiamo bisogno di volontà politica di agire», ha affermato, ricordando come alcune delle crisi più gravi degli ultimi anni abbiano dimostrato che la cooperazione tra Stati membri è possibile. Il riferimento è agli shock che hanno investito il continente, dalla pandemia alla guerra tra Russia e Ucraina, eventi che, secondo il manager, hanno contribuito a creare nuovi spazi di collaborazione.

Generali sotto i riflettori

Intanto in borsa si riaccendono i riflettori sulle mosse di Unicredit in Italia. Nel radar c’è la quota Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio alle prese con un riassetto che dovrebbe esser finanziato anche dalla banca italiana, in Generali (10%). 

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, dopo il lancio dell'opas del diretto competitor Intesa Sanpaolo su Mps, che porterebbe in dote a Ca' de Sass il 13,2% del Leone controllato da Mediobanca, Piazza Gae Aulenti avrebbe proposto uno scambio azionario alla holding presieduta da Francesco Milleri per salire così al 20% della compagnia triestina. La holding della famiglia Del Vecchio diventerebbe invece primo azionista della banca guidata da Orcel, ottenendo circa il 5% e salendo così all'8% dal 2,7%.

La proposta sarebbe stata rispedita al mittente per i corsi azionari sfavorevoli e per la preferenza di liquidità da parte di Delfin che potrebbe attingere dalle riserve per reintegrare le garanzie del mega prestito in corso di costruzione da parte di Leonardo Maria Del Vecchio o finanziare eventuali liquidazioni di quote dei soci.

«Un eventuale incremento della quota da parte di UniCredit potrebbe essere letto nell’ottica di tutelare eventuali accordi industriali (in corso di negoziazione estendendo quelli sulla bancassurance nell’Est Europa, ndr), specialmente qualora, a esito dell’offerta su Mps, Intesa Sanpaolo diventasse azionista con il 13,2% della compagnia», commentano gli analisti di Equita.

Lo scenario futuro di un rafforzamento di Unicredit in Generali (ora è al 9,2%) però dovrà fare i conti con la tenuta patrimoniale della banca che negli ultimi 18 mesi ha già pesantemente investito in Commerz e Generali, allocando in quelle iniziative – si stima – oltre la metà del proprio eccesso di capitale. Dopo una fiammata iniziale, il titolo Generali che comunque viaggia sui massimi storici si è sgonfiato. 

Nel frattempo si è riaccesa la speculazioni sulle mosse di Piazza Gae Aulenti sul fronte russo. Sempre giovedì 18 Reuters scrive che Riccardo Orcel, ex dirigente della banca russa sostenuta dallo Stato Vtb Group e fratello del ceo, ha contribuito a mediare il recente accordo per la cessione delle attività russe di Unicredit.(riproduzione riservata)