Unicredit a un passo dal controllo di Commerzbank e il ceo Orcel chiude la porta ad aggregazioni in Italia, per ora
Unicredit a un passo dal controllo di Commerzbank e il ceo Orcel chiude la porta ad aggregazioni in Italia, per ora
Il banchiere esclude rilanci per l’offerta tedesca: anche se volessimo, la legge ce lo impedisce.  E sull’Italia: per la prima volta ci piace molto essere osservatori e non attori

di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 23/06/2026 14:50

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Unicredit si avvicina al controllo di Commerzbank e si chiama fuori dal risiko bancario in Italia. Questi sono i due messaggi che il ceo Andrea Orcel ha lanciato martedì 23 intervenendo alla ceo conference di Mediobanca.

Dopo il primo periodo dell’offerta pubblica di scambio, Unicredit può arrivare al 42,5% dell’istituto tedesco, considerando azioni già detenute, strumenti finanziari e adesioni raccolte. Non è ancora il controllo formale. Ma, nella lettura del ceo, la dinamica dell’ops ha già spostato l’equilibrio: l’operazione, nata per superare la soglia del 30% e aprire un confronto industriale, ora può portare Unicredit molto più vicino alla guida effettiva della banca tedesca.

No al rilancio

Orcel respinge l’idea che il mercato debba attendersi un rilancio. «Anche se volessimo, e non vogliamo, non c’è modo di migliorare o cambiare i termini dell’operazione. I termini dell’operazione sono quelli», ha detto il ceo, spiegando che la struttura tedesca dell’offerta non consente modifiche nella fase in corso. «Sento che alcuni si aspettano un ritocco. Probabilmente non hanno capito che cosa prevede la legge tedesca».

Il punto, per Orcel (che ha definito l’ops «una delle migliori operazioni che si possono fare in Europa»), è che il prezzo offerto è già stato giudicato adeguato da una quota rilevante degli investitori. «Secondo le nostre informazioni, tra gli investitori istituzionali, esclusi i passivi, sono soltanto cinque quelli che non hanno aderito. Tutti gli altri hanno aderito o venduto», ha affermato. Il messaggio è chiaro: il mercato, più che il board di Commerz o il governo tedesco, sta dando una lettura economica dell’offerta. «Le persone pensano che a questo prezzo sia opportuno aderire. Io l’ho sempre pensato, altrimenti non avrei fatto questa operazione».

La finestra supplementare resta aperta fino al 3 luglio, con risultati attesi l’8 o il 9 luglio. Da lì si capirà se Unicredit potrà avvicinarsi non solo al controllo regolamentare, ma anche al controllo assembleare. «In Germania il controllo è determinato dal 50% più un’azione in assemblea», ha spiegato Orcel. La soglia non coincide necessariamente con la maggioranza assoluta del capitale: dipende dalla partecipazione al voto. «Se prendiamo l’ultima assemblea straordinaria, avremmo il controllo, perché ha votato il 42%», ha osservato.

Il nodo del controllo

È questo il passaggio politicamente più delicato. Commerzbank resta contraria all’offerta e Berlino continua a opporsi a una presa di controllo italiana su una banca considerata strategica per il Mittelstand e per la piazza finanziaria di Francoforte. Ma Orcel rivendica un’impostazione giuridica e industriale: se Unicredit otterrà il controllo in assemblea, potrà incidere sulla governance. «Controllo significa ottenere il 50% più un’azione in assemblea. Significa che possiamo nominare l’intero consiglio di sorveglianza per la parte rappresentativa degli azionisti, non quella dei lavoratori», ha detto. 

La conseguenza sarebbe la possibilità di orientare il management verso il piano industriale immaginato da Unicredit. Orcel respinge l’accusa di voler forzare la mano, ma non arretra. «Non è una minaccia né una mancanza di costruttività verso gli altri stakeholder. Sto semplicemente dicendo che cosa ci consente di fare la legge tedesca», ha spiegato. Poi il punto centrale: «Vogliamo essere costruttivi, ma finiremo anche per avere investito qualcosa come 15 o 20 miliardi in questa banca e dobbiamo ai nostri azionisti l’esecuzione del piano e lo sblocco del valore nel modo più rapido e deciso possibile».

Se invece Unicredit non dovesse arrivare a una posizione di controllo, la strategia resterebbe quella già adottata finora: esposizione rilevante, consolidamento della quota e attesa di sviluppi futuri. Orcel ha voluto rassicurare anche chi valuta se aderire nella fase supplementare: «Se aderite e nei prossimi dodici mesi dovessimo fare qualunque operazione fuori mercato a un prezzo più alto, dovremmo riconoscere lo stesso prezzo a ogni investitore che ha consegnato le azioni». L’unica eccezione, ha aggiunto, sarebbe l’acquisto sul mercato.

No al risiko italiano

Sul consolidamento italiano, Orcel si chiama fuori dalla partita immediata. Il ceo rivendica prima di tutto la natura ormai paneuropea di Unicredit: «Troppi continuano a guardare a Unicredit come a una banca italiana». Le radici, ha aggiunto il ceo, restano centrali: «Siamo estremamente orgogliosi delle nostre radici e della nostra storia». Ma il perimetro del gruppo è cambiato: «Il 55-60% della banca non è in Italia». Per questo, ha spiegato Orcel, non ragioniamo più come una banca domestica che deve dominare un solo mercato: «Noi competiamo a livello paneuropeo». Essere troppo grandi in un singolo Paese, avverte, «potrebbe essere controproducente».

In Italia, secondo Orcel, Unicredit ha già la massa critica necessaria e può crescere senza comprare. La banca ha circa il 10% di quota nei prodotti premium — risparmio, assicurazioni, consumer finance, microimprese e coperture — e supera il 15% nelle aree dove genera più profitti. Il ceo vede anzi nel rumore del mercato un’occasione: «Mentre gli altri sono impegnati in fusioni, acquisizioni e contromosse, noi possiamo accelerare i guadagni di quota di mercato». L’obiettivo potenziale è rilevante: «Possiamo prendere due o tre punti di quota in tre o quattro anni. È metà di una banca di medie dimensioni dopo le dismissioni antitrust. E possiamo farlo senza spendere un centesimo».

Orcel non ha escluso in assoluto eventuali operazioni, ma ha chiarito che oggi Unicredit resta alla finestra. «Con le condizioni giuste, se ci sarà un’opportunità, la guarderemo. Ma al momento siamo soltanto osservatori. Per la prima volta ci piace molto essere osservatori e non attori. È anche piuttosto divertente». La prudenza è legata anche alle valutazioni: molti dossier italiani, ha osservato il banchiere, incorporano già premi del 30-35% alimentati dalla speculazione. Per Unicredit, quindi, un’operazione avrebbe senso solo se fosse in grado di creare valore compensando quel differenziale. «Stiamo a vedere. Se ci sarà un’opportunità, come sempre, ci muoveremo. Ma oggi non ne vediamo una». (riproduzione riservata)