Non è cosa di tutti i giorni che il capo della Procura più influente d’Italia e il suo braccio destro riferiscano in Parlamento su un’inchiesta in corso su una scalata bancaria, tanto clamorosa poi come quella di Mps su Mediobanca. Ancora più rilevante è stato il livello di dettaglio della ricostruzione offerta giovedì 26 da Marcello Viola e Roberto Pellicano in commissione banche, che ha fatto emergere elementi inediti sia sulla privatizzazione di Mps sia sulla successiva scalata a Piazzetta Cuccia.
La Procura di Milano di Milano appare determinata a dimostrare l’ipotesi di un concerto tra Francesco Milleri, ceo della holding della famiglia Del Vecchio, Delfin, e Francesco Gaetano Caltagirone per il controllo della merchant bank e, indirettamente, di Generali.
Dalle parole dei magistrati è parso chiaro che l’esito dell’ops difficilmente sarà rimesso in discussione, salvo eventuali iniziative autonome - e per ora imprevedibili - da parte di Consob o Bce. L’inchiesta dunque non sembra destinata ad avere ricadute retroattive quanto piuttosto a influenzare gli sviluppi futuri incidendo sugli equilibri e orientando le scelte dei diversi attori coinvolti. Non a caso, pur continuando a rivendicare la propria estraneità ai fatti, Caltagirone e Delfin si stanno muovendo con particolare prudenza.
In occasione del rinnovo di Mps i grandi soci non hanno potuto che restare defilati lasciando al cda l’iniziativa della definizione delle candidature. Un analogo cambio di passo si avverte su Generali, con la quota del 13,2% passata sotto Mps (tramite la nuova Mediobanca posseduta al 100%).
L’incertezza legata al quadro giudiziario e dall’altro lato la solidità dei risultati portati dal ceo Philippe Donnet nel Leone stanno favorendo una fase di tregua nella governance. Si rafforza così il tandem Donnet-Andrea Sironi (presidente). Ogni eventuale riassetto è rinviato alla naturale scadenza del mandato nel 2028.
Al di fuori dell’ex Galassia del Nord altri dossier restano in stand-by. Il rinnovo del board di Banco Bpm ha raffreddato, almeno per ora, le speculazioni su possibili operazioni straordinarie, ma anche dopo l’assemblea non è semplice immaginare blitz da parte dell’amministratore delegato Giuseppe Castagna. Un’integrazione con le attività italiane di Crédit Agricole suscita perplessità a Palazzo Chigi, dove si teme uno spostamento del baricentro del gruppo verso Parigi. Al tempo stesso il peso crescente del socio francese - ormai proiettato verso il 24,9% di Banco Bpm - potrebbe rendere più complessa qualsiasi alternativa strategica, compresa l’ipotesi di una fusione con Mps.
Fuori dal risiko invece si è chiamata Intesa Sanpaolo che ha costruito il nuovo piano industriale su presupposti di crescita stand-alone.
Qualcosa potrebbe muoversi tra gli istituti di minori dimensioni, dalla Cassa di Risparmio di Asti a BdM Banca (ex Popolare di Bari), da cui il Tesoro potrebbe avviare l’uscita. Sarebbero però operazioni di portata limitata, fuori dal radar delle grandi banche d’affari. Se insomma una parte della foresta bancaria potrebbe di nuovo pietrificarsi, è inevitabile che l’attenzione del mercato si concentri oggi sull’unico attore in grado di riaprire i giochi: Unicredit.
La banca guidata da Andrea Orcel – che per il 2025 ha maturato una remunerazione di 16,2 milioni tra fisso e variabile – ha aperto molti fronti negli ultimi 18 mesi: dalla scalata a Commerz all’ops su Banco Bpm, dalla salita nella greca Alpha Bank all’ingresso in Generali (di cui ha il 2%), senza contare le speculazioni su potenziali dossier come Bper, Mps e Mediobanca. L’offerta su Piazza Meda è saltata per il muro alzato dal governo italiano con il golden power poi bocciato da Tar e Ue. Altre partite sono rimaste aperte in una logica attendista, come Generali e Commerz. E sono proprio questi due i fronti sui quali Orcel potrebbe muoversi nei prossimi mesi.
Su Commerz la trattativa è tutta politica, ma nel muro nazionalista eretto dal governo di Berlino si aprono le prime crepe. «Quello che abbiamo visto da parte di Unicredit nei confronti di Francoforte è stato poco amichevole. Si tratta delle modalità e dell'approccio. Ed è per questo che il precedente governo federale ha respinto l'operazione», ha detto martedì 24 il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbe rispondendo a una domanda su come potrebbe essere presa una scalata amichevole da parte di Orcel.
Insomma, se l’approccio cambiasse, un dialogo potrebbe partire. Ed è quello su cui scommette Orcel, che nonostante i ripetuti attacchi da parte della politica tedesca non ha mai voluto uscire da Commerz. Anzi, il banchiere ha portato la partecipazione fino all’attuale 26% e ha costruito una serie di contratti derivati che, neutralizzando l’effetto di ribassi azionari, dovrebbero garantire in caso di addio una plusvalenza di almeno 200 milioni.
Se il confronto con Berlino dovesse sbloccarsi, l’amministratore delegato potrebbe valutare il lancio di un’ops sfruttando i multipli elevati a cui oggi tratta il titolo Unicredit e quindi il suo consistente potere di acquisto. In caso di successo, nascerebbe un gruppo con una capitalizzazione stimata attorno a 150 miliardi di euro - premio e sinergie inclusi - destinato a collocarsi come secondo operatore bancario europeo per dimensioni alle spalle di Santander entrando nel club dei grandi big mondiali del credito.
Resta tuttavia sul tavolo anche un’opzione domestica. Nelle ultime settimane si sono susseguite indiscrezioni e smentite su un possibile interesse di Unicredit per la quota detenuta da Delfin in Mps. Un’operazione di questo tipo consentirebbe al gruppo di posizionarsi al vertice della catena societaria che influenza Mediobanca e, a cascata, Generali, ma presenta al tempo stesso profili sensibili, soprattutto sul piano politico.
A differenza di altri protagonisti del risiko, però, Unicredit non è condizionata da vincoli che ne limitano l’iniziativa. Anzi, con circa 5 miliardi di capitale in eccesso e un upside potenziale del 17% dopo il +42% messo a segno nell’ultimo anno, il gruppo guidato da Orcel dispone di ampi margini di manovra per muoversi senza rigidità. È questa libertà d’azione a farne oggi l’attore decisivo nel consolidamento bancario. (riproduzione riservata)