Emergono due nodi sul sentiero dell’integrazione tra Unicredit e Commerzbank all'indomani del faccia a faccia tra il ceo Andrea Orcel e il ministro delle Finanze Lars Klingbeil. Il primo è il perimetro della rete estera del nuovo gruppo italo-tedesco, mentre il secondo è la composizione del consiglio di sorveglianza che verrà eletto in primavera dopo il regolamento dell’offerta.
Il governo tedesco ha puntato i riflettori sul ruolo della rete estera di Commerz nel finanziare le pmi del Paese e sul mantenimento dei circa 40 mila dipendenti della banca.
Orcel però nel suo piano di integrazione prevede circa 7.000 esuberi in Germania nell’arco dei prossimi cinque anni, lo stesso ordine di grandezza previsto anche da Bettina Orlopp, numero uno di Commerz. Il banchiere italiano però vuole concentrare buona parte dei tagli sulla rete estera dove vede spazio per efficientamento e sinergie: il 20% degli 1,3 miliardi di risparmi previsti dal piano dovranno arrivare proprio dal network internazionale.
Dal punto di vista della presenza territoriale la filosofia di Orcel è quella già sperimentata con «Unicredit Unlocked»: meno espansione estera dispersiva (ora attraverso una quarantina tra filiali e uffici di rappresentanza in 80 Paesi, con forte copertura in Africa, Asia e Sud America) e maggiore concentrazione sui mercati domestici di Germania e Polonia.
Una visione, quella disegnata per Commerz, potenzialmente in conflitto con le posizioni di partenza del governo tedesco che è intenzionato a mantenere tutti i dipendenti, in particolare quelli attivi all’estero.
Il secondo fronte aperto per Orcel è quello della governance.
Berlino ha chiesto che vengano mantenuti i due posti in consiglio di sorveglianza previsti dagli accordi del 2009 tra Commerz e il governo dopo il salvataggio pubblico della seconda banca del Paese. La condizione verrebbe meno soltanto se la quota dell’esecutivo (ora al 12,7%) scendesse sotto il 10%, anche se ieri Reuters ipotizzava una contrarietà da parte di Unicredit alla nomina dei due amministratori.
Citando tre fondi a conoscenza del dossier, l’agenzia riferiva anche che la banca italiana vuole il passo indietro da parte di Orlopp e del presidente Jens Weidmann, che fino a poche settimane fa si sono opposti fermamente alla scalata di Unicredit.
L’eventuale richiesta però potrà essere formalizzata solo quando la banca italiana otterrà tutte le autorizzazioni necessarie all’esercizio dei diritti di voto sul 49,7% in portafoglio. Sono 22 in tutto le procedure aperte, di cui 15 vincolanti per l’offerta.
Tra queste le più importanti sono tre: Bce e Dg Comp (sotto il profilo antitrust e aiuti di Stato). A queste si aggiunge una lunga lista di authority nazionali dalla Svizzera agli Usa, dalla Serbia alla Polonia, dalla Russia alla Lussemburgo. La previsione di Unicredit è che arrivino tutte entro fine anno. (riproduzione riservata)