L’apertura di Commerzbank all’ops di Unicredit rilancia il tema della importanza delle fusioni crossborder in Europa. Se si attuasse in Italia uno sbarramento contro un progetto di acquisizione di una banca italiana da parte di una consorella estera, si griderebbe contro le chiusure dirigistiche, il nazionalismo bancario, il ruolo distorto della Vigilanza.
E, invece, uno sbarramento si tenta di frapporre al progresso in atto della consegna di azioni della Commerzbank all’ops lanciata da Unicredit. Il vertice della banca tedesca si è rivolto alla Bafin - che ha la vigilanza anche sulle banche - e ha chiesto all’authority di verificare se esista o meno un accordo tra gli intermediari partner con cui Unicredit ha operazioni in corso in derivati, per la consegna, da parte loro, di azioni all’offerta dell’istituto di Piazza Gae Aulenti.
Quest’ultimo, però, ha reagito duramente smentendo qualsiasi ipotesi di intesa. Il peggio che potrebbe ora accadere è che, in mancanza di altre possibilità di controffensiva da parte tedesca, l’operazione in questione - essendo stato prospettato sia pure con cautela un patto che potrebbe in ultima istanza sfociare in una manipolazione del mercato e in un conflitto di interesse - finisca in Tribunale ad opera della Commerz.
Eventualità difficile, bisogna ritenere, anche per la dimostrazione di una tale presunta violazione. Ma, se davvero si imboccasse questa strada, vorrebbe dire che altri percorsi sono ormai inesistenti o difficili da seguire, ivi compresa la eventuale contrarietà del governo Merz all’operazione che da giorni, però, non viene più manifestata pubblicamente.
A questo punto, vi è un dovere da parte della Bce e della Commissione Ue di far sentire la loro voce dopo aver predicato a iosa sull’importanza, se non sulla necessità, delle aggregazioni bancarie transfrontaliere. Un patriottismo o, meglio, un nazionalismo bancario non è più sostenibile.
L’Italia, ha ricordato Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, è il Paese in cui vi è la più alta percentuale di capitale straniero nel settore bancario. Sin dalla prima parte del decennio iniziale degli anni duemila era così, ma non lo si voleva riconoscere e si preconizzava l’Eden dalla venuta in Italia di intermediari esteri che avrebbero ridotto drasticamente il costo del denaro e migliorato nettamente i servizi (mancava solo la festa tutto l’anno); poi si vide la fine che fece quello allora più sostenuto, Abn Amro, e si videro le graduatorie in materia di tassi di interesse praticati. Una condizione di parità bisognerebbe riconoscerla anche gli altri Paesi comunitari se non si vuole reagire addirittura a prima dell’introduzione del mutuo riconoscimento.
A questo punto, è importante il massimo di trasparenza per le iniziative di Unicredit, ma anche il ribadimento della disponibilità al confronto e alle eventuali mediazioni. Per il perseguimento dell’obiettivo originario dell’Unicredit, bisogna fare in modo che non si apra il pantano delle accuse e contro-accuse e, ovviamente, chi per prima deve evitare ciò è la Commerz, ma non è solo spettatore di quanto accade l’Unicredit.
Insomma, se assolte le condizioni e rispettati i criteri indicati dal Governatore Fabio Panetta nelle recenti Considerazioni Finali, condizioni e criteri che, per la loro assoluta oggettività, si possono ritenere validi per l’intera Unione, è possibile attendersi che nel nostro caso si affermi il migliore tra i due istituti?
O continuano a valere, anche in casi del genere, raccomandazioni e appoggi, come nella più becera lottizzazione bancaria? (riproduzione riservata)