Ecco a cosa serve oggi Il Messaggero: a condizionare o sostenere il mondo, non solo politico, romano e in particolare quello di destra o centro-destra. Quando lo gestiva Raul Gardini capo di Montedison, il quotidiano romano ossequiava il governo di Bettino Craxi che aveva nel suo gabinetto anche il Pli. E quando, il 23 luglio 1993, Gardini si sparò, sopraffatto dalla sua megalomania e dall’inquinamento politico a suon di finanziamenti occulti, Cesare Geronzi, un uomo di rara professionalità e volto al bene, allora ceo di Banca di Roma, tentò, ma invano, di evitare che quel giornale passasse in altre mani ugualmente di parte.
Il Messaggero, per anni era stato posseduto dalla famiglia Perrone, che ne gestiva anche l’attività redazionale con il direttore Sandrino Perrone. Quindi aveva una tradizione laica di informazione professionale, tanto che sulle sue pagine, nel dopoguerra, avevano scritto persone per bene e liberali come Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Leo Longanesi, per citarne solo alcuni.
Per questo Geronzi, la cui banca aveva portato in borsa Class Editori, insieme alla Banca Rothschild, aveva pensato che noi potessimo diventare gli editori del principale quotidiano della capitale. Per questo si recò a parlarne con Enrico Cuccia che aveva lavorato, giovanissimo, al Messaggero e gli propose che Class Editori ne diventasse l’editore. La risposta di Cuccia, mi perdonino i lettori se ripeto per l’ennesima volta questa storia, rispose: «Non se ne parla nemmeno, io ho cominciato a scrivere su Il Messaggero, mio padre Beniamino ne è stato consigliere d’amministrazione; il quotidiano della Capitale deve andare al più ricco di Roma»: cioè a Caltagirone. Amen!
Senza omettere, però, che quel giornale sia stato molto utile per estromettere da Mps un banchiere di rara capacità e onestà come Luigi Lovaglio, salvatore della banca senese. Naturalmente, salvo reazioni nella prossima assemblea da parte di quel 60% di flottante che avendo investito nelle azioni Mps apprezza un banchiere di rara capacità e assoluta correttezza come appunto Lovaglio.
Su Il Messaggero l’ing. Francesco Gaetano Caltagirone ha costruito un potere fortissimo, che connesso alla sua indiscussa abilità, forte di un’ottima posizione finanziaria, ne fa essere di fatto il nuovo Re di Roma. Lo dimostra anche il fatto che con appena l’11% di Mps, Caltagirone è riuscito in un doppio risultato: far prima conquistare Mediobanca da Mps, guidata da Lovaglio, e giustamente motivato in assoluto a salvare la banca, e poi, appunto, riuscendo a mettere alla porta il manager Lovaglio che non voleva diventare il suo yes man.
I lettori di MF-Milano Finanza conoscono bene come sono andare le cose, per le puntuali cronache e rivelazioni del vicedirettore Fabrizio Massaro e dei bravi giornalisti Luca Gualtieri ed Andrea Deugeni: in un teso consiglio d’amministrazione Lovaglio, poche settimane fa, era riuscito a far approvare il programma operativo presentato fin dall’inizio della scalata a Mediobanca e cioè che Mediobanca fosse delistata e sezionata, incorporando molte delle sue attività in Mps.
Aveva solo dovuto cedere al fatto che la partecipazione chiave del 13,2% di Generali posseduta da Mediobanca ed eterno sogno di Caltagirone, rimanesse nella scatola residua Mediobanca. Ma poiché la residua Mediobanca doveva e dovrebbe essere posseduta al 100% da Mps, di fatto Lovaglio avrebbe conservato pieni poteri sulla sua gestione.
Come dire che l’ingegner Caltagirone, che da anni mirava a essere il deus ex-machina di Generali, non avrebbe potuto mettere dito su quel pacco, se non con la presenza nel consiglio di Mps di suoi uomini (inclusi il suo bravo e serio figlio) visto che egli è provvidenzialmente fuori dal consiglio di Mps, vista la successiva indagine della magistratura.
Con la conferma del piano già approvato fin dal lancio dell’Opa su Mediobanca, il punteggio era diventato 3 a 0 a favore di Lovaglio. La rivincita poteva essere solo mettere fuori dal consiglio Lovaglio, ciò che è regolarmente avvenuto, anche perché il primo azionista di Mps, Delfin, con il 17,5%, per scelta del presidente Francesco Milleri ha nel cda della banca solo un consigliere, la signora Barbara Tadolini. Mentre ufficialmente o ufficiosamente l’ingegner Caltagirone poteva già contare su quattro consiglieri a lui vicini.
Così quando nella sera di mercoledì 4 marzo, il consiglio ha votato sulla lista di 20 consiglieri che dovranno essere approvati poi dall’assemblea, il nome di Lovaglio (lo ripeto, grande risanatore della banca senese) non c’era. La giustificazione risibile è che Lovaglio è indagato, unitamente all’ingegner Caltagirone e a Milleri, per il reato di concerto. Se il reato può essere proprio di azionisti, quanto fondata può essere l’accusa per chi da tre anni si è battuto con ogni forza per salvare Mps?
Non c’è un conoscitore dei fatti a Siena, in Italia e anche in Europa che non sappia che il compito di Lovaglio, già grande come dirigente di Unicredit, capo della banca posseduta in Polonia da Unicredit, salvatore del Credito Valtellinese e quindi, in tre anni, risanatore di Mps, era esattamente quello che ha realizzato.
E quindi non solo avrebbe più che meritato la riconferma, ma avrebbe dovuto essere solennemente premiato, a cominciare da Bankitalia, per aver riportato Mps al terzo posto fra le banche italiane. Invece, anche le autorità di controllo bancario, hanno fatto finta di niente lasciando di fatto la partita in mano a chi, come Caltagirone che, ugualmente indagato, per interposte persone quasi sicuramente porterà a casa il comando della terza banca italiana.
Misteri della fede per chi ha solo un credo: comandare, comunque, passando sopra a tutto, appunto anche a chi ha impiegato ogni sua risorsa professionale per salvare la banca, in modo da giungere (Caltagirone) a comandare, pur avendo solo l’11% del capitale della banca.
Ha significati ben precisi che di fronte a questa situazione non si sia levato neppure una dichiarazione a favore del salvatore di Mps. Ha parlato solo la Borsa e in modo netto: in pochi giorni il titolo Mps, che da tempo saliva soltanto, è sceso del 7% circa. Se è una consolazione, perché vuol dire che sul mercato operano ancora persone capace di valutare le qualità dei capi azienda, premiando o penalizzando l’azienda stessa, resta comunque avvilente per il Paese Italia (e non solo) constatare che di fronte al potere per il potere, anche chi fa, con risultati straordinari, il suo dovere è sottoposto a maneggi ignobili, senza peraltro che si levino voci di protesta.
La storia di successi e di correttezza di Lovaglio, se non premiata e invece penalizzata, diventerà per altri manager un incentivo a infischiarsene dei valori di efficienza e correttezza, che sono stati da sempre i suoi obiettivi. Quanti giovani da questa triste storia concluderanno che essere corretti ed efficienti non basta di fronte al potere, si potrebbe dire arrogante, di chi pensa di essere il più bravo e il più onesto, mentre ha ben altre caratteristiche?
Solo gli investitori onesti e professionali capiscono e infatti cosa vuol dire che da mercoledì a venerdì, il titolo Mps abbia perso il 7%. Segno che sul mercato tuttora, per fortuna, si ragiona e che ci sono ancora professionisti in grado di valutare non solo la perdita di slancio di Mps, ma anche le conseguenze future, se la scelta dei successori verrà fatta in base a principi clientelari o di stretta relazione fra chi ha potere derivato dalla presenza nei giornali e non da merito ed efficienza.
Una lezione pessima per l’intero mercato finanziario italiano e prima ancora per il comparto bancario. Così, non ci sarà certo da meravigliarsi se l’interesse degli italiani per i mercati borsistici continuerà a scendere, specialmente per il settore delle banche dove onestà e trasparenza dovrebbero prevalere su tutto.
E per fortuna che il Paese ha una banca come Intesa Sanpaolo, dove il ceo Carlo Messina sa ottenere ottimi risultati economici senza clamori, circondandosi di collaboratori che come lui preferiscono su tutto il low profile e l’efficienza, unita alla professionalità.
Lovaglio tendeva allo stesso comportamento e risultato. E da persona per bene qual è, ha solo commentato su se stesso: «Indegno e perdente, pur rimane nella storia». Nella storia, aggiungo io, di salvatore della più secolare ma scassata, prima del suo arrivo, banca italiana.
Dite voi se Lovaglio non meriti almeno l’onore delle armi; e infatti so che al Quirinale i pensieri su di lui parlano di esemplarità. Anche nel suo silenzio di uomo del Sud laureato a pieni voti nella Bologna dotta.
Ma la partita non è chiusa. Non è chiusa perché, se è stata decisiva (sia pure come pretesto) la comunicazione giudiziaria per Lovaglio come amministratore, perché, in base ai principi della Bce, non dovrebbe essere decisivo che la banca di fatto si presenta come controllata da azionisti che sono indagati? Si dirà, ma il maggior azionista, Francesco Milleri, si è sostanzialmente estraniato e ha finora nel consiglio in scadenza solo la Tadolini, la quale nella riunione decisiva per l’esclusione di Lovaglio non si è presentata; né a Milleri-Delfin vengono attribuiti candidati al cda fra quelli che saranno votati dall’assemblea.
Un distacco da Mps più chiaro di questo da parte di Milleri non potrebbe esserci. Lo ha assunto per dimostrare ai giudici che egli non partecipa al concerto che ha fatto scattare la comunicazione giudiziaria? Possibile, ma è altrettanto possibile e più credibile che nel momento in cui ha capito che vento era stato mosso dall’ingegner Caltagirone verso Lovaglio, abbia voluto separarsi totalmente da chi ha fatto escludere Lovaglio, cioè colui, non va dimenticato, che ha risanato Mps e ha gestito con successo la conquista di Mediobanca.
Sia come sia, in questa allucinante vicenda c’è solo una vittima vera, che avrebbe dovuto essere invece l’uomo più degno in assoluto di riconoscenza per lo straordinario lavoro che ha fatto. Al ministero dell’economia, che aveva tenuto in piedi Mps, sono sinceramente dispiaciuti di questa assurda esclusione di Lovaglio, che negli ultimi tre anni ha goduto della fiducia totale del ministro Giancarlo Giorgetti.
Ma lo stesso ministro non si è voluto esporre, perché sa che anche la sua parte politica è più che sensibile a quella forza mediatica che tiene sotto scacco tutta la Roma di destra e non solo. E non solo con Il Messaggero ma con tutta la catena di giornali che partendo dalla Puglia arrivano fino a Venezia con Il Gazzettino.
In realtà l’ingegner Caltagirone voleva arrivare fino a Trieste, patria delle Generali, con l’acquisto de Il Piccolo, che però il gruppo che ha acquistato i giornali veneti di Gedi non volle assolutamente cedergli e che subordinò l’acquisto della catena da John Elkann solo se avesse incluso anche il quotidiano di Trieste.
Perché, nonostante Donald Trump, negli Stati Uniti c’è ancora per fortuna un’anima democratica? Perché esiste un sistema di informazione in tempo reale e quotidiana come quella del New York Times, che mai fletterà dalla linea di una informazione assolutamente autonoma e democratica. E per garantirla ha rifiutato alcune centinaia di milioni da OpenAI, che voleva comprare per ChatGpt l’archivio storico e gli aggiornamenti del più grande e più libero sistema di informazione del mondo.
Class Editori è una pulce rispetto al NYT, ma la scelta della famiglia che controlla la testata è stata per noi di grande esempio. Infatti, non abbiamo venduto gli archivi e abbiamo realizzato in autonomia MFGpt. Il mondo va nella direzione dell’informazione attraverso l’intelligenza artificiale generativa, ma immaginate che cosa può uscir fuori se le fonti non sono autonome e affidabili.
Ma per il potere dell’informazione sul mondo politico e non solo, pesano ancora i quotidiani tradizionali perché sono visibili e chi li pubblica nella città dove vivono larga parte della settimana i parlamentari e i componenti del governo, Il Messaggero è il dominatore e quindi il maggiore influente della politica.
L’ingegner Caltagirone, come sapete, ha tentato anche di influenzare la nostra informazione rastrellando in borsa circa l’8% di Class Editori. Con queste azioni ha presentato una sua lista di minoranza all’ultima assemblea del giugno scorso. Non ha vinto perché c’era una lista di minoranza con più voti della sua. Non contento si è rivolto alla magistratura con un 700, cioè con un provvedimento di urgenza. La sezione imprese del Tribunale di Milano ha respinto ogni sua richiesta.
Naturalmente di ciò siamo stati felici, ma lo saremo ancora di più se mai si stabilisse in Italia una legge che impedisce di usare i mezzi di informazione come strumenti di potere. Ma sappiamo benissimo che ciò non avverrà, perché l’integrazione fra potere politico e editoria non professionale ma strumentale è praticamente inseparabile.
È stata perciò una vera consolazione partecipare, alla Scala venerdì 6, alla celebrazione dei 150 anni del Corriere della Sera. Già la presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, era esplicativa del valore di questo anniversario del maggior quotidiano e sistema di informazione italiano. Devo ammettere che mi sono commosso ricordando quando, nella prima parte degli anni 80, si presentò da me, in via Scarsellini, Urbano Cairo, l’attuale editore e controllore del gruppo Rcs.
Aveva letto l’intervista a Silvio Berlusconi che avevo pubblicato su Capital, nella quale il futuro fondatore di Forza Italia aveva invitato esplicitamente chi avesse delle idee ad andare a trovarlo. Cairo sosteneva di averci provato, avendo delle idee, ma di essere stato respinto. Da una veloce indagine emerse che Cairo aveva tentato di forzare la scorta del Cavaliere per quattro volte.
Spiegai a Berlusconi che non era un attentatore e così nacque la carriera di Cairo, la cui capacità e abilità non ha paragoni. Ma mi sono commosso anche quando ha parlato il direttore, Luciano Fontana. Il Corriere della Sera era stato, da non moltissimo tempo, sottratto alla P2 grazie all’intervento di imprenditori come Diego Della Valle, Marco Tronchetti Provera e altri simili.
Si doveva nominare un nuovo direttore. Mi chiamò chi era il numero due della redazione, Fontana, pregandomi di spiegare a Diego che, anche se proveniente dall’Unità, egli era più che affidabile quando a equilibrio sia politico che professionale. Chiamai Della Valle perché ero convinto che Fontana potesse essere un ottimo direttore. E così è stato in tutti questi anni in cui, con Urbano editore coraggioso, il Corriere ha avuto grande equilibrio e grande capacità informativa arrivando, fra l’altro, a conquistare 750 mila abbonati digitali.
Per fortuna che a Milano ci sono direttori e editori come Fontana e Cairo, e azionisti di minoranza di Rcs con l’equilibrio e il senso democratico di Della Valle e Tronchetti.
E per fortuna che ci sono anche banchieri, come Maurizio Tamagnini che, pur perseguendo fino in fondo il profitto, riescono a fare salvataggi come quello del marchio storico Missoni. La sua caparbietà giova al Made in Italy. Avrebbe potuto giovare ancora di più, se gli imprenditori italiani avessero seguito il suo progetto di anni fa, di creare un polo italiano. Chi lo conosce, però, è convinto che Tamagnini non lo abbia abbandonato. (riproduzione riservata)