Se c’è un gruppo che può già riconoscersi nell’idea di industria della difesa emersa dal vertice Nato di Ankara, quello è Leonardo. Il titolo è appena stato promosso da Jefferies a top pick del settore aerospaziale e della Difesa europei, al posto di Rheinmetall. «Promuoviamo Leonardo a buy, nominandola nostra nuova scelta principale nel settore, in quanto offre il miglior appeal tra le aziende di elettronica per la Difesa e Difesa aerea», spiegano gli analisti, che le assegnano un prezzo obiettivo di 68 euro. Per Morgan Stanley il vertice di Ankara rafforza un quadro industriale che coincide con le principali direttrici strategiche del gruppo guidato dall’ad Lorenzo Mariani: sicurezza e difesa multi-dominio, digitalizzazione sicura (il gruppo ha appena portato a termine un’altra acquisizione), cyber, spazio, sensoristica, sistemi integrati, cooperazione internazionale. La difesa europea, per usare le parole della banca, sta accelerando dalla fase della programmazione finanziaria a quella dell’esecuzione industriale, e Leonardo si trova già bene inserita in questo passaggio. Non a caso, il giorno dopo il summit, Morgan Stanley ha confermato la raccomandazione overweight sul titolo, pur limando leggermente il target price da 83 a 80 euro per azione.
La banca d’affari non si è fermata allo slogan emerso dal summit dell’Allenza Atlantica, «un’ Europa più forte in una Nato più forte», né ai 50 miliardi di dollari di nuova spesa militare, e nemmeno al mix di capacità convenzionali e missilistiche, integrate da risorse spaziali e cibernetiche, che rappresenta l’ideale equipaggiamento da guerra, anzi da deterrenza.
Ha invece messo nero su bianco un cambio di paradigma che vale la pena raccontare per esteso, perché è quello che dà il tono a tutta la lettura del settore. Il punto, per la banca, non è più (solo) quanti soldi l’Europa mette sul piatto della difesa, ma quanto velocemente riesce a trasformarli in programmi industriali veri, capacità operative e consegne. Il riarmo, insomma, sta smettendo di essere un problema di bilanci e sta diventando un problema di esecuzione: procurement più snello, produzione localizzata, cooperazione tra ecosistemi tecnologici diversi.
I numeri restano comunque il punto di partenza. I Paesi europei della Nato e il Canada puntano a portare la spesa complessiva per la difesa - componente core più voci collegate - a circa il 4% del pil nel 2026, dal 2% del 2024. A questo si somma un quadro di rafforzamento strutturale più ampio: circa 260 miliardi di dollari di spesa aggiuntiva nel biennio 2025-2026 e, sul fronte Ue, il programma Readiness 2030, che può arrivare fino a 800 miliardi di euro entro il 2030, con dentro i 150 miliardi dello strumento Safe per gli acquisti congiunti.
Dal documento conclusivo di Ankara emergono opportunità per oltre 130 miliardi di dollari in programmi pluriennali, spalmate su alcune aree: deep precision strike e long-range fires (oltre 50 miliardi di dollari), counter-drone (oltre 40 miliardi nei prossimi cinque anni), difesa aerea e missilistica integrata (circa 26 miliardi), air mobility, Isr e airborne early warning (circa 11 miliardi), spazio e sorveglianza (circa 4 miliardi), più iniziative su munizionamento, cyber, infrastrutture digitali e materiali critici per la difesa.
Ed è qui che il discorso torna a Leonardo. Molte di queste priorità coincidono con aree in cui il gruppo è già presente: elettronica per la difesa, sensoristica, sistemi di comando e controllo C2/C4ISTAR, cyber, spazio, sorveglianza, infrastrutture digitali sicure, elicotteri, capacità multi-dominio. Ma secondo Morgan Stanley il vertice conferma anche qualcosa di più strutturale: la competitività, da qui in avanti, non dipenderà più solo dalla singola piattaforma che un’azienda sa costruire, ma dalla sua capacità di stare dentro ecosistemi industriali integrati, fatti di partnership transatlantiche, produzione distribuita sul territorio, filiere resistenti e tecnologie che parlano la stessa lingua tra loro.
Sul tema della localizzazione della produzione, sempre Morgan Stanley è ancora più esplicita: non si tratta di sostituire la tecnologia americana, ma di costruire un modello in cui tecnologia Usa, produzione europea, manutenzione regionale e procurement multinazionale convivono. Ed è uno schema che, secondo la banca, premia proprio le aziende con una presenza industriale su entrambe le sponde dell’Atlantico e competenze già consolidate nei domini considerati prioritari — Leonardo, appunto, che oggi può contare su stabilimenti e attività in Italia, Regno Unito, Polonia e Stati Uniti, oltre a una filiera di circa 11mila fornitori, di cui più di 7mila piccole e medie imprese (dato che emerge dalle presentazioni dello stesso gruppo). Non è un dettaglio da poco: colloca Leonardo non solo come fornitore di piattaforme, ma come uno degli attori che possono contribuire a costruire la nuova architettura industriale della difesa europea.
Coerente con questa lettura è anche il primo esempio concreto arrivato sul fronte cyber. Accenture si è aggiudicata un contratto settennale da circa 200 milioni di euro dalla Nato Communications and Information Agency per il programma Protected Business Network, una piattaforma enterprise sicura e multi-cloud pensata per circa 29mila utenti dell’Alleanza. Leonardo lavorerà al fianco di Accenture nell’implementazione della Zero Trust Architecture, mettendo in campo la propria Global Cybersec Platform e le capacità di cyber defence potenziate dall’intelligenza artificiale.
Per Mediobanca, invece, il vero spartiacque è il nuovo target Nato del 3,5% del Pil dedicato alla Core Defence, che gli analisti considerano la metrica più importante da tenere d’occhio per tutti i contractor europei del settore. Se questo obiettivo venisse centrato, la spesa potrebbe salire di un ulteriore 40% circa, con ricadute dirette e positive sulla raccolta ordini di tutto il comparto. C’è però anche una nota meno entusiasta: per l’Italia e la Spagna, l’incremento previsto appare più contenuto rispetto ad altri Paesi, un dato che Mediobanca definisce «in parte deludente». Ma fa notare un aspetto interessante per il caso italiano: la quota di spesa ancora oggi destinata al procurement è relativamente bassa, il che lascia margine perché i prossimi aumenti si concentrino proprio sugli acquisti, con benefici potenziali per i campioni nazionali, Leonardo e Fincantieri in testa. C’è poi un secondo fronte che Mediobanca segnala con attenzione, quello dei missili a lunga gittata. Regno Unito, Francia, Germania e altri alleati Nato hanno lanciato un’iniziativa da circa 50 miliardi di dollari per accelerare lo sviluppo di capacità europee di attacco di precisione a lungo raggio, anche oltre 2.000 chilometri, progetto che si affianca a iniziative già avviate come UK-Germany Deep Precision Strike, UK-France-Italy Stratus e Brakestop. La lettura degli analisti è positiva per Mbda e, di riflesso, per i suoi azionisti Bae Systems, Airbus e Leonardo, vista l’ampia visibilità del portafoglio ordini della joint venture.
Il fronte missilistico, resta parecchio vivace: il 10 luglio Mbda ha annunciato il superamento di una tappa chiave del programma Hydis, il futuro intercettore europeo pensato per contrastare minacce ipersoniche e balistiche. Il consorzio guidato da Mbda, con Avio, ArianeGroup, Roxel, Lynred, Thales Netherlands e Gkn Fokker tra i partner industriali, ha selezionato il concept definitivo tra i quattro Paesi partecipanti al programma, Francia, Germania, Italia e Paesi Bassi, cofinanziato dal Fondo Europeo per la Difesa.
Infine Bank of America guarda già ai conti del primo semestre, attesi il 31 luglio. La banca Usa ha confermato il target price di 79,5 euro, che implica un potenziale di rialzo superiore al 60% rispetto alle quotazioni di inizio luglio. Secondo gli analisti, lo slancio mostrato da Leonardo nel primo trimestre sarebbe proseguito anche tra aprile e giugno: le stime parlano di ordini per 5,5 miliardi, ricavi per 5,4 miliardi ed ebita a 516 milioni, circa il 10% sopra il consenso. La scommessa di Bofa, però, va oltre il singolo trimestre: il gruppo potrebbe chiudere l’intero 2026 con ricavi ed ebita superiori di circa il 3% rispetto alla guidance, anche grazie al contributo di Iveco Defence Vehicles, che rafforza la presenza di Leonardo nel dominio terrestre. Da qui la convinzione della banca che la recente correzione del titolo rappresenti più un’opportunità di acquisto che un segnale di indebolimento dei fondamentali. (riproduzione riservata)