Che cosa si prova ad avere la stessa età della Repubblica? In primo luogo, di essere stati fortunati per aver potuto vivere, tutto sommato, a parte alcuni momenti di fuoco come quello delle Brigate rosse, in un clima di pace e di sostanziale democrazia. Almeno in Italia. Tuttavia, proprio allo scoccare degli 80 anni repubblicani, si intravedono, non solo in Italia, possibili anni futuri non proprio desiderabili.
Fra tutto quanto di negativo si teme possa accadere c’è una sostanziale e imprevedibile sorpresa: il buon andamento della borsa italiana e anche di altre borse nel mondo. Credendo da sempre che uno dei più significativi indici sia appunto quello borsistico, poiché esprime il sentimento di chi ha soldi da investire o da realizzare, che le borse, specie quella italiana, siano positive, è per certi versi straordinario. È di buon auspicio?
Piazza affari ha raggiunto livelli che non si vedevano da decenni, nonostante il contesto internazionale; nonostante cioè un governo del mondo sotto l’egida di un personaggio come il presidente Donald Trump, che è meglio non definire.
Non ha forse provocato serenità vedere il modo in cui il presidente Sergio Mattarella ha chiesto (e in alcuni casi ha voluto) che venisse celebrato l’ottantesimo della Repubblica?
La Rai è spesso criticata per la sudditanza ai partiti e per le correnti dei partiti; quindi, influenzata da chi comanda al momento. Questa è la norma, ma con lo spettacolo che ha mandato in onda la sera del 2 giugno dal piazzale di fronte al Palazzo del Quirinale, sotto lo sguardo sereno ma severo del presidente Mattarella, la radio e televisione italiana ha riscattato anni di trasmissioni mediocri o eccessivamente di parte, a seconda dei canali. In occasione del tondo e significativo ottantesimo compleanno della Repubblica, la Rai si è riscattata.
È sicuro che su questa gradevole intensa celebrazione abbia pesato in maniera assoluta l’autorità del Presidente Mattarella. L’ottantacinquenne fratello di una delle più atroci vittime della Mafia, era lì con il suo volto sereno e sempre sorridente, a misurare se questa volta, proprio di fronte alla casa che occupa per il secondo settennato, il tono generale fosse adeguato e non solo misurato. La scelta dei protagonisti, attori e cantanti, questa volta è stata felice. I toni sempre appunto misurati e positivi, come idealmente dovrebbe essere sempre per un Paese come l’Italia, che prima di questo ottantesimo compleanno ha subito ferite gravi e gravissimi omicidi e catastrofi naturali. Non si può quindi che essere lieti di quanta positività sia stata diffusa via televisione nell’intero Paese.
La lezione di questo 2 giugno servirà a far capire a tutto il Paese, ma anche ad altri Paesi, che la serenità non piove dal cielo, ma che la si conquista atto dopo atto, con scelte equilibrate e democratiche. Si può sperare che la lezione serva in tutti i settori del Paese?
In un mondo attraversato da guerre, razzismo etnico e religioso, da follie del presidente del più importante Paese del mondo, ma anche del presidente del popolo che nel secolo precedente ha sofferto di più per le persecuzioni razziali, è parso, in quella piazza del Quirinale, che qualche speranza di positività esiste e deve essere coltivata.
È giusto, saltando nel campo più tipico di questo giornale, che Unicredit, seconda banca italiana, possa conquistare con una ops corretta il controllo di una importante banca tedesca come Commerz? E non vi pare davvero paradossale che all’interno dell’Unione europea, si debba perfino porre questo interrogativo? Il fatto è che sotto la spinta del nazionalismo americano, inaugurato da un presidente come Donald Trump, nonostante egli sia alla seconda esperienza, tutto il mondo si stia attorcigliando nel nazionalismo, che è la peggiore malattia degli stati. Eppure, certamente negli Usa, ma in tutto il mondo occidentale, è ancora viva la memoria dei soldati americani che distribuivano cioccolata e caramelle dopo la liberazione di Roma.
Di fronte a una simile perdita di memoria, è più che naturale che la paura di una nuova guerra mondiale serpeggi non solo nel mondo occidentale ma anche nei Paesi meno fortunati di quelli europei. Anche perché sono sempre meno i cittadini che quella guerra hanno potuto vederla con gli occhi della maturità. Servirebbe che la Rai, come ha mostrato professionalità e sapienza per l’ottantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Italiana, tornasse stabilmente a garantire il ruolo della memoria dei fatti peggiori della terra con produzioni adeguate. Lo farà? Lo faranno altri canali e altri produttori cinematografici? Se non c’è consapevolezza di qual è il male e qual è il bene nella storia, anche gli andamenti economici e finanziari positivi, di cui MF-Milano Finanza è il fedele narratore, non potranno riportare la pace e la serenità (non in tutto il mondo, che sarebbe troppo) ma almeno dove il nazismo, trascinando a ruota il fascismo, ha provocato più di 80 anni fa all’Europa una sofferenza durata decenni.
Meglio tornare agli Orsi&Tori del mercato, dell’economia e della politica.
Meglio tornare al mercato bancario, dove, come detto, la storia più o meno nota e avvincente è, in questo momento, il tentativo di Andrea Orcel di domare e conquistare la seconda banca tedesca. C’è chi scrive che l’abbia già conquistata perché, fra azioni in portafoglio e derivati che possono consentire, esercitandoli, di conquistare altri titoli, può arrivare oltre il 50%, rendendo così impossibile la resistenza che le autorità tedesche hanno frapposto alla scalata. Ma se Orcel conquista definitivamente Commerz, diventa anche il primo banchiere d’Italia? In termini numerici forse sì, ma non è certo sul piano del potere effettivo nel Paese. Oggi la banca prima in assoluto in Italia è Intesa Sanpaolo e il primo banchiere del Paese è Carlo Messina. Ma non soltanto per questa avanzata di Unicredit e di Orcel, il tema del primato bancario in Italia sta emergendo in maniera sempre evidente. E sicuramente le sorprese potranno non mancare.
Per fortuna in questi potenziali movimenti, ai vertici dei protagonisti ci sono uomini con il cervello acuto e la serietà apprezzata dal bravo ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti. Con l’attenzione con la quale Giorgetti, in silenzio, vigila sull’assetto bancario e finanziario-assicurativo italiano, ci sono due risultati che vorrebbe ottenere:
1) evitare che in virtù dell’importante quota che Credit Agricole possiede in Bpm, la ex-banca popolare di Milano possa finire nelle mani della grande banca francese e che l’appetito francese possa guardare anche a Mps, che è rimasta sotto la guida di Luigi Lovaglio grazie anche al ruolo avuto nell’assemblea a Siena da quella percentuale di azioni possedute dalla ex-popolare milanese;
2) al ministro preoccupa molto anche che, sia pure in crescita dimensionale, il possibile controllo di Commerz da parte di Unicredit possa togliere personalità italiana alla seconda banca del Paese.
Con queste possibili operazioni (ma naturalmente possono essercene altre), il ministro Giorgetti sta riflettendo sul fatto che il sistema bancario italiano potrebbe perdere molti connotati utili all’economia nazionale. E ricorda bene che nel 2011 a scatenare la crisi del debito pubblico italiano fu la vendita in massa di titoli di stato attuata da Deutsche Bank. Per questo, ha senso e razionalità che a scendere in campo possa essere Intesa Sanpaolo, sia per garantire l’italianità di Mps e delle sue controllate con in testa Mediobanca, sia per bilanciare la germanizzazione di Unicredit, una volta che la banca guidata da Orcel abbia conquistato definitivamente Commerz, il cui peso la farebbe orientare inevitabilmente verso oltralpe.
Ma per una protezione del sistema bancario italiano, ci sono alternative a un’azione che può svolgere Intesa Sanpaolo? No, non ce ne sono.
Infatti, secondo alcune fonti, apparentemente attendibili, viene descritta una possibile iniziativa da parte di Intesa Sanpaolo, anche per fare da difensore di Generali di fronte a possibili assalti alla diligenza. Il ceo Carlo Messina e i suoi collaboratori, con il sostegno di tre importanti azionisti come le tre fondazioni, Cariplo, SanPaolo e CariFirenze, hanno tutte le caratteristiche di potenziali difensori di Generali, cioè di gran lunga la maggiore compagnia di assicurazioni italiana e ai vertici assoluti in Europa e nel mondo. Ma nello stesso tempo, sul mercato delle voci più o meno autorevoli si sente anche dire che per difendere Generali, Intesa Sanpaolo potrebbe intervenire al fianco di Mps, con punto di incontro in Mediobanca.
In realtà, nel settore della banca d’affari Intesa Sanpaolo è già molto forte con la divisione Imi, presieduta da Gaetano Miccichè e condotta con crescente efficacia da Mauro Micillo, neo-docente ad Oxford. E finora, raccogliendo ottimi frutti, il ceo Messina ha sempre ritenuto preferibile crescere dall’interno in tutti i settori possibili, inclusi le assicurazioni, piuttosto che entrare in campo per Generali o Mps, in direzione Mediobanca.
Ma si sa, il mercato è produttore esso stesso di voci e ipotesi; quindi, non sorprende che di fronte all’attivismo di Orcel a livello internazionale, gli analisti di mercato lavorino a possibili mosse di Intesa Sanpaolo, che da tempo sta realizzando una significativa crescita endogena.
Così come non appare campato in aria che sempre a fronte dell’aggressività di Orcel, Intesa Sanpaolo, nella sua tradizione di difesa del Paese, possa dare una mano a Luigi Lovaglio dopo la bella difesa che l’ex-banchiere di Unicredit ha fatto a Siena, con l’aiuto di Francesco Milleri, capo del gruppo Delfin. In ballo, poi, in Mediobanca c’è la partecipazione (la più importante fra tutti gli azionisti) in Generali. Intesa Sanpaolo, non per necessità di prodotti assicurativi, avendo nel settore una divisione di straordinaria efficienza, ma per proteggere Generali da assalti internazionali o nazionali, potrebbe allearsi con Lovaglio proprio verso Trieste, adempiendo così anche a una funzione protettiva del mercato italiano rispetto a tentativi che potrebbero venire anche dall’estero.
Generali è sempre stata ai vertici europei diretta con saggezza, grande managerialità e determinazione dal ceo Philippe Donnet e dal presidente Andrea Sironi. E certamente ogni operazione che riguarda il suo assetto non potrà che passare per i piani alti del grattacielo di Citylife del leone alato.
Ma sarebbe un bene o un male che Intesa Sanpaolo e Mps si alleassero in direzione Trieste? Sicuramente un bene, perché non vi è dubbio che, rotti gli assetti del passato, Generali sia ora un patrimonio italiano da proteggere. E una alleanza di Intesa Sanpaolo in direzione di Trieste è tutt’altro che una cattiva idea.
Un ruolo importante in questa area strategica la giocherà Delfin guidata da Milleri, visto che è azionista sia in Mps-Mediobanca, sia in Generali, nonché addirittura in Unicredit. Insomma, Milleri, anche se non è riuscito ancora a incassare da Delfin i 400 milioni di euro garantitegli da Leonardo Del Vecchio (attenzione, non Leonardino) è veramente, in questo momento, centrale al sistema.
Ci sono dubbi che almeno alcune delle numerose operazioni sul tappeto bancario-assicurativo italiano andranno presto in porto? La danza è aperta e gli schieramenti, anche se attualmente non esattamente delineabili, possono cambiare con estrema rapidità. Ma certamente Giorgetti ha tutti i buoni motivi per guardare con favore alla complessiva scesa in campo della prima banca italiana guidata dal ceo Messina. (riproduzione riservata)