In un intervento ricco di analisi e indirizzi prospettici il governatore Fabio Panetta all’assemblea dell’Associazione Bancaria Italiana tenutasi ieri ha tra l’altro espresso apprezzamento per quel vero e proprio decalogo etico, istituzionale e professionale del banchiere presentato dal presidente Antonio Patuelli muovendo dall’affermazione che le banche debbono essere esemplari.
Uno dei punti in cui deve essere dimostrata la capacità dei banchieri riguarda il consolidamento bancario in corso, da cui può discendere un rafforzamento del sistema. A questo riguardo il governatore è stato esplicito e organico; ha premesso che le concentrazioni in corso riguardano banche, compagnie assicurative, società di gestione del risparmio in un mercato nel quale i confini son meno netti e la competizione si gioca sull’offerta integrata dei prodotti. Ciò premesso, lo scopo di queste operazioni - accrescere l'efficienza, migliorare la qualità dei servizi a famiglie e imprese - non è automatico. Dipende dalla solidità patrimoniale degli intermediari, dai piani industriali, dalle sinergie nonché dalle integrazioni di strutture e procedure.
E la Banca d’Italia?
Ecco quindi il punto centrale, molto spesso evocato nel dibattito pubblico con l’interrogativo: «Ma che cosa dice la Banca d’Italia delle aggregazioni, a cominciare da quelle in corso?». La risposta è che un giudizio positivo si potrà dare se gli obiettivi indicati sono conseguiti mentre si riconfermano però trasparenza, pluralismo e adesione all’economia reale. Più in particolare, la Banca d'Italia, in collaborazione con la Bce e le altre autorità nazionali ed estere competenti in materia, valuta le operazioni in base a questi criteri; poi il giudizio sulle operazioni è affidato al mercato e alle scelte degli azionisti.
Sono insomma tre i pilastri della valutazione delle concentrazioni: l’osservanza dei criteri prescritti, la conformità alle norme italiane ed europee, il giudizio di azionisti e mercato. Tutto ciò si può calare nelle vicende italiane, anche al fine di non considerare solo in sé le aggregazioni, come ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - il quale ha tenuto a precisare che quella di ieri è l’ultima partecipazione all’assemblea annuale Abi quale azionista di banche, con ciò preannunciando l’uscita del Tesoro dal Monte dei Paschi di Siena - ma per il modo in cui influiscono su economia, famiglie e imprese. Non sarebbe ammesso dirigismo, ma le aggregazioni non sono il campo di una solo lata discrezionalità ed è essenziale e delicato il bilanciamento delle diverse attribuzioni dei differenti soggetti.
Normalmente in condizioni particolari, in specie di difficoltà non ordinarie, non si può escludere l’esercizio di un ruolo di intervento prossimo alla cogenza da parte delle autorità di controllo. Le banche italiane, rafforzate e più redditizie, devono fare di più per il sostegno agli investimenti, come ha chiesto Giorgetti, anche perché la mano pubblica ha fatto la sua parte nel netto miglioramento della condizione degli istituti? Patuelli ha detto con precise informazioni che le banche fanno più della loro parte. Il problema sta nei tempi e nei modi nonché nel raccordo con l’offerta, che ora non viene colta adeguatamente per le incertezze e le crisi geopolitiche. Ancora più necessario allora appare un confronto trilaterale tra governo, Abi e sindacati. (riproduzione riservata)