Il governo è pronto a sostenere Stellantis nella produzione di un secondo modello a Mirafiori. Il rilancio dell’auto italiana passa anche da qui, ma la partita industriale di Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, si gioca su un fronte più ampio: dalla dipendenza dalla Cina per le materie prime critiche, con il progetto di Porto Marghera, alla difesa delle aziende dalla concorrenza internazionale. Fino al confine, sempre più sottile, tra tutela dell’industria e proibizionismo. «Il paradigma dell’epoca in cui viviamo è il conflitto e dobbiamo tutelarci sul piano della resilienza», spiega il ministro Adolfo Urso in questa intervista a Milano Finanza.
Domanda. Ministro Urso, il ceo di Stellantis Antonio Filosa in un’intervista a MF-Milano Finanza ha aperto alla possibilità di produrre un secondo modello a Mirafiori. Poi ha condizionato la fattibilità ad aiuti statali sul fronte dell’energia. Ci sono interlocuzioni in corso?
Risposta. Sì. Ho parlato con l’azienda per aumentare le potenzialità produttive di Mirafiori, in diversi incontri avuti negli ultimi mesi. Trovo un riscontro positivo nelle dichiarazioni rilasciate da Arnaud Belloni, nuovo ceo di Fiat, al Salone di Parigi che ha fatto specifico riferimento a un secondo modello. Siamo pronti a supportare questa opportunità con gli strumenti a nostra disposizione.
D. Stellantis cerca il rilancio, ma la produzione, seppur in miglioramento, resta lenta. Come si accelera?
R. Nei primi nove mesi dell’anno la produzione negli stabilimenti italiani di Stellantis è aumentata del 28,3% rispetto all’anno precedente. Si è ridotto il ricorso alla cassa integrazione di oltre il 30% e il beneficio è stato immediato anche per la filiera automotive, con contratti per almeno 7 miliardi destinati alle imprese italiane. Un risultato importante se si pensa che altrove in Europa gli stabilimenti vengono chiusi e i licenziamenti vengono annunciati. Ma vi è senz’altro ancora molto da fare, soprattutto rispetto ad alcune regole europee che hanno portato alla crisi del comparto e al collasso di quelle aziende che hanno perseverato nell’ideologia del tutto elettrico.
D. L’obiettivo di un milione di veicoli al 2030 è ancora raggiungibile?
R. Se riusciremo a realizzare le riforme necessarie, l’obiettivo resta raggiungibile, ovviamente anche con la partecipazione di altre case automobilistiche. È di buon auspicio anche l’intesa raggiunta tra Merz e Macron, che segue finalmente la strada che noi abbiamo indicato per primi con costanza e determinazione, anche quando apparivamo isolati. Ora anche altri convergono sulla necessità di tutelare l’industria dell’auto in Europa. L’intesa con la Cina sull’export delle ibride va nella stessa direzione. Occorre procedere in fretta, in modo organico e strutturale.
D. È proprio con costruttori cinesi che Stellantis valuta collaborazioni per il rilancio di Maserati. Il governo è stato informato delle interlocuzioni con attori come Huawei e Jac Motors?
R. Siamo sempre tempestivamente informati delle politiche industriali che Stellantis intende perseguire nel nostro Paese: il confronto è continuo e proficuo. Sappiamo che l’azienda intende mantenere tutti gli stabilimenti, come concordato con il «Piano Italia», con l’obiettivo di saturarne la capacità produttiva anche con partnership tecnologiche, industriali e commerciali con altri attori, anche cinesi. E seguiamo con attenzione l’evolversi del piano industriale e delle relative partnership, attenti a tutelare le tecnologie e l’occupazione, anche nelle imprese della componentistica.
D. Allargando il cerchio, il futuro di molta industria europea dipende sempre più dalle materie prime critiche, su però dipendiamo dalla Cina. Esiste un piano per attenuare i rischi?
R. Le posso rispondere con le parole del vicepresidente esecutivo della Commissione europea Stéphane Séjourné, che ha riconosciuto come proprio l’Italia sia in prima linea nella politica europea sulle materie prime critiche. Abbiamo candidato Porto Marghera a ospitare il primo sito europeo di stoccaggio di materie prime critiche e abbiamo già 9 progetti riconosciuti come strategici dalla Commissione europea nel campo del riciclo e della raffinazione. Abbiamo inoltre istituito il Fondo nazionale del Made in Italy per sostenere le iniziative delle imprese in questo comparto, con una dotazione iniziale di quasi un miliardo, e abbiamo fatto scendere in campo Eni, che sta sviluppando una politica internazionale per l’estrazione di materie prime critiche.
D. Dal 1° novembre dovrebbe scattare un prelievo fisso di 2 euro per ogni articolo acquistato online da venditori extra Ue, qualunque sia il prezzo. Anche l’Italia ha lavorato per inserirle la tassa ma con diversi rinvii: sarà recepita nella prossima manovra?
R. Abbiamo introdotto una misura nazionale, facendo da apripista in Europa e, nel contempo, abbiamo agito insieme alla Francia perché la Commissione intervenisse sul fronte doganale, di sua esclusiva competenza. I riscontri sono stati tempestivi ed efficaci: prima il dazio di 3 euro sui prodotti contenuti nei pacchi di piccola entità, poi la responsabilità delle piattaforme digitali e il contributo di 2 euro per la gestione doganale. A questo punto non è più necessaria la nostra misura nazionale, perché il quadro è ormai armonizzato in tutta Europa, come avevamo con pervicacia e lungimiranza richiesto.
D. Posso chiederle, secondo lei, dove finisce la tutela delle imprese italiane e dove comincia il rischio di protezionismo?
R. Oggi è prevalente in ogni dossier considerare quanto quella tecnologia, quel prodotto o quella impresa possano contribuire alla nostra autonomia strategica, quindi torna a prevalere l’interesse nazionale su ogni altra considerazione. Il paradigma dell’epoca in cui viviamo è il conflitto e dobbiamo tutelarci sul piano della resilienza.
D. Spesso il senatore Matteo Renzi l’ha accusata di utilizzare in modo eccessivo la golden power…
R. Si riferisce a un caso specifico, quando utilizzammo la golden power per vietare un’operazione riconducibile alla Russia in Italia che coinvolgeva una società fondata da un suo caro amico: l’unico caso di divieto nei procedimenti di competenza del Mimit nel 2023. Da quel momento ha scatenato una sistematica campagna di aggressione nei miei confronti. Oggi penso che anche lui comprenda perché fummo costretti a farlo.
R. Sull’ex Ilva, ministro, una domanda secca: riuscirete a chiudere la vendita entro la fine dell’anno?
D. Ovviamente molto dipende da quello che deciderà la Cassazione sul ricorso dei commissari contro l’ordine di sospensione dell’attività dell’area a caldo disposto dalla Corte d’appello di Milano. È comunque questo il nostro obiettivo. (riproduzione riservata)