C’è una stima che, più di ogni altra, rende immediatamente l’idea di quanto la spesa militare può impattare sull’equilibrio finanziario dei Paesi europei: se l’80% del fabbisogno legato all’aumento del budget per la difesa fosse finanziato a debito, le emissioni sovrane aumenterebbero di ben 500 miliardi di euro entro il 2030.
La stima è di Moody’s, che il 12 febbraio ha riunito i suoi analisti per l’European Defence Media Briefing riservato a un gruppo ristretto di testate, tra le quali MF-Milano Finanza, per mettere in fila numeri e analisi, confluiti poi nel report How the increase in defence spending will affect European sovereign credit.L’accelerazione della spesa militare, spinta dalla guerra Russia-Ucraina che ancora non trova una soluzione e dalla consapevolezza che il ruolo degli Usa è meno centrale per la sicurezza europea, sarà sempre più una componente strutturale delle politiche fiscali degli Stati membri, premette l’agenzia di rating.
Nel caso dell’Italia, il nodo resta la sostenibilità dei conti pubblici. Secondo Moody’s, quella italiana rientra tra le economie ad alto debito che dispongono di margini fiscali più limitati per assorbire l’incremento richiesto dalla corsa europea al riarmo senza ricorrere a misure compensative.
Lo sforzo è già in partenza, perché ci si muove da livelli ancora distanti dal target Nato di lungo periodo. Il bilancio della difesa, riportato da Moody’s e calcolato secondo la definizione nazionale più restrittiva rispetto a quella dell’alleanza, è atteso a 31,2 miliardi nel 2026, pari a circa l’1,4% del Pil (in linea con i 31,3 miliardi del 2025), per poi salire a 31,7 miliardi nel 2027 (1,3%). Il ministro della Difesa ha indicato un aumento progressivo compreso tra lo 0,15% e lo 0,2% del Pil all’anno per avvicinarsi gradualmente ai target, mentre il governo ha espresso sostegno all’obiettivo del 3,5% entro il 2035.
Il tema da analisi finanziaria, però, non riguarda solo l’entità della spesa, ma anche la sua rigidità. Anche i programmi italiani, infatti, sono fortemente orientati all’equipaggiamento, come dimostra la lista della spesa: dall’ammodernamento dei carri C1 Ariete all’acquisizione dei veicoli blindati per la fanteria, fino all’acquisto di ulteriori F-35 che porteranno la flotta complessiva a 115 velivoli. C’è poi la partecipazione al Gcap (Global Combat Air Programme) per lo sviluppo del caccia di nuova generazione nel quale l’Italia è rappresentata da Leonardo. In più, sono previsti investimenti per rafforzare le capacità navali e spaziali. Per i sistemi satellitari militari c’è una previsione di spesa di 80 milioni di euro.
Secondo Moody’s, spese ad alta intensità di capitale come quelle militari tendono ad avere effetti economici più persistenti rispetto alla spesa corrente, ma risultano anche meno comprimibili qualora le condizioni di bilancio dovessero deteriorarsi. Per un Paese con debito elevato, ciò implica che il rafforzamento della difesa rischia di tradursi in una pressione fiscale più duratura, mantenendo sotto osservazione deficit, traiettoria del debito e costi per interessi, sintetizzano gli analisti. L’Italia non è però l’unica a doversi confrontare con questi paletti; hanno margini di manovra più limitati anche Belgio, Francia, Spagna e Regno Unito.
Il riassetto delle priorità di bilancio però va avanti per obiettivi standard, senza curarsi troppo degli eventuali limiti dei singoli. Il report ripercorre le tappe principali, a partire da giugno 2025, quando i membri della Nato, con l’eccezione della Spagna, hanno concordato di destinare entro il 2035 almeno il 3,5% del Pil alla spesa militare core, con la possibilità di aggiungere fino a un altro 1,5% per ulteriori voci legate alla sicurezza. Ne scaturisce una corsa un po’ sbilanciata, nella quale economie con maggiore spazio fiscale e una base industriale della difesa più sviluppata appaiono meglio posizionate per assorbire l’aumento. La Germania, per esempio, ha approvato per il 2026 un budget superiore a 108 miliardi di euro, pari al 2,4% del Pil, in aumento rispetto al 2% del 2025. Anche la Francia ha portato la spesa a 67 miliardi, circa il 2,2% del Pil, mentre il Regno Unito punta a salire dal 2,1% al 2,5% dal 2027.
Ancora più marcata l’accelerazione nell’Europa orientale, più esposta alle minacce russe. La Polonia prevede di destinare circa il 4,8% del Pil alla difesa, mentre le tre Repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) si collocano intorno o oltre il 5%, disposte ad accettare deficit più elevati nel breve periodo in cambio di una rapida modernizzazione militare. A differenza delle grandi economie dell’Europa occidentale, partono però da livelli di debito più contenuti.
L’analisi dell’agenzia di rating si sofferma anche sul ruolo delle istituzioni europee, che stanno cercando di attenuare l’impatto sui bilanci nazionali. La clausola di salvaguardia del Patto di stabilità offre maggiore flessibilità, e c’è grande adesione allo strumento di finanziamento Safe (Security Action for Europe) che può mettere a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per appalti congiunti. A fine gennaio 2026, la Commissione Europea ha approvato un secondo gruppo di piani nazionali di difesa nell'ambito del Safe, presentando al Consiglio una proposta di approvazione dell'assistenza finanziaria a favore di Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Tra le novità c’è anche la decisione della Banca Europea per gli Investimenti di ampliare il proprio raggio d’azione nel settore della difesa. Tuttavia, osserva Moody’s, questo arsenale di possibilità non modifica un elemento di fondo: la maggior parte dei costi continuerà a gravare sui conti degli Stati.
L’impatto finale sul merito di credito, perciò, dipenderà anche dalla capacità della spesa militare di sostenere la crescita. I moltiplicatori fiscali sono influenzati dalla quota di equipaggiamenti prodotti internamente, dall’intensità degli investimenti in ricerca e sviluppo e dalla fase del ciclo economico. I benefici tendono a essere maggiori nei Paesi che dispongono già di un’industria della difesa consolidata — come Germania, Regno Unito e Francia — mentre altrove il ritorno economico potrebbe risultare più contenuto nel breve periodo a causa della dipendenza dalle importazioni.
Per Moody’s la difesa è destinata, in ogni caso, a restare una componente strutturale della politica fiscale europea anche oltre l’attuale fase di tensione internazionale, e diventerà una componente fissa nelle valutazioni degli analisti del credito. (riproduzione riservata)