A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, la Chiesa si trova simbolicamente “in croce”. Non è solo una suggestione liturgica da Venerdì Santo, ma una chiave di lettura geopolitica del primo anno di pontificato di Papa Leone XIV, secondo Piero Schiavazzi, docente di Geopolitica Vaticana dell’Università Link, consigliere scientifico di Limes e di Openature, intervistatato da MF-Milano Finanza.
«Questa intervista esce nel giorno della croce», osserva Schiavazzi, «ed è l’immagine più adatta per interpretare questo pontificato. Un Papa che prende su di sé la croce legge il mondo come crocifisso». Da qui la metafora: un asse verticale e uno orizzontale, continuità e discontinuità.
Sull’asse verticale, Nord-Sud, la continuità con Bergoglio è evidente. «Leone XIV è un ponte biografico tra due mondi: nato a Chicago, missionario e vescovo a Chiclayo, in Perù. Non è solo figlio di migranti come Francesco, è migrante lui stesso». Una cifra che si traduce in scelte simboliche: «Il 4 luglio, nel 250° dell’indipendenza americana, invece di tornare negli Stati Uniti va a Lampedusa. È un messaggio chiarissimo: il baricentro resta il Sud del mondo».
Una linea confermata anche dai numeri. «Oggi l’Africa pesa quanto l’Europa nel cattolicesimo globale ed è destinata a superarla. È lì che cresce la Chiesa, è lì che il Papa guarda». Non a caso il primo lungo viaggio sarà africano.
Ma la continuità non è solo geografica: è anche sociale. «Leone è durissimo sui ricchi, almeno quanto Francesco. A Montecarlo, davanti all’élite finanziaria, ha ricordato che nel giorno del giudizio Cristo “si identificherà con un povero”». La novità, semmai, è nel metodo: «Non rifiuta gli inviti di chi detiene il potere economico. Va a casa loro per dirglielo in faccia. È un approccio, a pensarci bene, ancora più gesuano,
La discontinuità emerge invece sull’asse orizzontale, quello geopolitico. «Leone XIV è un Papa atlantista, mentre Francesco era un Papa globalista». La differenza si coglie soprattutto nella lettura dei conflitti. «Sull’Ucraina Bergoglio, ferma restando la condanna dell’aggressione putiniana, parlava di Russia “imperiale” e di provocazioni Nato; Prevost definiva invece già nel 2022 l’invasione “imperialista” senza attenuanti. È una distinzione netta».
Un orientamento che non gli impedisce di essere assai critico con gli Stati Uniti. «Ha espresso preoccupazione per l’indebolimento dell’alleanza euro-atlantica: è un giudizio politico, non solo pastorale». E tuttavia resta prudente nel confronto diretto con Donald Trump. «Evita lo scontro frontale, ma alza progressivamente il livello».
Emblematico il confronto a distanza con il ministro della Guerra Pete Hegseth. «Dopo che Hegseth aveva citato un salmo per benedire le mani di chi va in guerra, Leone risponde nella Domenica delle Palme: “Dio non ascolta la preghiera di chi fa la guerra, le vostre mani grondano sangue”. È una replica teologica e politica insieme».
Ancora più significativo l’appello diretto a Trump: «Vuoi la pace? Dimostralo diminuendo i bombardamenti». Per Schiavazzi è il segno di una strategia precisa: «Non lo mette all’angolo con richieste impossibili, ma con richieste concrete. Così lo costringe a misurarsi con i fatti».
Sul piano economico, invece, la linea resta in continuità con Francesco. «Riduzione delle disuguaglianze, critica alla tecnocrazia, primato della politica sull’economia». Con una sfida nuova: «Il governo dell’intelligenza artificiale. Senza dialogo con chi controlla queste tecnologie, la dottrina sociale rischia di restare astratta».
Infine il Medio Oriente, dove si registra una «asimmetria rovesciata» rispetto al passato. «Francesco era percepito come equidistante in Ucraina e schierato a Gaza; Leone è percepito come schierato in Ucraina e più neutrale verso Israele». Una scelta che risponde a un obiettivo preciso: «Separare in modo inequivocabile le responsabilità del governo Netanyahu dal resto della società israeliana e soprattutto dall’Ebraismo, al dialogo con il quale tiene moltissimo». La cornice è quella della pressione che Israele esercita sui cattolici di Cisgiordania e Libano, «spingendoli de facto ad abbandonare le loro terre e minacciando l’interesse vitale della Chiesa che rischia di rimanere priva di fedeli autoctoni nei Luoghi Santi, che così diventerebbero musei»
La conclusione torna alla croce. «Sull’asse verticale – Nord e Sud – c’è continuità. Sull’asse orizzontale – Est e Ovest – c’è discontinuità. È una Chiesa in croce, ma proprio per questo, in ambedue i pontefici, capace di leggere il mondo nella sua tensione più profonda». (riproduzione riservata)