Un anno di dazi di Trump, nessun vantaggio per l’economia Usa. Effetto boomerang su posti di lavoro, deficit commerciale, prezzi
Un anno di dazi di Trump, nessun vantaggio per l’economia Usa. Effetto boomerang su posti di lavoro, deficit commerciale, prezzi
Il presidente Donald Trump aveva promesso un ritorno della manifattura negli Usa, un calo del disavanzo verso l’estero e benefici per il ceto medio-basso. È avvenuto il contrario. I numeri a quasi un anno dal Liberation Day

di di Francesco Ninfole 13/03/2026 19:50

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È passato quasi un anno dal cosiddetto «Liberation Day» del 2 aprile, quando il presidente Usa Donald Trump annunciò per la prima volta dazi ingenti nei confronti di tutti i Paesi del mondo. Quel giorno Trump fece salire sul palco un lavoratore del settore automobilistico di Detroit e rivendicò gli obiettivi delle tariffe: far ritornare la manifattura negli Stati Uniti, ridurre l’import di beni esteri, abbassare il deficit commerciale e migliorare le condizioni del ceto medio-basso americano.

Niente di ciò si è avverato. Al contrario, i posti di lavoro nella manifattura sono calati, l’import e il deficit sono aumentati e i dazi sono stati pagati (secondo la Fed di New York) al 90% dai consumatori e dalle imprese Usa.

I dazi si sono rivelati così un’arma di ricatto a livello geopolitico (soprattutto nei confronti delle aree più deboli come l’Europa), mentre sono stati un fallimento dal punto di vista economico.

I dazi hanno portato il caos nel commercio internazionale, ma non ne hanno cambiato la direzione fondamentale, dovuta a fattori strutturali non toccati dalle tariffe (l’eccesso di consumo e investimenti negli Usa e l’eccesso di risparmio in Cina).

Lo scenario è ancora incerto. I dazi erano stati applicati ad aprile in base a una legge prevista per le emergenze nazionali, ma sono stati poi annullati dalla Corte Suprema. Trump ha reagito alla sentenza imponendo un dazio globale del 10% che dovrebbe salire in seguito al 15%. Nel frattempo l’amministrazione Trump ha avviato indagini sui 16 principali partner commerciali, tra cui l’Unione Europea.

Il bilancio nella manifattura

Intanto però si può fare un bilancio della politica commerciale degli Stati Uniti nell’ultimo anno. Per quanto riguarda la manifattura, i dati mostrano un calo nel settore Usa di 90 mila posti rispetto a fine marzo. Allora erano 12,66 milioni, a febbraio sono scesi a 12,57 milioni.

Alcune aziende hanno promesso investimenti, soprattutto nel tentativo di compiacere Trump, ma ancora non se ne vede l’impatto. Alle imprese non bastano le dichiarazioni. Serve semmai chiarezza sulle prospettive future, ma è proprio quello che è mancato.

Le aziende Usa hanno avuto svantaggi dalle tariffe perché hanno dovuto comprare dall’estero materie prime e beni intermedi a costi più alti e hanno subito una riduzione della domanda estera a causa dei controdazi di alcuni Paesi.

Inoltre bisogna considerare che il calo della manifattura è un trend storico (come in passato quello dell’agricoltura), che è dovuto alla crescente automazione ed è visibile anche nelle altre maggiori aree globali e pure in Paesi industriali come Germania e Cina.

Gli Stati Uniti peraltro hanno ottenuto un grande vantaggio da questo andamento grazie a una leadership globale nei servizi, in particolare tecnologici.

Perciò fin dall’inizio non è stata chiara l’ossessione trumpiana per la manifattura. Di sicuro i dazi non sono stati finora una modalità per rafforzare il comparto.

L’ossessione per il deficit commerciale

L’altra grande mania di Trump ha riguardato il deficit commerciale degli Stati Uniti, visto come uno «sfruttamento» da parte del resto del mondo. Questa idea è stata criticata dagli economisti.

Il rilevante deficit è dovuto invece all’eccesso di investimenti rispetto al risparmio: non è un fattore negativo se gli investimenti aumentano la produttività dell’economia.

Per abbassare il disavanzo sarebbe stato più efficace ridurre la spesa pubblica, ma Trump ha fatto l’opposto con il One Big Beautiful Bill.

Così non sorprende che nel 2025 il deficit commerciale con l’estero sia ulteriormente aumentato. I beni importati hanno superato quelli esportati di 1.241 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 1.215 miliardi del 2024. Se si includono i servizi, oltre ai beni, il disavanzo è rimasto di fatto invariato rispetto all’anno precedente.

I dati sono stati molto volatili soprattutto prima e dopo il Liberation Day, quando molte imprese hanno fatto ingenti scorte per il futuro. A gennaio 2026 c’è stata una riduzione del deficit mensile, ma secondo gli economisti è legata all’export di oro. Non si vede un’inversione di rotta legata ai dazi.

Le tariffe non hanno avuto impatto sui dati totali, ma hanno influenzato molto quelli per Paese. I beni importati negli Usa dalla Cina sono scesi del 30% e il deficit con Pechino è calato a 202 miliardi, il più basso da 20 anni. Ma questa discesa è stata pareggiata da un aumento degli acquisti degli Stati Uniti da Messico, Vietnam e India. Perciò non c’è stata alcuna svolta nei dati complessivi.

Il fenomeno speculare si osserva nei dati cinesi: il surplus di Pechino con gli Usa si è ridotto, ma è aumentato quello con il resto del mondo (perciò l’Europa teme un’invasione di prodotti cinesi nell’Unione). I dazi hanno causato triangolazioni e un reindirizzamento degli scambi per alcuni Paesi, ma non hanno cambiato le dinamiche complessive.

Il conto dei dazi

Trump ha poi assicurato che i Paesi esteri avrebbero versato miliardi di dollari agli Usa. In realtà gli esportatori esteri non hanno ridotto i prezzi, se non in minima parte. Così secondo la Fed di New York il 90% delle tariffe è stato pagato da cittadini e imprese americane. Per il Kiel Institute la percentuale è arrivata al 96%. Perciò i dazi stanno aumentando l’inflazione Usa. Su cui ora peserà anche l’effetto della guerra di Trump all’Iran. (riproduzione riservata)