Ubs: nel 2026 possibili Ipo a Wall Street fino a 350 miliardi di dollari. Che impatto avranno sulla borsa Usa?
Ubs: nel 2026 possibili Ipo a Wall Street fino a 350 miliardi di dollari. Che impatto avranno sulla borsa Usa?
Il rapporto tra la valutazione complessiva del mercato e le potenziali quotazioni è in linea con la media storica. E nelle cinque grandi Ipo dal 1990 a oggi l’S&P 500 non ha sofferto

di Redazione online 18/06/2026 12:54

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Il 2026 dovrebbe essere l’anno delle maxi-ipo a Wall Street, a partire da quella di SpaceX che ha continuato a correre nei primi giorni di quotazione. Ma secondo un report di Ubs, che analizza l’andamento dei mercati in passato dopo alcune grandi quotazioni, non dovrebbe influenzare l’andamento delle borse Usa.

Ubs parte dal tentativo di quantificare il valore delle nuove quotazioni con una correlazione tra la frequenza delle ricerche Google del termine «Ipo» e l’effettivo sbarco a Wall Street di nuove realtà. Sulla base di questa relazione, Ubs stima emissioni tra 200 e 350 miliardi di dollari, vale a dire quello che sarebbe il valore più elevato in un anno mai registrato. Sul secondario, inoltre, potrebbero arrivare a superare i 400 miliardi di dollari

I mercati possono assorbire le Ipo

Ubs spiega che, per valutare correttamente il trend, debbano essere rapportati i volumi alla capitalizzazione complessiva del mercato, pari attualmente a circa 72 mila miliardi. Secondo Ubs, nonostante tra ipo e secondario possa essere introdotto sui mercati un valore superiore agli ultimi anni, in rapporto al valore complessivo dei mercati queste sarebbero in linea con le medie storiche e al di sotto dei picchi degli anni ‘90 e delle crisi finanziarie. Per questo Ubs ritiene che i mercati «siano in grado di assorbire l’aumento delle emissioni».

A incidere ci sono anche i buyback, che hanno raggiunto il valore di 1.200 miliardi negli ultimi 12 mesi, con la previsione che i ritmi restino tali nel resto del 2026. Per questo Ubs ritiene «rafforzata» la «convinzione che le emissioni azionarie non rappresenteranno un fattore di ostacolo rilevante per ulteriori rialzi dei mercati azionari».

Cosa dicono i precedenti

Il report di Ubs inoltre sostiene che «non esiste una relazione sistematica tra variazioni dell’attività Ipo e rendimenti futuri del mercato», questo perché le Ipo spesso sono un «indicatore coincidente» all’andamento del mercato. «Quando i mercati salgono, gli investitori sono più propensi a sottoscrivere nuove emissioni e le società tendono a ottenere valutazioni più elevate per le proprie azioni» e viceversa. Al centro delle valutazioni degli investitori, perciò, deve rimanere «la qualità delle società che si affacciano al mercato».

Ubs si è poi concentrata sulle maggiori cinque Ipo statunitensi dal 1990 al 2025: Visa, General Motors, Meta, AT&T Wireless e Mondelez. Lo studio mette in evidenza che l’indice S&P 500 «ha registrato un andamento sostanzialmente laterale nelle settimane precedenti e successive al collocamento di queste emissioni», anche se due di esse (Mondelez e Visa) si sono collocati a ridosso di eventi traumatici (come l’11 settembre e l’intensificazione della crisi finanziaria globale». Nel complesso l’opinione di Ubs è che «il mercato azionario statunitense sia troppo ampio e diversificato perché una singola operazione, considerata isolatamente, possa avere un impatto duraturo sulla performance del mercato». (riproduzione riservata)