Un tempo si riteneva che interessi pubblici e privati dovessero essere rigorosamente separati per chi ricopre cariche istituzionali. Il presidente statunitense Donald Trump non sembra rispettare questa regola sancita da norme sul conflitto di interessi. Infatti in tempi recenti la stampa americana ha messo in luce numerosi casi di arricchimento personale dovuto ad annunci e decisioni presidenziali.
Se fossimo in Italia, ai titolari di cariche di governo si applicherebbe anzitutto la legge sul conflitto di interessi approvata vent’anni fa. La norma prevede una serie di incompatibilità e dà una nozione ampia di conflitto di interessi, che include ogni atto od omissione che ha «un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare» e dei parenti stretti.
Poteri di verifica e sanzionatori sono attribuiti all’Antitrust. Inoltre si applicherebbe la normativa sull’insider trading, che riguarda la compravendita di strumenti finanziari da parte di chi, per la posizione che ricopre, utilizza per ricavarne un profitto informazioni privilegiate prima che diventano di pubblico dominio. Il Tuf attribuisce a Consob poteri di vigilanza e prevede sanzioni amministrative e penali.
Anche negli Stati Uniti vigono divieti analoghi per i funzionari federali, i quali non possono prendere parte «personally and substantially» a decisioni che hanno un impatto sugli interessi finanziari propri e dei parenti più stretti. Le competenze in questa materia sono attribuite alla Security Exchange Commission e la Commodity Futures Trading Commission, i cui vertici sono stati peraltro nominati lo scorso anno dallo stesso Trump. Queste norme però non valgono per presidente e vicepresidente Usa.
Inoltre nel luglio 2024 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che Trump e tutti gli ex presidenti godono di un'immunità quasi integrale dalla giustizia penale in relazione agli atti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni. L’immunità è assoluta per gli atti che rientrano nelle prerogative costituzionali del presidente. È relativa per gli altri atti ufficiali, in quanto occorre dimostrare che perseguire tali atti non interferisce con l'autorità dell'esecutivo. La sentenza, che si riferiva alle responsabilità di Trump per l’assalto al Congresso all’indomani della conferma dell’elezione alla presidenza di Joe Biden, è stata criticata come una sorta di via libera per azioni altrimenti vietate.
E Trump ne ha ampiamente approfittato. Per esempio, secondo il Wall Street Journal, nel primo trimestre ha compiuto oltre 3.700 operazioni su titoli azionari (big tech, petrolio) prefigurando gli effetti di sue esternazioni sulla guerra all’Iran che hanno fatto lievitare il prezzo del greggio oltre 100 dollari.
Un altro conflitto di interessi si è manifestato quando a febbraio Trump ha acquistato azioni Dell Technologies per alcuni milioni di dollari pochi mesi dopo che la famiglia Dell aveva versato 6,2 milioni nella Trump Account Initiative, istituita per facilitare gli investimenti delle startup. Ha anche sollecitato i risparmiatori a investire in Dell, manipolando così il mercato.
Un altro esempio riguarda l’annunzio il 2 aprile 2025 di una serie di dazi a livello globale, seguito il 9 aprile della sospensione delle misure. Quattro ore prima di questa decisione Trump pubblicò su Truth il messaggio «This is a great time to buy!». Lo stesso Trump il giorno precedente investì in azioni 12,8 milioni di dollari. In un solo giorno il mercato azionario registrò un aumento del 9,5%.
Un altro caso riguarda l’acquisto di azioni Intel il 18 agosto 2025, quattro giorni prima dell’annuncio del governo americano di aver acquistato 9 milioni di azioni nella società, che provocò un aumento delle quotazioni.
Informazioni riservate sono state veicolate anche ai figli del presidente per operazioni in criptovalute. Secondo il New York Times, Trump e famiglia hanno guadagnato 4 miliardi da attività di trading nel 2025.
Nella storia degli Stati Uniti Trump non è l’unico presidente a godere di un’ingente ricchezza personale. Il secondo e terzo in classifica sono George Washington e Thomas Jefferson (con patrimoni stimati rispettivamente in 525 e 212 milioni di dollari di oggi), entrambi grandi proprietari terrieri. Ricchissimi erano anche Theodore Roosevelt e John F. Kennedy. Nessuno di essi è però ricordato per aver accumulato ulteriore ricchezza. (riproduzione riservata)
*ordinario di Diritto Amministrativo università La Sapienza-Roma