Donald Trump sta perdendo soldi, oltre che voti. E ora rischia di dover svendere una parte dei bitcoin sui quali ha costruito una delle operazioni finanziarie più ambiziose del suo secondo mandato. La sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato ha colpito direttamente il patrimonio del presidente americano: mercoledì 4 novembre Trump Media, la società proprietaria di Truth Social, è crollata del 24,54% a Wall Street, bruciando in una sola seduta 166 milioni di dollari della ricchezza personale del tycoon, secondo i calcoli di Forbes.
Ma il segnale più interessante è arrivato poche ore dopo dalla blockchain: circa 4.259 bitcoin, per un controvalore di 343 milioni di dollari, sono stati trasferiti da portafogli riconducibili alla società verso Crypto.com. Una movimentazione che potrebbe essere legata a un problema di liquidità. Entro il 30 novembre, infatti, Trump Media potrebbe essere chiamata a rimborsare fino a un miliardo di dollari agli obbligazionisti.
La prima perdita è già misurabile. Le azioni Trump Media sono precipitate mercoledì 4 novembre da 5,95 a 4,49 dollari (-24,5%), toccando un minimo storico di 4,46 dollari. Il titolo ha perso oltre il 66% dall'inizio dell'anno. Trump controlla attraverso un trust circa 114 milioni di azioni: moltiplicando la flessione di 1,46 dollari per la sua partecipazione, la perdita teorica è di 166 milioni. Il valore delle azioni riconducibili al presidente è così sceso a circa 512 milioni, contro i 678 milioni della vigilia. Non si tratta di una perdita realizzata, perché Trump non ha venduto, ma di una diminuzione effettiva del valore di mercato del suo investimento. Il patrimonio complessivo del presidente viene ora stimato intorno a 6,4 miliardi di dollari.
A rendere più fragile il gruppo sono anche i fondamentali: nel secondo trimestre Trump Media ha registrato 238,1 milioni di perdite nette, con ricavi per appena 1,7 milioni. Numeri che mostrano quanto la valutazione della società sia legata al marchio Trump e alle aspettative degli investitori piuttosto che alla redditività dell'attività editoriale.
Il secondo fronte è quello delle criptovalute. Secondo i dati della società di analisi blockchain Arkham, ripresi da CoinDesk, nella notte del 5 novembre due operazioni da 2.140 e 2.119 bitcoin hanno trasferito complessivamente 4.259 bitcoin verso Crypto.com. I portafogli di provenienza risultano associati alle garanzie delle obbligazioni convertibili emesse da Trump Media. La corrispondenza con i documenti ufficiali è significativa: al 30 giugno la società dichiarava 4.260,73 bitcoin vincolati a garanzia del debito.
Il trasferimento non prova che le criptovalute siano state vendute. In maggio e agosto operazioni analoghe erano state spiegate dal gruppo come semplici spostamenti di custodia. Questa volta, però, il calendario finanziario rende la movimentazione particolarmente delicata. In un documento depositato alla Sec il 2 novembre, Trump Media ha confermato che i sottoscrittori delle obbligazioni convertibili emesse nel maggio 2025, con scadenza 2028, potranno chiederne il rimborso anticipato in contanti il prossimo 30 novembre. Se tutti esercitassero il diritto, il conto potrebbe arrivare a un miliardo di dollari. La società avverte esplicitamente che, qualora non riuscisse a rifinanziare il debito o a reperire liquidità sufficiente, potrebbe essere costretta a vendere bitcoin o altre attività digitali. Ed è proprio questa prospettiva ad alimentare i timori di una liquidazione a prezzi sfavorevoli.
I calcoli aiutano a comprendere la posta in gioco. Ai circa 80.700 dollari per bitcoin impliciti nel trasferimento, i 4.259 bitcoin valgono 343,7 milioni. Se il prezzo scendesse a 70 mila dollari, il ricavato teorico si ridurrebbe a 298 milioni: oltre 45 milioni in meno. A 60 mila dollari il valore precipiterebbe a 256 milioni, con una perdita potenziale di 88 milioni rispetto alla valorizzazione attuale.
Il problema non nasce soltanto dalla sconfitta elettorale. Nel bilancio semestrale Trump Media aveva già contabilizzato 360,6 milioni di perdite sulle attività digitali, tra svalutazioni e altre componenti economiche. E il 30 giugno i 9.477 bitcoin non compresi tra quelli vincolati alle obbligazioni presentavano un costo storico di circa un miliardo, contro un valore di mercato di 557 milioni. Le oscillazioni delle criptovalute rappresentano dunque un rischio finanziario strutturale.
Alla pressione dei mercati si aggiunge quella di Washington. I democratici hanno conquistato il controllo di Camera e Senato e potranno utilizzare commissioni parlamentari e poteri d'indagine per approfondire gli affari della famiglia presidenziale, comprese le iniziative nelle criptovalute. Un'incognita che pesa sulle prospettive del gruppo.
Il paradosso è che Wall Street ha festeggiato la sconfitta repubblicana, con il Dow Jones in rialzo di oltre 1.500 punti nella seduta del 4 novembre. Mentre gli investitori premiavano la prospettiva di un Congresso capace di limitare alcune politiche presidenziali, il titolo simbolo dell'impero economico di Trump affondava.
Per il presidente il rischio è dunque doppio: perdere influenza politica e vedere svalutarsi gli investimenti costruiti attorno alla propria popolarità. Non è ancora dimostrato che Trump Media stia svendendo bitcoin. Ma tra il tracollo in Borsa, le perdite già contabilizzate e il miliardo di dollari potenzialmente da rimborsare, il tempo per trovare una soluzione si sta accorciando. E questa volta potrebbe essere il mercato, non Trump, a dettare il prezzo. (riproduzione riservata)