Trump impone nuovi dazi a 60 Paesi, Ue compresa: dal 24 luglio tariffe fra il 10% e il 12,5%. Le eccezioni
Trump impone nuovi dazi a 60 Paesi, Ue compresa: dal 24 luglio tariffe fra il 10% e il 12,5%. Le eccezioni
Scaduto il regime tariffario provvisorio, il presidente americano introduce nuovi dazi da venerdì sulle importazioni da 60 economie. Ecco chi viene colpito e quali prodotti restano esclusi

di Elena Dal Maso 24/07/2026 07:55

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Gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi dazi su 60 Paesi, con aliquote di almeno il 10%, mentre il presidente Donald Trump ricostruisce la barriera commerciale dopo che la Corte Suprema aveva bocciato, all'inizio dell'anno, gran parte delle tariffe introdotte con il cosiddetto «Liberation Day».

Colpita l’Ue

Le nuove misure, entrate in vigore venerdì alla scadenza del regime temporaneo di dazi globali del 10%, si basano sui risultati di un'indagine condotta dall'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) sul ricorso al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento. Tra i principali partner commerciali colpiti figurano Regno Unito, Messico, Unione europea, Giappone, Taiwan e Corea del Sud, che dovranno affrontare tariffe comprese tra il 10% e il 12,5%.

Le nuove misure evidenziano il tentativo di Trump di mantenere in piedi la sua politica commerciale facendo ricorso a nuove basi giuridiche, dopo che la Corte Suprema aveva stabilito l'illegittimità dei dazi annunciati nell'aprile 2025 durante il «Liberation Day». Dopo quella decisione, Washington aveva introdotto un regime provvisorio di dazi globali al 10%, basato però su una norma che ne consentiva l'applicazione soltanto per un periodo limitato e destinato a scadere il 24 luglio.

Secondo quanto comunicato dall'USTR, le nuove tariffe vengono invece applicate in base alla Sezione 301 del Trade Act del 1974, che consente all'amministrazione di evitare il ricorso ai poteri d'emergenza utilizzati in precedenza. L'amministrazione americana accusa i 60 Paesi interessati di non vietare e far rispettare efficacemente il divieto di importazione di beni prodotti con lavoro forzato.

«Con la scadenza dei dazi globali, Trump continua a cercare qualsiasi base normativa che gli permetta di mantenerli in vigore. Giustificare oggi queste misure con il lavoro forzato appare fin troppo conveniente per essere credibile», ha commentato Richard Neal, il principale esponente democratico della commissione della Camera competente in materia di commercio.

La decisione arriva dopo che lunedì Trump aveva annunciato dazi del 50% su alcune merci provenienti dal Canada e, la scorsa settimana, tariffe del 25% su numerose importazioni dal Brasile.

La lista delle esenzioni

Le misure prevedono tuttavia alcune esenzioni, tra cui petrolio, gas naturale, fertilizzanti e altri prodotti non fabbricati negli Stati Uniti. Restano inoltre esclusi i beni già soggetti a dazi introdotti per motivi di sicurezza nazionale.

Sono previste deroghe anche per le merci scambiate nell'ambito dell'accordo commerciale del 2020 tra Stati Uniti, Canada e Messico, garantendo così un alleggerimento per due dei principali partner commerciali di Washington.

L'indagine sul lavoro forzato rappresenta uno degli strumenti utilizzati dall'amministrazione Trump per costruire nuove basi legali con cui ripristinare misure tariffarie simili a quelle del «Liberation Day». Dopo la sentenza della Corte Suprema, la Casa Bianca ha infatti continuato a introdurre nuovi dazi facendo ricorso ad altre normative commerciali, tra cui quelle sulla sicurezza nazionale già utilizzate per acciaio e alluminio e una disposizione poco nota impiegata questa settimana contro il Canada.

Le reazioni dei governi

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Il portavoce del governo giapponese, Minoru Kihara, ha definito «deplorevole» l'introduzione delle nuove tariffe statunitensi. Il ministro del Commercio australiano, Don Farrell, ha giudicato «ingiustificato» il dazio del 12,5% imposto alle esportazioni del Paese, sostenendo che sia incompatibile con l'accordo di libero scambio in vigore. Sulla stessa linea anche il ministro degli Esteri di Singapore, Vivian Balakrishnan, secondo cui «non esiste alcuna giustificazione tecnica o economica per imporre dazi nei confronti di Singapore». (riproduzione riservata)