Troppa volatilità sui mercati? Ecco gli Etf e le azioni per mettersi al riparo dalle turbolenze
Troppa volatilità sui mercati? Ecco gli Etf e le azioni per mettersi al riparo dalle turbolenze
Il saliscendi dei prezzi delle materie prime si sta riflettendo sull’andamento delle borse. Ci si può tutelare con alcuni Etf specifici che nel corso degli ultimi ribassi hanno evitato oltre metà delle perdite. Ma che soffrono quando i mercati ritornano a correre

di Marco Capponi 20/03/2026 20:00

Ftse Mib
42.840,90 6.57.14

-1,97%

Dax 30
22.380,19 23.50.47

-2,01%

Dow Jones
45.577,47 19.59.08

-0,96%

Nasdaq
21.650,21 23.50.47

-2,01%

Euro/Dollaro
1,1574 22.51.03

+0,23%

Spread
90,45 17.30.14

+8,77

Le montagne russe più rapide in Italia arrivano a 120 chilometri orari. Meno di un veicolo in autostrada. Eppure restano un’attrazione per cuori (e stomaci) forti: a far paura non è la velocità in sé ma i saliscendi. Quelli che, uscendo dalla metafora, nel gergo dei mercati azionari sono indicati dalla volatilità.

Ed è proprio questa volatilità, dicono i consulenti finanziari, a portare gli investitori alle decisioni più deleterie: ad esempio a uscire dal mercato nel giorno di peggiore ribasso per poi vedere, il giorno successivo, un recupero integrale di tutte le perdite.

L’indice della volatilità

Dopo lo scoppio del nuovo conflitto in Medio Oriente sulle borse si è tornati a parlare di volatilità, legata a doppio filo con le oscillazioni dei prezzi delle materie prime: quanto più il petrolio sale (il Brent è ormai sopra 100 dollari al barile), tanto più le borse vanno in subbuglio.

L’incertezza in borsa è convenzionalmente misurata dall’indice Vix sull’S&P 500 americano, che dallo scorso 28 febbraio (data dell’attacco di Usa e Israele all’Iran) ha sfiorato un massimo di 30 punti - livello considerato la linea di demarcazione tra irrequietezza e caos - per poi perdere terreno ma muovendosi comunque sopra la soglia di incertezza, fissata a 20 punti.

Negli ultimi sei mesi l’indice è salito del 42%.

Al riparo dalle turbolenze

Il Vix è noto anche come indice della paura. In occasione dei giorni più bui della pandemia di Covid-19, a inizio marzo 2020, l’indicatore ha superato la soglia degli 80 punti. Mentre l’anno scorso dopo il Liberation Day di Donald Trump ha oltrepassato quota 50.

Al confronto i saliscendi attuali del mercato sembrano una passeggiata di salute, ma la direzione ancora poco chiara del conflitto in Medio Oriente e la dinamica fuori controllo dei prezzi del greggio invitano gli investitori a più di una riflessione in merito. Per chi volesse provare a tutelarsi da un’eventuale impennata della volatilità esistono specifici panieri di azioni (investibili tramite Etf) pensati per ridurre al minimo i saliscendi del mercato.

Tecnicamente si parla di investimenti low e minimum volatility. Si tratta di un fattore di investimento (o stile) che seleziona i titoli sulla base della volatilità registrata in un determinato periodo, di solito nei 12 mesi precedenti. Come per gli altri fattori (value, momentum, quality, size sono gli altri principali), la minore volatilità dovrebbe essere in grado di spiegare la sovraperformance di lungo periodo dei titoli. Il che è in realtà controintuitivo: secondo la teoria di portafoglio classica, infatti, a maggior volatilità dovrebbe corrispondere maggior rischio e quindi un rendimento atteso più elevato.

Gli Etf anti-volatilità

In realtà sull’effettiva extra-performance del fattore low volatility c’è ancora un dibattito in corso tra accademici e consulenti. Al contempo però l’investitore potrebbe usarlo in portafoglio per sfruttarne un’altra caratteristica: la maggiore tenuta rispetto agli indici classici durante le crisi di mercato.

La tabella sotto, frutto di un’analisi di JustEtf, mette a confronto i total return in euro (dividendi inclusi) di Etf sulle azioni globali ed Etf minimum volatility nel corso delle correzioni di mercato degli ultimi anni. Tra febbraio e aprile del 2025, ad esempio, nel bel mezzo della crisi delle borse provocata dai dazi di Trump, mentre le azioni globali perdevano il 20% (poi pienamente recuperato nei mesi successivi) gli Etf a bassa volatilità lasciavano per strada solo il 9,6%. In questo modo l’investitore avrebbe evitato il 53% delle perdite.

Qualcosa di simile sta succedendo negli ultimi mesi.

Mettendo a confronto - su base 100 - i total return in euro di un Etf generalista sulle azioni globali e uno a bassa volatilità dal settembre 2025 a oggi, si nota che dopo lo scoppio della crisi in Iran l’indice studiato per tenere a bada le oscillazioni di mercato ha pienamente colmato il gap di performance che si era creato sul finire dello scorso anno. Ora i due rendimenti sono di fatto appaiati.

I settori difensivi

Rispetto a un indice di azioni globali classico la sua versione a bassa volatilità ha, come prevedibile, una maggiore esposizione a settori difensivi come salute (15% del portafoglio contro 9% dell’indice classico), telecomunicazioni (12% contro 9%), beni di prima necessità (9% contro 5%). Inoltreil portafoglio è molto meno concentrato rispetto a un indice generalista, dominato dai pochi nomi dei giganti della tecnologia: le prime dieci partecipazioni pesano per il 14% del totale (più del 26% nell’indice classico): tra i nomi più importanti figurano il colosso farmaceutico Johnson & Johnson, la major petrolifera Exxon Mobil, la conglomerata delle telecomunicazioni AT&t.

Altra caratteristica significativa è la remunerazione degli azionisti: in genere le azioni meno volatili tendono a staccare dividendi generosi. E infatti il rendimento da dividendo attuale dell’indice Msci World Minimum Volatility è di 60 punti base più alto rispetto a quello dell’indice generalista. Il tutto con valutazioni più contenute: il rapporto prezzo-utili attesi è pari a 18,3 contro il quasi 20 dell’Msci World standard.

Le azioni super-stabili in Europa

In un indice globale a bassa volatilità gli Stati Uniti pesano per il 63%. Il che significa per l’investitore europeo una forte esposizione al dollaro americano. Per smorzarla però le opportunità nei mercati europei non mancano. Esistono ad esempio indici come l’Euro Stoxx Low Risk Weighted 100 che selezionano all’interno dell’indice Euro Stoxx i titoli meno volatili nel corso dei 12 mesi precedenti. L’attuale composizione dell’indice vede una corposa presenza di utility, assicurazioni e consumi primari.

La top 10 delle partecipazioni parla anche molto italiano, visto che include ben tre titoli di Piazza Affari: Snam, Terna ed Enel. In comune i titoli in lista hanno alcune caratteristiche: a cominciare dal rendimento da dividendo corposo, pari al 4,25% medio. Nell’ultimo anno la loro correzione massima, espressa dall’indicatore del drawdown (differenza tra un punto di massimo e uno di minimo), è particolarmente contenuta e pari al -4,7%. Mentre il total return a un anno è in media del 16,8% con punte sopra il 25%.

Il rovescio della medaglia

Al di là dell’efficacia di questi indici a bassa volatilità in fasi di mercato turbolente, rimangono perplessità sulle performance di lungo periodo, che, seppur documentate negli studi accademici e nei backtest di portafoglio, non trovano conferma nei dati più recenti, caratterizzati da una forte sovraperformance dei titoli growth (cioè i tecnologici). Un confronto storico tra Msci World Minimum Volatility e Msci World classico su un orizzonte decennale mostra che il primo ha guadagnato (dividendi inclusi) il 100% e il secondo ha superato il +200%. E questo nonostante le due performance fossero quasi identiche durante la fase più dura dell’emergenza Covid. Prima, quindi, che partisse il rally della tecnologia innescato dal lancio dei software di intelligenza artificiale generativa.

In altre parole, il rischio per l’investitore è lasciare per strada buona parte del rendimento quando i mercati sono in fase rialzista, come è successo (con qualche incidente di percorso, come la crisi energetica del 2022) dal post-pandemia a oggi.

Per i consulenti, d’altronde, le strategie low o minimum volatility (che si differenziano sostanzialmente per i criteri di costruzione) non sono adatte a tutti i portafogli. Vengono individuate in particolare due investitori-tipo: da una parte i prudenti, che sono disposti a sacrificare un po’ di rendimento atteso pur di smorzare i ribassi in fasi di difficoltà; dall’altra gli investitori più maturi, che si stanno avvicinando a una fase di decumulo del portafoglio e quindi devono abbassare la volatilità per preservare il capitale prima di riscattarlo.

In ogni caso, precisano gli esperti, un investimento a bassa volatilità non dovrebbe mai costituire la parte centrale del portafoglio. Tutt’al più lo si può usare in combinazione con altri fattori (come il value, il momentum o il quality) per avere un’esposizione il più possibile reattiva a qualsiasi fase del ciclo economico. (riproduzione riservata)