Stagione delle trimestrali con più luci che ombre per le grandi banche americane, ma con qualche spia già accesa sul futuro. Jp Morgan & Co hanno archiviato altri tre mesi oltre le attese, trainati dai ricavi di trading e investment banking. Il bottino questa volta è di 47,4 miliardi di dollari di utili, dieci miliardi in più del trimestre precedente. Una scorpacciata, però, che non ha scaldato gli investitori.
In realtà Morgan Stanley e Citigroup ce l’hanno fatta perché hanno saputo cavalcare - più dei competitor - il tanto atteso ritorno delle fusioni e le tensioni sui mercati dovute alla guerra in Iran. Wells Fargo invece ha pagato un business più tradizionale (la banca incassa il 40% dei suoi ricavi dal retail), che ha perso la spinta del margine d’interesse dopo i sette tagli dei tassi fatti dalla Fed dal picco (5,25-5,5%) del 2024.
Certo, le azioni dei colossi di Wall Street erano arrivate a un livello record a gennaio, pochi mesi fa insomma. Difficile quindi fare meglio, soprattutto ora che la guerra in Iran ha complicato i piani degli investitori.
Le grandi banche sono rimaste comunque a un passo dai massimi storici, ma per alcune di loro il bilancio da inizio 2026 è diventato negativo, classifica che vede Wells Fargo in fondo (-11,8% circa) e Citigroup in testa (+14,5%). Un mondo al contrario perché a correre sono le «piccole» Goldman Sachs (+5,6%) e Morgan Stanley (+7,7%), mentre le più grandi Jp Morgan (-2,6%) e Bank of America (-0,8%) stanno deludendo.
Gli ultimi conti hanno confermato il trend, tranne in un caso. Goldman Sachs ha chiuso il suo secondo miglior trimestre di sempre con 5,63 miliardi di utili (+19%). Un record messo a segno proprio grazie ai numeri ben oltre le attese di investment banking (+48%) e trading azionario (+27%, record). Ma gli investitori si sono concentrati sulle maggiori riserve (315 milioni, il doppio delle stime) per le potenziali perdite sul private credit. Così hanno punito il titolo (-1,9%).
Anche le azioni di Jp Morgan hanno rallentato (-0,8%) post trimestrale. Eppure la più grande banca al mondo (capitalizza 834 miliardi) ha battuto le attese con un utile di 16,5 miliardi (+13%), il secondo migliore di sempre, anche lei spinta dai record di trading (+20%) e investment banking (+28%). Traguardi oscurati dal taglio delle stime sul margine d’interesse del 2026, che alla fine ha colpito il titolo (-0,8%) a Wall Street.
Si tratta della stessa voce dietro alla frenata di Wells Fargo (-5,7%) che - nonostante i maggiori prestiti - ha chiuso il primo trimestre con interessi netti (12,1 miliardi) poco sotto le attese. Anche i ricavi (21,45 miliardi) hanno deluso, a differenza dell’utile per azione (1,6 dollari).
Per Bank of America, invece, il margine d’interesse (+9%) è stato un ingrediente vincente in borsa (+1,8%). Il pezzo forte sono stati però i 2,83 miliardi (+30%) portati in cassa dal trading azionario, che hanno permesso alla divisione mercati di mettere a segno il miglior risultato da 15 anni. E così il trimestre di BofA si è chiuso con 8,6 miliardi di utili (+17%).
Morgan Stanley ha fatto ancora meglio, in percentuale, con 5,57 miliardi di profitti (+29%) che gli hanno regalato la migliore performance a Wall Street (+4,5%) tra i big americani. La ricetta vincente è sempre la stessa, ma i numeri sono ancora più rotondi. La divisione trading ha battuto le attese addirittura di un miliardo, mentre l’investment banking ha toccato 2,12 miliardi di ricavi (+36%). Ha brillato anche la gestione patrimoniale, ormai core business di Morgan Stanley: la divisione, con 8,52 miliardi di fatturato (+16%), ha segnato un nuovo record.
Per Citigroup, invece, il primo trimestre si è portato dietro un traguardo che va ben oltre i numeri. Dopo una serie di difficoltà, la banca ha quasi completato i piani di riassetto e snellimento. E la riorganizzazione ha spinto il rote al 13,1%, ai massimi dal 2021. La stella polare di Citi è stata la divisione mercati, mentre l’investment banking ha leggermente deluso. Un inconveniente che non ha impedito agli utili di balzare a 5,79 miliardi (+42%).
C’è da scommettere che trading e commissioni dell’m&a saranno il carburante anche delle prossime trimestrali. Wall Street è in attesa di una serie di ipo miliardarie (da Space X a OpenAI) e finora le crisi geopolitiche non hanno frenato i ricavi della divisione mercato. Semmai l’opposto.
Il problema è che i conflitti rischiano di rallentare il pil Usa. Per adesso l’economia a stelle e strisce è rimasta solida, ma in futuro potrebbe fare i conti con una nuova fiammata dell’inflazione dovuta al caro energia. Rischio a cui il ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, ha aggiunto quelli legati all’alto debito americano, alle possibili bolle sui mercati (leggasi AI) e alle difficoltà del private credit. «Pericoli significativi», chiosa il re dei banchieri, che «dobbiamo essere pronti ad affrontare». (riproduzione riservata)