Se la reazione dei titoli dei chip alle elezioni di midterm Usa è stata a dir poco movimentata, un altro asset da tempo sotto pressione è invece uscito dalle urne da vincitore: il Treasury. Sostenuto anche dall’ottimismo sulla ripresa di un dialogo costruttivo in Iran (e dal petrolio tornato sotto 100 dollari al barile) il T-bond decennale è sceso sotto il 4,9% - aveva toccato il 5,3% appena un mese fa - e anche il trentennale, principale termometro delle aspettative sul debito pubblico americano, ha ritracciato (per così dire) sotto il 5,3%, dopo aver sfiorato il 5,7%.
«L’esito delle midterm rappresenta, nel breve termine, un fattore favorevole per i titoli di Stato americani», commenta Gianluca Bergamaschi, head of fixed income mandates presso Generali Asset Management. «Il controllo democratico di Camera e Senato introduce infatti maggiori vincoli alla capacità dell’amministrazione Trump di varare ulteriori misure di stimolo fiscale».
Alla buona performance dei Treasury ha contribuito anche, aggiunge l’esperto, «un movimento cosiddetto di flight to quality, innescato dalla forte correzione dei titoli tecnologici. Le vendite sono state alimentate da crescenti timori sulla sostenibilità delle valutazioni legate all’intelligenza artificiale» (si veda articolo a fianco).
Poste queste premesse, ha senso inserire oggi Treasury in portafoglio? I T-bond, evidenzia Antonella Manganelli, ad di Payden Global sim, «offrono oggi rendimenti interessanti», con il biennale intorno al 4,5% e il decennale vicino al 4,9%.« Anche per un investitore europeo, al netto del costo della copertura valutaria, attualmente nell’ordine dell’1,5% annuo, il rendimento rimane appetibile».
Guardando alle prospettive, Manganelli pensa che «i principali fattori determinanti per i Treasury rimangano crescita economica, inflazione e politica monetaria. Il nostro scenario centrale prevede crescita Usa resiliente e disinflazione lenta, che potrebbe richiedere una Fed più restrittiva di quanto attualmente scontato dai mercati». Uno scenario che però non compromette l’ottimismo di fondo sul Treasury, a fronte di «rendimenti elevati e migliori valutazioni».
Quanto alle scadenze, Bergamaschi privilegia oggi «il segmento intermedio, indicativamente tra cinque e dieci anni, dove il carry (rendimento che si ottiene tenendo il titolo in portafoglio, ndr) rimane interessante e il rapporto tra rendimento e rischio di duration appare più favorevole rispetto alle scadenze ultra-lunghe». Nei prossimi mesi il money manager vede spazio «per una graduale discesa dei rendimenti, soprattutto se inflazione e crescita dovessero mostrare segnali di rallentamento, anche se il tratto lungo potrebbe rimanere più volatile».
Scadenze intermedie «tra due e sette anni» sono la prima scelta anche di Manganelli. «I livelli attuali giustificano un’esposizione costruttiva alla duration, anziché un posizionamento esclusivamente sulle scadenze brevi o sulla liquidità». Maggiore cautela infine «sulle scadenze molto lunghe, più esposte all’aumento del premio a termine legato ai deficit pubblici e alle elevate necessità di finanziamento del Tesoro americano». (riproduzione riservata)