Trasferimento di ricchezza, dalla ereditocrazia alla meritocrazia? Il caso italiano
Trasferimento di ricchezza, dalla ereditocrazia alla meritocrazia? Il caso italiano
Una fetta rilevante di aziende in Italia è in mano a over 65, con potenziali crisi all’orizzonte. Dagli esempi virtuosi ai rischi di litigio, le opzioni in mano agli eredi

di di Elisa Galassi* e Claudio Scardovi** 19/09/2026 01:00

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«Quello che sta succedendo in (…) e (…) - un paio di note holding finanziarie di ereditieri di grandi famiglie italiane - rappresenta la migliore pubblicità per una Patrimoniale!». Questo il commento di un noto professionista della finanza durante una discussione dedicata al grande passaggio generazionale della ricchezza che ci attendiamo in Italia.

Qui, secondo The Economist, fino al 20% del pil, circa 400 miliardi l’anno, transiterà sotto forma di eredità. È un trend reso di fatto ineluttabile dalla struttura demografica, che la rivista ha sintetizzato con il neologismo «hereditocracy». In sintesi, qual è il modo migliore per arricchirsi in Italia e nella vecchia Europa? Nascere bene! Persino lo sposarsi bene conta meno che in passato, complice la diffusione dei contratti prematrimoniali.

Le differenze con il resto del mondo

Diversamente dagli Stati Uniti e da molti Paesi emergenti del sud est asiatico, in Italia la meritocrazia paga poco. La concentrazione di old money nelle mani di eredi – spesso frammentati e litigiosi – raramente favorisce investimenti in crescita e produttività nelle aziende di famiglia. Ne risentono l’allocazione efficiente delle risorse e, più in generale, quel processo di distruzione creatrice di schumpeteriana memoria da cui nascono i veri salti di sviluppo.

È dunque legittimo chiedersi se introdurre una tassa patrimoniale successoria, capace di redistribuire radicalmente la ricchezza del Paese per ridurne la crescente polarizzazione, perseguendo obiettivi sociali e, al tempo stesso, di sostenere crescita, produttività e innovazione creatrice delle piccole e medie imprese italiane, indirizzando quindi obiettivi economici.

Oppure esiste un’altra strada percorribile, rispetto a una revisione del sistema fiscale patrimoniale successorio italiano, oggi benigno al punto da trasformare Milano in un quasi paradiso fiscale per gli attuali e futuri ricchi eredi di Paesi come il Regno Unito, dove le imposte di successione sono molto più elevate?

Il peso degli over 65

Secondo una recente indagine Deloitte condotta su dati Aida (2026), tra le oltre 42 mila aziende con più di 10 milioni di euro di fatturato, sono state individuate 2.895 aziende aventi un principale proprietario - titolare di oltre il 50% del capitale - che oggi ha più di 65 anni. Di queste, 1.930 hanno un erede già presente nell’azionariato (stesso cognome, con meno di 50 anni), mentre 965 risultano senza eredi. L’analisi peraltro sottostima il fenomeno, perché non intercetta la presenza di fiduciarie o altre entità legali che agiscono per conto della famiglia proprietaria, e neppure la presenza di parenti con diverso cognome.

Ampliando la ricerca al Global Ultimate Owner (Guo) – il vero proprietario finale dell’azienda, indipendentemente da quanti livelli di holding si frappongono tra lui e l’azienda operativa - si identificano 3.399 aziende con un Guo persona fisica over-65 con una quota di proprietà superiore al 50%.

Emergono così due dimensioni critiche interconnesse: il passaggio generazionale investe principalmente le piccole e medie imprese, mentre l'invecchiamento della proprietà - circa il 39% degli azionisti ha superato 75 anni - trasforma il fenomeno in un'urgenza immediata dei prossimi 5-10 anni.

Peraltro, una nostra analisi più granulare condotta a livello di singola azienda (sempre su dati da fonte Aida), con particolare attenzione alle imprese di dimensione large (oltre 300 milioni di fatturato), upper mid (tra 150 e 300 milioni), mid (tra 75 e 150 milioni) e lower mid (tra 30 e 75 milioni), mette in luce diverse situazioni di potenziale crisi del posizionamento competitivo, spesso con evidenti riflessi anche sul piano finanziario. Peraltro il cambiamento, appare oggi ancora più urgente, dato il mutato contesto geopolitico e l’accelerata diffusione di nuove tecnologie (dall’Intelligenza Artificiale ai robot agentici, e non solo).

Gli esempi da seguire

Tramontata l’illusione del piccolo è bello, molte di queste aziende si trovano oggi costrette a crescere rapidamente di scala, estendendosi o riposizionandosi all’estero e lungo le diverse fasi della catena del valore, investendo in modo significativo in nuove tecnologie e in ricerca e sviluppo, e dovendo – per virtù o più spesso per necessità – aprire il proprio capitale per renderlo possibile. Altre aziende, quando ereditate o in previsione di un passaggio generazionale in vita, potranno invece essere oggetto di cessione tout court, generando importanti eventi di liquidità. Per un numero limitato di queste aziende esiste però l’opportunità di crescere e diventare veri leader globali, anche attraverso operazioni di fusioni e acquisizioni trasformative, che abbiano per target imprese internazionali talvolta molto grandi, ma meno innovative e performanti.

Gli esempi di grande successo di Ferrero, Luxottica, Prada e Angelini possono già oggi essere d’ispirazione per quegli imprenditori eccellenti e con una visione abbastanza ambiziosa da voler giocare la partita del «Davide contro Golia», per puntare alla conquista di organizzazioni internazionali che operano su mercati molto più grandi, ma che spesso non riescono a crescere né a cambiare davvero il gioco. Cosa che, invece, potrebbero raggiungere seguendo la visione dell’imprenditore leader dell’azienda italiana.

Per la maggior parte delle altre aziende, il conferimento a gruppi più dimensionati, o la cessione parziale o totale a fondi di private equity, che possono giocare il ruolo di agenti del consolidamento e di catalizzatori del passaggio generazionale, rappresenta forse la scelta più saggia e più premiante. Non solo nel breve periodo, ma anche e soprattutto nel medio e lungo termine. Questo per permettere ai nuovi eredi di esprimere al meglio i propri talenti naturali e aspirazioni personali, che non sempre coincidono con quelle del padre imprenditore che li ha preceduti. E anche per aumentare le probabilità che la ricchezza di famiglia non venga dispersa seguendo spesso i futili agi ed effimere aspirazioni, talvolta alimentate da quella che potremmo definire ereditocrazia. Tale ricchezza dovrebbe invece essere impiegata seguendo le migliori opportunità di creazione di valore, per generare new money, oltre che per preservare e proteggere quanto ereditato.

L’obiettivo è che una parte significativa della grande ricchezza degli italiani - nel 2024 circa 11.700 miliardi di patrimonio netto delle famiglie, di cui circa 6.000 miliardi in attività finanziarie (fonte Istat-Banca d’Italia, 2026), cui si aggiunge il valore intrinseco delle pmi - venga reinvestita al meglio nell’economia reale del Paese. Per massimizzarne la produttività, secondo criteri di vera meritocrazia dei talenti chiamati a gestirla. (riproduzione riservata)

*director Deloitte

**senior partner Deloitte, senior executive fellow Sda Bocconi