Tra vincoli di bilancio e elezioni, come finirà l’assalto alla diligenza della manovra 2027
Tra vincoli di bilancio e elezioni, come finirà l’assalto alla diligenza della manovra 2027
Non c’è governo che non abbia immaginato una finanziaria finale col botto. Scontrandosi quasi sempre con la dura legge dei numeri

di Sergio Rizzo 02/10/2026 21:23

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Che ne sarà delle tredicesime, è la nuova incognita. Il colpo a sorpresa del governo di Giorgia Meloni per fine anno è allo studio da mesi. Detassare la mensilità aggiuntiva di dicembre non sarebbe soltanto un bel regalo di Natale; soprattutto, una mossa preparare nel migliore dei modi la volata elettorale. Ma con la piega che sta prendendo la situazione, il gioco della finanziaria 2027 riparte dal «Via!»

Il problema sono ovviamente i costi, che si andrebbero ad aggiungere a quelli delle altre sorpresine che inevitabilmente l’ultima manovra della legislatura dovrebbe secondo logica contenere. Già si parla di un nuovo bonus edilizio, mentre dalle parti di Forza Italia non è stata ancora archiviata la suggestione di abolire il canone Rai, dopo essere stati presi in contropiede dalla improvvisa decisione della premier di tagliare il bollo auto. Ogni ipotesi, tuttavia, rischia di essere campata per aria.

La dura legge dei numeri

Non c’è governo che non abbia immaginato una finanziaria finale col botto. Scontrandosi quasi sempre con la dura legge dei numeri. A memoria d’italiano l’unico che non ebbe problemi di quel genere fu l’ultimo dei quattro governi del centrosinistra che nel 2001 passò il testimone a Silvio Berlusconi. A palazzo Chigi c’era per la seconda volta Giuliano Amato: non per un’emergenza finanziaria ma politica. Massimo D’Alema aveva gettato la spugna dopo la batosta alle regionali del 2000 e l’imperativo era risalire la china dei consensi in picchiata. L’economia marciava a pieno ritmo, con un tasso di crescita prossimo al 3 per cento che non sarebbe stato mai più raggiunto (se non dopo il Covid per ovvie ragioni). E le entrate fiscali correvano a ritmi sostenuti come non mai. Distribuire a pioggia con le tredicesime l’equivalente attuale di 8 miliardi e mezzo di euro fu quasi un gioco da ragazzi. Anche se pagato a caro prezzo con la sconfitta bruciante alle elezioni politiche qualche mese dopo.

Oggi la situazione non è minimamente paragonabile. Per un pelo, e chiare responsabilità di chi non è riuscito a tenere a freno le spese correnti, l’Italia è rimasta sotto il giogo della procedura d’infrazione europea aperta nel 2024 per deficit eccessivo. Ed è un pesante handicap, che Giorgia Meloni cerca di aggirare chiedendo la concessione di qualche margine di flessibilità alla Commissione europea con la scusa dell’inflazione in crescita per cause indipendenti dalla nostra volontà. Ma è una missione difficile, per non dire disperata. Anche perché alla difficoltà dovute agli effetti delle guerre ora si aggiunge il problema del debito pubblico: le tensioni delle ultime settimane sui mercati dei titoli di Stato potrebbero complicare ulteriormente le cose. Vanificando, nella prospettiva di chi a dispetto della contingenza continua a sperare in una manovra elettorale, pure l’effetto degli aiutini gentilmente offerti dalle grandi aziende energetiche pubbliche sotto forma di sconti sui carburanti e le bollette.

Lo spread Btp/Bund

Sedici mesi fa lo spread fra i nostri Btp e i Bund tedeschi scendeva sotto la soglia psicologica dei 100 punti base. In Parlamento la presidente del consiglio festeggiava con comprensibile orgoglio l’avvenimento, lasciandosi andare per l’emozione a una rivendicazione tanto suggestiva quanto infondata: «significa che i titoli di Stato italiani sono considerati più sicuri dei titoli di Stato tedeschi». Dall’inizio di settembre lo spread, che da allora si era mantenuto sempre al di sotto di quota 100 ha ricominciato a crescere sempre più decisamente: all’apertura dei mercati di ieri segnava 123, ovvero 5 punti base in più rispetto alla chiusura del giorno precedente. E se il problema, secondo gli esperti, avrebbe la radice in Francia dove lo spread fra i titoli di Stato francesi e i bund ha superato 140 punti base, il contagio in Italia non appare rassicurante. Basta dire che lo spread fra i bonos spagnoli e i bund ieri era di 64 punti: metà di quello italiano, che giovedì risultava superiore perfino allo spread dei titoli di Stato greci (105) e slovacchi (103). Sintomi non della maggiore sicurezza rispetto ai bund vantata dalla presidente del Consiglio l’anno scorso, ma addirittura di una maggiore fragilità nei confronti del debito pubblico di alcuni Paesi ritenuti assai più deboli.

I costi dell’energia

E con queste tensioni, che nel governo vengono attribuite a cause esogene, in primo luogo l’andamento dei costi dell’energia, si dovrà necessariamente fare i conti. Parola del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Non tutte le cose che sono state annunciate entreranno in manovra. Il contesto richiede una attenzione maggiore». E il suo vice che sovrintende il fisco, Maurizio Leo, se possibile è ancora più esplicito. «Sarà una legge di bilancio difficile, per effetto dell’inflazione e del debito pubblico», dice a ragion veduta. Chi sperava in un evidente taglio dell’Irpef dovrà rassegnarsi a un lieve incremento dello scaglione del 33 per cento, da 50 a 60 mila euro. E sarà grasso che cola, lascia intendere Leo.

L’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato avrà la conseguenza di una crescita della spesa pubblica per interessi capace di mettere in crisi molte decisioni dispesa che sembravano acquisite, come l’impegno a una forte crescita degli stanziamenti militari. Ma anche le aspirazioni di chi ha pensato a una manovra che alleviasse almeno alcune difficoltà economiche del corpo elettorale che potrebbero pesare sul consenso. Con un occhio anche a certe situazioni locali se il voto per le politiche, come qualcuno nella maggioranza auspica, dovesse venire anticipato alla primavera per farlo coincidere con elezioni amministrative di una certa importanza. A maggio, va ricordato, si vota anche per eleggere il sindaco di Roma.