Tra Roma e Bologna, due idee opposte di potere
Tra Roma e Bologna, due idee opposte di potere
Da un lato il potere personale, finanziario ed editoriale incarnato da Caltagirone, che ora si professa assertore dell'Antitrust. Dall’altro il modello Unipol, cresciuto con competenza, moderazione e radici cooperative

di di Paolo Panerai 22/05/2026 19:30

Ftse Mib
49.510,97 17.40.00

+0,70%

Dax 30
24.888,56 18.00.00

+1,15%

Dow Jones
50.605,51 21.56.33

+0,64%

Nasdaq
26.325,21 21.51.53

+0,12%

Euro/Dollaro
1,1609 21.36.52

+0,04%

Spread
73,05 17.30.07

-1,77

«Porca miseria», direbbero a Firenze per sottolineare la sorpresa di fronte a un fatto o a una affermazione impensabile prima di sentirla con le proprie orecchie o di leggerla su qualche giornale.

«Porca miseria» esclamo io di fronte alla pervicace, nuova, volontà di apparire quale esempio dichiarato di democrazia da parte dell’Ingegnere. L’ingegnere per eccellenza era Carlo De Benedetti, oggi non può essere altro, anche nel sottinteso dei giornali, che Francesco Gaetano Caltagirone.

La difesa del potere in Mps

Passi che intervistato, pochi giorni fa, sul Corriere della Sera dal nostro ex-giornalista Federico De Rosa, tenti di difendere il suo potere in Mps, definendo assolutamente da non fare la fusione con Bpm. E ciò è più che comprensibile, visto che ha perso la partita per imporre suoi uomini al vertice di Siena, dove continua a governare con efficacia e professionalità Luigi Lovaglio.

Ma che poi, mercoledì 20, vada fino a Trento, al convegno annuale de Il Sole-24 Ore guidato da Fabio Tamburini, anch’egli ex nostro giornalista, per erigere la sua muraglia «contro il potere delle Big tech» e invocare su uno dei suoi media, il giornale per eccellenza della capitale politica italiana, il Messaggero, il principio, appunto, che contro il potere delle big tech, «serve una democrazia che decida molto e in tempi rapidi».

Le varie opinioni di Caltagirone

E, fotografato, di profilo pienamente sorridente, invece che con il ghigno consueto con cui siamo abituati a vederlo, sostiene sul suo giornale, a piene parole, i valori dell’antitrust; e poi la denuncia dell’errore per l’Italia del referendum che ha cassato il nucleare, e infine che in realtà nel Mediterraneo il dominus non sia né la Francia, né la Spagna, né l’Italia, ma la Turchia.

Che sia diventato amico o socio del presidente Recep Tayyip Erdogan? Assolutamente possibile ed encomiabile se lo ha fatto, considerata l’abilità che costantemente mostra negli affari. E in tal senso, poco conta che usi, per dire tutte queste cose, a tutta pagina, proprio il principale dei suoi giornali sì da far sapere, urbi et orbi, in maniera pertinente, il suo coordinato pensiero.

Tra difesa della democrazia e big tech

Per esempio, si chiede: La democrazia come si può difendere da questa concentrazione di potere delle big tech? E risponde, mostrando di avere una visione storica: «Direi che c’è già un precedente: all’inizio del ’900, nel 1911, negli Stati Uniti è stata fatta la prima legge antitrust, la legge Sherman. Ebbe, come risultato, che Rockefeller, il quale controllava ferrovie e petrolio, dovette dividere la sua azienda in 48 aziende. Rockefeller ne tenne una sola, che oggi si chiama Exxon».

E di seguito: «...la democrazia si è allora difesa con delle leggi che limitavano la libertà di espansione di Rockefeller». Sembra quasi di ascoltare Donald Trump.

Un vero paladino dell’antitrust?

Vedete, chi l’avrebbe mai detto che l’attuale re di Roma si fa paladino dell’antitrust? Al di là di ogni ironia, che non fa parte di questo testo, fa davvero piacere che il re di Roma si mostri come convertito alla lotta contro i monopoli.

Anche i monopoli dell’informazione, almeno per quanto riguarda Roma e tutta la costa adriatica? Sì, perché Caltagirone non si è limitato a rilevare il Messaggero, principale quotidiano della Capitale, dopo che aveva acquistato il secondo, cioè Il Tempo, poi passato al suo collega costruttore, Domenico Bonifaci, che a sua volta l’ha passato nel 2016 alla finanziaria Tosinvest della famiglia Angelucci, che oggi controlla anche Il Giornale di Montanelli (chi sa cosa ne pensa Indro in Paradiso, dopo aver visto questo passaggio del suo giornale prima a Berlusconi e poi appunto al re delle cliniche del Lazio e non solo?). Che i giornali servano a curare le malattie? Sì, almeno una: la democrazia, ma la cura funziona solo se chi li possiede e li confeziona non ha altro scopo se non informare nella maniera più corretta e precisa, documentata, i suoi lettori.

Cosa succede oggi nell’editoria romana (e non solo)

Ecco, invece, che cosa si è creato nel circuito di editori romani: Caltagirone ha conquistato, insieme al Messaggero, tutti i giornali della costa adriatica, dalla Puglia fino a Venezia. In realtà voleva arrivare fino a Trieste, dato il suo amore sconfinato per le Generali, ma nonostante la guerra da lui dichiarata per tentare la conquista, non è riuscito a strappare il quotidiano della città dove ha sede il colosso Generali (ossessione dei sogni di grandezza dell’Ing. Caltagirone).

A comprarlo, insieme a tutti gli altri giornali veneti creati da Caracciolo-Scalfari, è stata una ampia cordata di imprenditori veneti che non vollero e non vogliono in nessun modo cedere all’ing. Caltagirone il Piccolo, fondamentale per il sogno dei sogni, assolutamente ricorrenti, dell’ing. Caltagirone di mettere le mani sulla compagnia assicuratrice di dimensione europea condotta brillantemente dall’italo-francese Philippe Donnet.

Come sanno i nostri lettori, nella sua visione il più possibile globale del controllo dell’informazione, Caltagirone ha tentato anche di conquistare spazio nella casa editrice del giornale che state leggendo. Con circa l’8,5% aspirava in prima battuta ad avere un consigliere e il presidente del collegio sindacale. Nella procedura d’urgenza ex articolo 700, il giudice della prima sezione del tribunale di Milano, gli ha dato torto.

È anche per questo, per lo straordinario sviluppo dell’intervento al convegno di Trento, organizzato da Il Sole-24Ore, che Caltagirone si è mostrato addirittura paladino dell’antitrust (ma non per il settore editoriale). Bacchettando (si fa per dire) chi pensa solo a scalate (salvo le sue).

Ma cosa sta succedendo davvero?

Interessante: dopo non aver mai (o quasi mai) fatto sentire, per anni, la sua voce, nel giro di pochi giorni ha deciso di comunicare prima attraverso il principale quotidiano italiano, che giustamente non discrimina, e poi con la grande pagina sul suo Messaggero, che ha riportato fedelmente e inevitabilmente, con ogni dettaglio la sua posizione e le sue idee. Mentre per anni Caltagirone ha operato in silenzio con poche e non intense argomentazioni. Che cosa sta succedendo?

Ad avviso di questo giornale, un fatto rilevantissimo: la sconfitta nel tentativo di scalata al vertice di Mps, con l’accessorio della nomina da lui proposta dell’ad nella persona di Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea, la società di luce e gas di Roma e quindi sotto la lente di ingrandimento de il Messaggero. Ma non solo: mentre per molti anni è apparso in piena sintonia con Francesco Milleri, l’erede di Leonardo Del Vecchio ai vertici di Delfin; nella vicenda Mps, Milleri è andato per suo conto appoggiando Lovaglio.

Il rapporto tra Lovaglio e Milleri

Scorretto Milleri, con cui Caltagirone aveva condiviso precise azioni su Mediobanca e Generali? Assolutamente no, ma invece consapevolezza di Milleri che chi merita deve essere rispettato e lodato. E Lovaglio ha salvato, risanato, sviluppato Mps e quindi non poteva essere espulso quasi con ignominia.

Certamente la divaricazione del rapporto con Milleri peserà anche in futuro, essendoci stato a lungo quasi una marcia parallela nelle tre società chiave: Mediobanca, Generali e Mps. Tutto, come i nostri lettori sanno già, nel nome di una comune avversione per Mediobanca e di conseguenza Generali, sia pure dovuta a motivazioni assolutamente differenti: per Milleri, erede di comando di Del Vecchio, come restituzione dell’incredibile affronto di Mediobanca per aver impedito a Del Vecchio di fare una donazione di 500 milioni di euro allo Ieo e al Monzino; per Caltagirone, per essere sempre rimasto fuori dalla porta di Mediobanca, nonostante il mitico Enrico Cuccia gli avesse fatto avere, alla morte di Raul Gardini, la proprietà de il Messaggero, piattaforma fondamentale per l’accrescimento del potere a Roma e poi lungo tutta la costa adriatica.

Ma anche queste sono informazioni che i nostri lettori conoscono bene. E come in un contrappasso, a fare le spese di una mancata riconoscenza di Caltagirone verso Mediobanca, è stato colui che da alcuni anni era diventato il capo della banca creata da Enrico Cuccia, il pur professionale Alberto Nagel.

Non è solo questione di guadagno, ma di potere

Cosa potrà succedere dopo le ultime mosse di Caltagirone e soprattutto dopo il tradimento nei confronti di Lovaglio, che pure aveva operato anche nell’interesse del re di Roma, con il risanamento della banca e quindi, quanto meno, facendo salire di molto il valore dell’investimento fatto dallo stesso Caltagirone?

Una conferma che a Caltagirone non basta il guadagno ma vuole anche il potere, quel desiderio di contare sempre di più che connota permanentemente l’espressione del suo volto. Sempre, meno che nella foto di corollario all’articolo su il Messaggero di giovedì 21 che ha comportato, leggendo le firme, l’opera di ben due giornalisti.

Auguri Carissimo Ingegnere, perché, nonostante tutto, Le sono grato per gli spunti costanti che offre ai nostri giornalisti e giornali. Senza la sua quasi cattiva determinazione, avremmo meno temi interessanti da sviluppare. E non creda che queste parole siano false. No, sono vere, senza di lei le nostre pagine sarebbero meno vivaci, probabilmente senza la possibilità di veder crescere le vendite. Anche gli altri azionisti La ringraziano.

Cosa ha fatto Unipol sotto la guida di Carlo Cimbri

Può una compagnia di assicurazioni nata dalle cooperative non certo di destra, diventare il leader assoluto in Italia nel ramo danni, cioè auto, casa e infortuni? Ci è riuscita Unipol, guidata dal presidente Carlo Cimbri, che di fatto ha compiuto tutta la sua carriera nella compagnia con sede a Bologna e con a fianco l’ad Matteo Laterza.

Il simbolo del primato della compagnia è il grattacielo di Milano battezzato Torre Unipol o Nido verticale per la sua particolare struttura esterna che fa pensare appunto a nidi o ad alveari. Con ingresso principale da piazza Gae Aulenti, è la materializzazione di come il concetto e la struttura di cooperative può portare in alto, anzi in altissimo.

Ma è anche la dimostrazione di come si possa prima salvare e poi sviluppare quella che era stata la più importante compagnia del settore auto, la Fondiaria Sai del gruppo Agnelli, poi finita, fin quasi al fallimento, nelle mani della famiglia Ligresti, origine costruttori, che per più scelte sbagliate la portarono al crollo. Fu allora che intervenne, in una delle sue migliori operazioni, Mediobanca che mostrando appunto in quel caso la capacità di superare il colore rosso delle coop, fece in modo che il controllo finisse a Bologna dove prevaleva sì il rosso ma anche la capacità di unire i migliori concetti assicurativi a quelli della società solidale.

Una delle migliori operazioni di Mediobanca

Evitare la dispersione del patrimonio professionale di FonSai è stata una delle migliori operazioni di Mediobanca, che per una volta non ha guardato né al colore dell’azionista né a voler imporre le sue linee. Si può anzi dire che la nascita di Unipol-Sai sia stata la migliore operazione nella storia relativamente recente di Mediobanca, con amministratore delegato Alberto Nagel. Ma è a Bologna che hanno saputo farci, integrando Sai senza disperdere le caratteristiche migliori che neppure la gestione Ligresti aveva distrutto del tutto.

Perché parlare ora di Sai, Unipol e Mediobanca?

Per ricordare, specialmente in questo momento decisivo per lo sviluppo dell’Italia, che quando si opera con ordine, competenza e moderazione si può tenere in vita e rivitalizzare anche disastri clamorosi come era stata l’ultima parte della gestione Sai, targata Fiat, entrata sulla via del tramonto proprio con la necessità di vendere la compagnia di assicurazione. E come questa necessità aveva portato a diventare importante assicuratore un costruttore edile, quasi palazzinaro, come Salvatore Ligresti. In tutte queste operazioni ha pesato l’intreccio che si era creato intorno e in Mediobanca. Se Mediobanca non avesse trovato un imprenditore sociale come Unipol sarebbe andata distrutta completamente una struttura specializzata nel ramo danni come Sai.

Le necessità di un salvataggio

Da Bologna e Milano, Cimbri e Laterza hanno saputo rispondere alla necessità di compiere il salvataggio e ora, meritatamente, possono essere orgogliosi del lavoro fatto. Lavoro che potrà rivelarsi molto utile per un dialogo fra il vertice di chi (Mps) ha conquistato Mediobanca, la più importante banca d’affari italiana. E potrebbe anche esserci una collaborazione stretta fra Mps e il gruppo assicurativo guidato da Cimbri e Laterza.

Come dimostra Intesa Sanpaolo, le sinergie fra banca e assicurazioni posso essere straordinariamente positive e infatti già oggi, pur invertendo l’ordine, Unipol è il maggior azionista della banca nata dalla fusione fra Bper e Popolare di Sondrio.

Banca e assicurazione: che sinergia aspettarsi?

È azzardato dire che la combinazione fra assicurazione e banca, o banca e assicurazioni, sarà sempre più profonda? Il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha dimostrato che la sinergia fra i due settori è capace di generare risultati ottimi e costanti.

Integrare una grande banca come Mps con un grande gruppo assicurativo, che è anche presente nel settore bancario, è una ipotesi irrealistica? Basterà aspettare. Cimbri è stato il primo a pensare di integrare assicurazioni e banche, sia pure con il garbo e la calma che contraddistingue il mondo cooperativo. Dal grattacielo di piazza Gae Aulenti si domina Milano. (riproduzione riservata)