Torna l'incubo stagflazione: ecco con quali settori difendersi e su che borse puntare
Torna l'incubo stagflazione: ecco con quali settori difendersi e su che borse puntare
Il presidente Usa che parla di escalation in Medio Oriente evoca lo spettro della stagflazione. La Bce vede il carovita al 3,1%, l’Ocse taglia le stime sul pil. Ma non tutti gli investimenti soffrono in uno scenario come questo. Viaggio tra quelli più resilienti

di di Marco Capponi 02/04/2026 21:00

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Donald Trump ha colpito ancora: dopo aver illuso i mercati su una risoluzione del conflitto in Medio Oriente «nel giro di due-tre settimane», nella notte italiana di giovedì 2 aprile ha approfittato dal discorso alla Nazione per fare il punto su cosa rappresentano, secondo lui, queste due-tre settimane: una fase in cui l’Iran verrà «colpito duramente» e «riportato all’età della pietra a cui appartiene».

Non sono serviti eccessivi sforzi interpretativi per capire un concetto chiaro: escalation. E così il Brent è risalito in poche ore sopra i 100 dollari al barile, le borse asiatiche e poi quelle europee sono cadute di nuovo, lo spread si è allargato e rimane intorno ai 90 punti.

Intanto la Bce è tornata a evocare uno dei fantasmi più spaventosi del recente passato: l’inflazione. Il rialzo dei prezzi dei beni energetici causato dalla guerra in Medio Oriente, ha detto Francoforte, spingerà il carovita ben al di sopra del 2% nel breve periodo, con un brusco rialzo al 3,1% nel secondo trimestre di quest’anno. Il tutto pochi giorni dopo l’aggiornamento delle stime Ocse, che ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita sia per l’Italia (+0,4% dal precedente +0,6%) sia per l’Eurozona (+0,8% dal +1,2% stimato a dicembre).

Spauracchio stagflazione 

La paura più grande, un tabù fino a qualche settimana fa, è ormai sulla bocca di tutti: se lo shock sui prezzi energetici dovesse proseguire, si potrebbe concretizzare uno scenario di stagflazione. Vale a dire crescita zero (o negativa) e inflazione in forte aumento. «La bassa crescita è negativa per le vendite, poiché le imprese e i consumatori stringono la cinghia», spiega Duncan Lamont, head of strategic research di Schroders. «La domanda è debole e l'inflazione elevata aggrava il problema: in un’economia in espansione, le aziende possono trasferire i maggiori costi di produzione sui consumatori. Quando la domanda è già debole, non è così facile», aggiunge.

Se queste sono le premesse, uno scenario di stagflazione è «il peggiore per il mercato azionario», evidenzia l’esperto che però, dati storici alla mano, ha individuato una serie di aree geografiche e settori più resilienti in situazioni di mercato complesse.

Male ma non malissimo 

Nella sua analisi Schroders prende in considerazione una lunghissima serie storica di dati sull’S&P 500 americano, che va dal 1926 al 2025. «Sulla base dei risultati», commenta Lamont, «il rendimento reale mediano annuo (quindi al netto dell’inflazione, ndr) in un anno di stagflazione è stato di circa lo 0%».

Tradotto: le aziende a grande capitalizzazione americane, che rappresentano oggi circa i due terzi di un indice di azioni globali, anche nelle fase di stagflazione sono riuscite – seppur per il rotto della cuffia – ad annullare l’effetto del carovita. «Si tratta di un valore inferiore a quello che gli investitori si aspettano dalle azioni nel lungo periodo, ma avvicinarsi all’inflazione in un contesto di alti prezzi al consumo non è un risultato negativo», ricorda l’esperto. «Inoltre, quando i rendimenti reali sono stati positivi, hanno avuto la tendenza ad essere robusti, con una media di circa il 16%».

Settori a prova di frenata

Il dato aggregato, di per sé non negativo, non riesce tuttavia a restituire la fotografia esatta dei vari settori che lo compongono. In questo caso il report di Schroders calcola, prendendo sempre come riferimento Wall Street, le performance dei vari segmenti del mercato durante tutte le fasi di stagflazione (pil reale inferiore alla media dei dieci anni precedenti e indice dei prezzi al consumo superiore alla sua media decennale) dal 1974 al 2011.

Come si può notare dal grafico in alto, risulta una demarcazione netta e livello di performance mediana tra i settori difensivi e quelli più ciclici. Energia e utility, per esempio, in fasi di stagflazione hanno registrato rendimenti reali mediani del 3% e 4%, mentre industria e tecnologia sono in rosso del 2% e 4%.

Ci sono però anche delle evidenze controintuitive. Come il settore sanitario, considerato un comparto difensivo ma che in fasi di stagflazione registra un rendimento reale mediano negativo del 2%. Oppure le telecomunicazioni (-5% il rendimento reale), che però hanno una composizione molto diversa negli Stati Uniti rispetto all’Europa: come segnala Lamont infatti «ormai Alphabet-Google e Meta insieme costituiscono quasi i tre quarti del settore in termini di capitalizzazione di mercato». Società che, nei fatti, si comportano molto di più come aziende tecnologiche che non come tlc classiche.

Tra mattone e banche

Due settori meritano una riflessione ulteriore. Da una parte c’è l’immobiliare, che risulta il migliore in fase di stagflazione sia per rendimento reale mediano (+8%) che medio (+10%). Per un investitore europeo ci sono però due avvertenza. La prima, evidenzia Lamont, è che «questo settore presenta anche una delle gamme di risultati più ampie»: nelle fasi considerate in tabella si va da un minimo del -36% a un massimo del +90%. La seconda è la quasi assenza del mattone dagli indici europei: di fatto, per esporsi al settore quotato l’unico modo per farlo con una certa rilevanza è spostarsi negli Usa.

Il secondo comparto interessante è quello bancario e finanziario. Storicamente, almeno negli Stati Uniti, quando c’è stagflazione gli istituti di credito fanno fatica (-9% il rendimento reale mediano) perché «spesso le curve dei rendimenti si invertono, e questo danneggia la redditività delle banche, poiché i tassi di interesse a breve termine che devono pagare sui depositi superano i tassi a lungo termine che guadagnano come reddito sui prestiti», analizza Lamont.

D’altro canto, è anche vero che dopo l’ultima grande crisi inflattiva del 2022 le banche europee, beneficiando del rialzo dei tassi di interesse, hanno messo a segno per tre anni di fila crescita a doppia cifra. In quel caso però la Bce era intervenuta sui tassi per controllare il carovita in presenza di una crescita sotto controllo. Condizioni di partenza che, in caso di stagflazione, potrebbero non ritornare.

Stress test alle borse

Proprio alla luce dei risultati settoriali, lo studio di Schroders cerca infine di individuare le aree geografiche che, in base alla loro composizione, possono resistere meglio in caso di stagflazione. Il grafico in basso mostra il peso dei singoli settori nei vari indici geografici, messo a confronto con la composizione del benchmark globale Msci Acwi (che riunisce mercati sviluppati ed emergenti).

Lo scopo dell’analisi è trovare quei mercati in cui i settori più resilienti alla stagflazione sono sovrappesati rispetto agli indici generalisti. Un caso interessante, secondo Lamont, è quello del Regno Unito: «La sua allocazione del 17% nel settore difensivo dei beni di consumo di base e del 10% in quello energetico è più che doppia rispetto a quella di qualsiasi altro mercato importante». Inoltre, aggiunge l’esperto, «ha un’esposizione quasi nulla ai settori tech o dei servizi di comunicazione rispetto ad altri mercati».

Da questo punto di vista anche le azioni Ue sono interessanti. A prima vista, sottolinea l’esperto, il mercato europeo «sembra risentire della sua ampia allocazione nel settore industriale, visto anche che l’Europa è stata inoltre apertamente nel mirino dei dazi di Donald Trump». Tuttavia, aggiunge, «i piani della Germania di aumentare l’indebitamento per potenziare la spesa per la difesa e le infrastrutture dovrebbero sostenere molte aziende industriali europee». Potrebbero essere vantaggiosi, per un portafoglio anti-stagflazione, «anche il sovrappeso nel settore dei servizi di pubblica utilità e il sottopeso nei servizi tech e di comunicazione». (riproduzione riservata)