Ecco perché «La fibra non basta»: per colmare il nuovo digital divide serve il sistema. L’anticipazione del libro di Labriola
Ecco perché «La fibra non basta»: per colmare il nuovo digital divide serve il sistema. L’anticipazione del libro di Labriola
Servono investimenti per il middle mile, la parte di infrastruttura meno visibile e valorizzabile ma essenziale per garantire una rete performante. Ne parla il ceo di Tim nel suo istant book in uscita

di di Alberto Mapelli 08/05/2026 21:00

Ftse Mib
49.289,54 6.55.10

0,00%

Dax 30
24.338,63 23.50.39

-1,32%

Dow Jones
49.609,16 9.57.50

+0,02%

Nasdaq
26.244,60 23.50.39

+1,71%

Euro/Dollaro
1,1789 23.00.33

+0,09%

Spread
71,75 17.29.41

-0,96

Per risolvere il «paradosso delle telecomunicazioni italiane» non è sufficiente concentrarsi solo sulla fibra ottica perché «la fibra non basta». O almeno non più. Si concentra sulla volontà di andare oltre il semplice concetto che «più fibra significa automaticamente avere una rete migliore» l’istant book di Pietro Labriola, ceo di Tim, intitolato «La fibra non basta» e visionato in anteprima da Milano Finanza.

Oltre il «mito della fibra»

Un paper che parte da «una convinzione netta: il modello di business su cui oggi si regge il settore delle tlc non funziona più» perché mostra limiti strutturali e «non è in grado di assicurare all’Italia quel salto di sviluppo economico e sociale» atteso, nonostante «gli ingenti investimenti» sostenuti nelle infrastrutture digitali. Labriola ripercorre il «mito della fibra», l’idea che la sola diffusione della fibra basti a colmare il digital divide rispetto all’Europa.

Nonostante la diffusione del Ftth, infatti, l’Italia «continua a mostrare limiti strutturali»: velocità medie inferiori, take-up della fibra contenuto e latenza (il tempo che passa tra l’invio di un dato e la sua ricezione) superiore ai benchmark internazionali. Questo perché «l’attenzione si è concentrata sull’anello più visibile, la fibra, trascurando le altri componenti della rete meno evidenti ma altrettanto decisive per la qualità» delle connessioni.

La centralità del middle mile

Labriola ricorda l’importanza degli investimenti pubblici per diffondere la fibra ottica, ma anche come essi abbiano generato anche alcuni «effetti distorsivi», come le sovrapposizioni industriali e dinamiche concorrenziali poco efficienti. Tuttavia, è il punto di Labriola, la qualità della rete non si può più misurare solo con la velocità di trasmissione dei dati, ma con più elementi. Uno di questi è la sua capacità di essere reattiva, visto che le applicazioni moderne – da videochiamate e streaming live a gaming online e AI – richiedono una latenza ridotta. E proprio la latenza dipende da molti fattori come distanza fisica, qualità della rete di trasporto, nodi di interconnessione e prestazioni di server e data center.

La maggioranza di essi, sottolinea Labriola, si concentrano nel segmento di rete «che mette in collegamento le infrastrutture principali con i punti di distribuzione sul territorio, il middle mile». Si tratta di un aspetto che «non entra quasi mai nella comunicazione commerciale, ma incide direttamente sulla qualità percepita del servizio». Se l’esempio della latenza è il più evidente, l’ad di Tim sottolinea come «nella rete fissa i bisogni non si alternano, si sovrappongono». Ecco perciò che una rete di qualità deve essere «solida su più dimensioni contemporaneamente», bilanciando «in modo strutturale latenza, stabilità, capacità e qualità percepita». Il digital divide perciò è cambiato: oggi non separa più chi è connesso da chi non lo è, ma chi ha una rete in grado di sostenere tutti i servizi della vita digitale quotidiana da chi ne ha una che funziona solo in parte.

Le criticità del sistema

Da qui la necessità di colmare quello che, per Labriola, è il vero gap della connettività tramite rete fissa italiano, il middle mile, investendo lungo tutta la catena infrastrutturale. Una necessità che però si scontra con sei elementi critici del sistema tlc nel nostro Paese. In primis in Italia «il capitale si disperde in un sistema con costi elevati e ricavi limitati» e «la maggiore qualità del servizio viene valorizzata molto meno rispetto all’estero». Pesa anche la discontinuità degli investimenti: per effettuare la transizione infrastrutturale servono 1,5 miliardi per 6 o 7 anni, con un impegno costante, ma «se il settore non genera margini adeguati» è difficile mantenere il ritmo.

In Italia c’è poi un «disallineamento tra costo del capitale e prezzi regolati»: i prezzi wholesale vengono definiti sulla base di un costo medio del capitale ponderato, ma quello reale cresce molto più velocemente dell’adeguamento, impedendo una remunerazione adeguata al rischio assunto. Il quarto è l’impossibilità di far crescere in modo proporzionale il traffico e il valore, che viene concentrato invece su pochi grandi colossi mondiali.

Gli ultimi due problemi identificati da Labriola sono la frammentazione del mercato che comprime prezzi e ritorni e il peso del debito in un contesto di tassi elevati. Sintetizzando, per l’ad di Tim «il problema non è solo il livello degli investimenti necessari», ma che «il sistema, nelle condizioni attuali, non remunera in modo coerente» il settore.

Obiettivo riequilibrio

Per rimettere in equilibrio l'intero ecosistema digitale italiano, Labriola identifica tre «asimmetrie» da sistemare: quella regolatoria, visto che gli operatori tlc hanno molti più vincoli rispetto ai colossi digitali con cui competono in via diretta; quella tra chi genera traffico e chi sostiene i costi per adeguare le proprie reti, senza riuscire a monetizzare il valore dei servizi che contribuisce a fornire; quella competitiva sul mercato finale, visto che l’inserimento di nuovi provider solo retail ha contribuito a esasperare la guerra sui prezzi.

In questo panorama, Labriola lancia un appello: «Occorre una scelta». Deve essere l’Italia a «decidere se l’infrastruttura digitale è una leva essenziale dello sviluppo economico del Paese oppure no. Se la risposta è sì, allora il sistema deve essere messo nelle condizioni di crescere». Significa «non chiedere alle telco di sostenere investimenti sempre più onerosi in un contesto che comprime ricavi, margini e capacità di sviluppo». E per fare ciò «serve una revisione complessiva delle regole, che tenga conto degli effetti sul sistema nel suo insieme: struttura dei costi, incentivi all’investimento, capacità di innovazione tecnologica». Affrontare i problemi identificati, conclude l’ad di Tim, non è una tema settoriale, ma «una condizione per la crescita dell’Italia». (riproduzione riservata)