Tito Boeri (Bocconi): l’Europa deve diventare più efficiente sul welfare. Anche con l’aiuto dell’AI
Tito Boeri (Bocconi): l’Europa deve diventare più efficiente sul welfare. Anche con l’aiuto dell’AI
Il tema “Salvare lo stato sociale” sarà al centro del Festival Internazionale dell’Economia che si terrà dal 22 al 25 ottobre a Torino

di  Francesco Ninfole 17/10/2026 12:00

Ftse Mib
49.857,18 6.57.30

+0,93%

Dax 30
25.622,61 23.50.44

+0,95%

Dow Jones
52.002,41 14.31.12

-0,34%

Nasdaq
26.078,98 23.50.44

-2,15%

Euro/Dollaro
1,1241 23.00.32

+0,07%

Spread
105,62 17.30.06

-0,59

Il disimpegno degli Stati Uniti «inevitabilmente implicherà un maggiore sforzo dell’Europa nella difesa. A Torino discuteremo proprio della contrapposizione fra pensioni e cannoni». È quanto sottolinea Tito Boeri, docente della Bocconi e direttore scientifico del Festival Internazionale dell’Economia che si terrà dal 22 al 25 ottobre a Torino e metterà al centro il tema del welfare. Tra gli altri parteciperanno sei premi Nobel e i banchieri centrali Fabio Panetta e Piero Cipollone.

D: Il welfare state è stato un pilastro dell’identità europea dal dopoguerra. Lo sarà anche in futuro?

R: Penso di sì. È un tratto fondante l’identità europea, seppur il disegno dei sistemi di protezione sociale sia diverso da Paese a Paese. Queste differenze sono parte della ricchezza del modello sociale europeo perché aiutano a capire ciò che funziona e ciò che non funziona. Oggi è sottoposto a pressioni senza precedenti. Per sopravvivere dovrà riformarsi.

D: Molti si chiedono se l’Europa viva al di sopra dei propri mezzi. Con le maggiori spese per la difesa, la transizione climatica e quella digitale, il welfare del futuro sarà inevitabilmente ridotto?

R: Una parte della classe dirigente statunitense guarda all’Europa con ostilità proprio per questo motivo. Si dice: voi avete vissuto sulle nostre spalle, noi ci siamo occupati di difendervi e voi avete costruito il vostro sistema di protezione sociale. In realtà gli Stati Uniti non sono stati in grado di edificare uno stato sociale efficiente. Basti pensare alla sanità pubblica oltreoceano. Ma il disimpegno degli Stati Uniti dalla difesa europea e dalla guerra in Ucraina inevitabilmente implicherà un maggiore sforzo dell’Europa nella difesa.

D: Il modello futuro di welfare sarà una versione ridotta rispetto a quello attuale?

R: Bisogna diventare più efficienti. I margini ci sono. Si può fare targeting molto meglio, indirizzando le risorse a chi ne ha davvero bisogno. E si possono prevenire gli abusi. In tal senso l’intelligenza artificiale può essere di grande aiuto, perché assembla molte informazioni rapidamente e permette di identificare sia chi abusa di alcune misure sia chi avrebbe bisogno di aiuto e non lo riceve. Oggi un disoccupato deve presentare domanda per ricevere la Naspi e spesso lo fa in ritardo o non lo fa affatto. Con un sistema di AI si potrebbe inviare subito un messaggio alle persone che perdono il lavoro per comunicare la possibilità di ricevere il sussidio. Quando poi trovano un altro impiego, si smette di erogarlo.

D: Il Fmi e altri istituti internazionali chiedono di ridurre i debiti pubblici, in forte crescita ovunque, dagli Stati Uniti alla Francia. Prima o poi si dovrà intervenire anche sul welfare?

R: La crisi del debito che stiamo vivendo è in gran parte legata a ciò che è accaduto con il debito pubblico statunitense. Poi si è allargata all’Europa, alla Francia e ad altri Paesi. L’Italia è sorvegliata speciale, dato il livello del debito. Negli Stati Uniti il problema è nato da scelte politiche dissennate. Più in generale, c’è un problema di debito pubblico che va al di là della protezione sociale: i due aspetti non sono necessariamente legati. È chiaro, però, che molti Paesi devono ancora fare molto per ridurre il debito implicito generato dai sistemi pensionistici che emerge solo nel momento in cui i pagamenti si materializzano. Su questo l’Italia ha fatto un passo avanti importante con il passaggio al sistema contributivo.

D: Cosa può fare l’Italia sul welfare?

R: Abbiamo molte cose da migliorare. Sul sistema pensionistico, però, abbiamo già fatto una riforma importante. Ora è fondamentale non smantellarla. In particolare, non bisogna togliere l’adeguamento alla speranza di vita nel calcolo dell’importo delle pensioni, né introdurre le solite deroghe per alcune categorie. Si era parlato di una nuova quota 94, ma sembra che l’ipotesi sia rientrata. Bene.

D: E dove bisogna migliorare?

R: Su due tipi di assistenza. Il primo è il sostegno alle madri con figli piccoli, che subiscono ancora una forte penalità sul mercato del lavoro. Questo si ritorce contro gli stessi conti pubblici: se lavorano meno donne, ci sono meno contributi. Le donne offrono un doppio dividendo ai sistemi di protezione sociale, perché va considerato il loro lavoro e quello delle persone assunte per la cura dei figli. Abbassare il costo di avere figli e permettere a più donne di lavorare è un ambito in cui siamo ancora in grave ritardo.

D: Qual è il secondo punto?

R: Misure contro la povertà tra chi lavora. Il governo Meloni ritiene che le persone abili al lavoro, senza figli minori o disabili in famiglia, possano uscire dalla povertà lavorando. Ma sappiamo che il lavoro spesso non basta per uscire dalla povertà. Ci vuole un salario minimo integrato con l’assistenza sociale.

D: Come giudica la manovra?

R: Mi sembra che i margini siano molto ristretti e che si procederà con provvedimenti di facciata che costano poco ma che scardino il nostro sistema fiscale, tipo le varie flat rate incrementali introdotte in questi anni. Invece di darci una tassa piatta ci stanno consegnando un sistema fiscale che ha migliaia di aliquote diverse e che viola principi di base di equità nel prelievo. Mi chiedo poi che cosa il governo voglia fare sul drenaggio fiscale che è stato cospicuo (stimato in 35 miliardi dal MEF) e che sarà altrettanto copioso nel 2026 e nel 2027 per l’accelerazione dell’inflazione. Se non si fa nulla, vuol dire che si vogliono aumentare le entrate dello Stato in questo modo. Altrimenti bisognerebbe fare come altri Paesi, che indicizzano gli scaglioni dell’Irpef. Ci vorrebbe maggiore trasparenza su queste scelte.

D: Meloni ha citato studi Bce dicendo che le entrate del drenaggio fiscale sono state redistribuite.

R. Solo in piccola parte e in modo selettivo. I lavoratori dipendenti del ceto medio hanno pagato in gran parte il drenaggio fiscale. È una scelta politica, ma bisogna essere trasparenti. Non si può dire che si sono ridotte le tasse sul lavoro, quando si offre con una mano una parte di quello che si toglie con l’altra.

D: Le proteste in Francia evidenziano anche una domanda di welfare forse non più in linea con i tempi, in cui diventa difficile toccare l’età pensionabile. C’è un problema di comunicazione politica?

R: In Francia c’è stata una forte polarizzazione del confronto politico che ha portato anche a proteste di piazza molto dure. È un problema comune ad altri Paesi, ma lì è vissuto in modo particolare. Per molto tempo questa polarizzazione è stato ridotta nelle rappresentanze politiche dal sistema elettorale francese. E chi non trova adeguata rappresentanza in Parlamento trova spazio nelle proteste sociali.

D: Come si adatta il welfare ai trend demografici, che non cambieranno nel breve-medio termine?

R: Ci sono due fenomeni. Il primo è l’aumento della longevità. Su questo il sistema pensionistico italiano è attrezzato, grazie all’adeguamento alla speranza di vita. Il secondo, ovvero il forte calo della natalità, spiazza invece tutti i sistemi pensionistici pubblici, a ripartizione. Perciò bisogna cercare in ogni modo di ampliare la base contributiva: più partecipazione femminile, più occupazione giovanile e una buona gestione dell’immigrazione. Per mantenere costante la forza lavoro non servono tassi di migrazione forti come quelli degli ultimi tre anni di governo Meloni. Possiamo permetterci tassi più contenuti, ma dobbiamo gestirli bene, facendo arrivare persone in grado di versare i contributi fin dal primo giorno. Questo è possibile se alle scelte sull’immigrazione uniamo politiche di integrazione, spingendo perché le persone si integrino rapidamente e facendo di tutto perché siano benvenute nel nostro Paese invece di demonizzarle. Poi c’è il miglioramento della produttività: lavorare meno ma creare più valore ci permetterebbe di mantenere sistemi previdenziali e sanitari di qualità. Per i giovani, invece, è inevitabile che le pensioni saranno meno generose: l’unica strada è la previdenza integrativa.

D: Lei ritiene che ci debba essere uno spazio maggiore per il privato nel welfare. In quale modo?

R: Attraverso la previdenza integrativa ma anche attraverso un maggior peso dei criteri ESG. Oltreoceano c’è stata una ritirata su questo piano, ma è fondamentale che le imprese siano più socialmente responsabili verso i dipendenti e verso le comunità in cui vivono. Questo va a complemento di ciò che fa lo Stato e ne riduce gli oneri. (riproduzione riservata)