Gli ultimi due anni di Tim hanno portato alla svolta da tempo desiderata: prima la cessione della rete, poi un nuovo primo azionista stabile, di derivazione pubblica e italiano. Da quando l’infrastruttura è stata ceduta a Kkr e Poste Italiane è il nuovo primo azionista, sul mercato l’ex incumbent italiano – da sempre uno dei titoli più popolari a Piazza Affari con oltre 242 mila azionisti, la maggior parte piccoli risparmiatori – è passato da azione su cui scommettere al ribasso a investimento interessante.
Da inizio 2025 ha più che raddoppiato il suo valore e la capitalizzazione del gruppo oggi sfiora 12 miliardi di euro. Il peggio sembra alle spalle: Tim a Piazza Affari viaggia ormai stabilmente tra 0,5 e 0,55 euro, forte di un target price medio che, stando al consenso Bloomberg, è di 0,56 euro e di un periodo di rialzi vissuto nelle ultime settimane grazie a una serie di elementi positivi.
Il gruppo guidato dall’amministratore delegato Pietro Labriola non vuole perdere il momentum in borsa. Alla sfida di continuare a rispettare i target fissati dal punto di vista del business ordinario, ora che deve correre solo con le gambe dei servizi senza la rete fissa, si affiancano una serie di mosse annunciate a cavallo tra la fine dell’anno scorso e l’inizio del 2026: le sinergie con il gruppo di Del Fante, l’accordo di ran sharing (condivisione delle antenne) con Fastweb+Vodafone e la conversione delle azioni di risparmio nell’assemblea del 28 gennaio.
È il primo appuntamento formale dell’anno nuovo, che potrà segnare la tanto attesa semplificazione della struttura societaria di Tim. Non appena lo scorso dicembre ha ottenuto il via libera definitivo al rimborso di un miliardo di euro di canone concessorio del 1998, Labriola ha rispolverato la conversione delle risparmio in ordinarie, a cui ha aggiunto un premio cash di 12 centesimi per azione. La proposta è stata considerata vincente dal mercato, con il prezzo delle risparmio che si è rapidamente allineato alla valutazione stimata di 0,62 euro (per poi salire ancora insieme al titolo nei giorni successivi).
Il 9 gennaio ha ottenuto anche la benedizione dei proxy advisor di Iss. Il consiglio agli investitori è di votare a favore, perché la conversione semplificherebbe la struttura del capitale della società e compenserebbe la perdita del dividendo privilegiato con i diritti di voto e l’aumento della liquidità delle loro azioni; il premio promesso viene definito adeguato rispetto ai corsi di mercato.
Insieme alle conversioni, tra le altre cose, si voterà anche per la ricostituzione delle riserve con l’abbattimento del capitale sociale, consentendo a Tim di tornare a distribuire i dividendi. Nella sua gestione ordinaria il gruppo è tornato a generare un utile nel terzo trimestre anche per tutti gli azionisti di Tim e non solo per le minoranze di Tim Brasil, da sempre cash cow del gruppo.
Secondo le stime aggiornate di Kepler, che ha alzato il target price da 0,62 a 0,67 euro, Tim dovrebbe generare 62 milioni di utile netto adjusted nel 2025, 333 milioni nel 2026 e 563 milioni nel 2027. Il costante miglioramento del business e la riduzione del debito potrebbero valere per Tim anche la promozione a investment grade tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, spiegano gli analisti.
In ogni caso, le proiezioni sugli utili testimoniano come il grande lavoro effettuato da Labriola e dalla sua prima linea di manager per rendere profittevole il business dei servizi stia dando i suoi frutti. La cessione della rete fissa ha liberato Tim della zavorra rappresentata dagli investimenti necessari per il suo sviluppo, che richiedeva un livello di debito (e interessi da pagare) tale da affossare il bilancio del gruppo.
Il lavoro non è terminato, ovviamente, come dimostra l’accordo di ran sharing preliminare firmato con Fastweb+Vodafone e che dovrebbe fruttare tra 250 e 300 milioni di euro di risparmi nei prossimi 10 anni, oltre a un miglioramento dell’infrastruttura 5G nelle città più piccole del Paese. Niente di eccezionale in termini assoluti, ma che come effetto secondario – scrivono gli analisti di Kepler –potrebbe aumentare la pressione sui concorrenti WindTre e Iliad e magari favorire il consolidamento.
Inoltre l’accordo, per quanto limitato nei vantaggi in termini assoluti, è testimone di come il management di Tim stia lavorando pazientemente e costantemente sui margini per rendere sostenibile le sue attività storicamente core, vale a dire telefonia e connettività. Un business che difficilmente potrà tornare in tempi brevi a essere la macchina da soldi che era a cavallo tra i due millenni, ma che può comunque rappresentare una gamba importante di un gruppo in grado di generare margini e utili in altri settori, come i servizi alle imprese di Tim Enterprise.
In quest’ottica un ulteriore boost ai risultati (e di conseguenza al titolo a Piazza Affari) potrebbe arrivare dalle sinergie con Poste, che dovrebbero comporsi principalmente di attività di cross selling dei diversi servizi (sfruttando due reti e due basi clienti differenti) e di una joint venture su servizi cloud basati su AI generativa e tecnologie open source.
Gli analisti di Equita (target price alzato a 0,59 euro) scrivono che «Poste dispone di competenze nello sviluppo di servizi su piattaforme open source che possono essere meglio utilizzate se messe a fattor comune con Tim» e ricordano che il gruppo di Labriola esternalizza «tra 600 e 700 milioni di servizi di system integration che potrebbero rimanere in parte nel gruppo, internalizzandone il margine».
L’attesa è quindi per l’aggiornamento del piano industriale di Tim di febbraio, in cui dovrebbero essere quantificati i benefici per il business gruppo tlc dall’alleanza con il gruppo di Del Fante. E non è da escludere che ci possa essere un ulteriore aggiornamento dei target finanziari al termine delle operazioni straordinarie ancora non concluse a febbraio, inclusa la conversione delle azioni di risparmio. (riproduzione riservata)